L'arca olearia

L'inerbimento dell'oliveto non compromette la produttività e può aumentare la qualità dell'olio

La carenza idrica e la degradazione del terreno sono minacce incombenti. In uno studio condotto in Toscana sono stati valutati gli effetti di lungo termine di due differenti metodi di gestione del suolo di un oliveto intensivo: inerbimento permanente e lavorazione periodica

26 settembre 2014 | Giovanni Caruso

Nella moderna pratica olivicola una corretta gestione del terreno non può prescindere dalla sostenibilità ambientale e dagli effetti che le diverse tecniche hanno sulle caratteristiche chimico-fisiche, idrologiche e chimiche del suolo. Nonostante negli ultimi tempi sia andata crescendo l’esigenza di adottare tecniche di gestione del suolo di basso impatto ambientale, ancora oggi la tecnica di gestione del suolo più comunemente adottata in olivicoltura si basa su ripetute lavorazioni meccaniche effettuate con lo scopo di aumentare la ritenzione idrica, eliminare le infestanti e interrare i fertilizzanti.

La lavorazione convenzionale causa perdita di suolo, ruscellamento superficiale, erosione, destrutturazione degli aggregati, decremento della sostanza organica a causa di un aumento del tasso di mineralizzazione, riduzione della porosità e formazione di strati compatti, seppure con una certa variabilità dei risultati legata alla tessitura, alla pendenza, al tipo di attrezzatura utilizzata e alle condizioni ambientali.

Tra le tecniche colturali meno dispendiose ed a minor impatto ambientale, l’inerbimento presenta indubbi vantaggi nel miglioramento della struttura e della fertilità del suolo. Infatti, l’inerbimento del suolo nell’oliveto è una pratica consigliata in quanto i suoi effetti positivi riguardano non solo le caratteristiche fisiche del suolo, ma anche la fertilità biochimica e la biomassa batterica del terreno. Allo stesso tempo, il principale problema dell’inerbimento consiste nell’instaurarsi di una competizione idrica e nutrizionale tra il prato e l’olivo, con possibili riflessi negativi sulla crescita dell’albero.

In uno studio condotto in Toscana sono stati valutati gli effetti di lungo termine, di due differenti metodi di gestione del suolo (inerbimento permanente e lavorazione periodica) in un oliveto intensivo, irrigato mediante deficit idrico controllato sull’efficienza produttiva dell’oliveto, sulla qualità degli oli prodotti e su alcune caratteristiche fisiche del suolo.

La prova è stata condotta tra il 2004 e il 2010 in un oliveto (Olea europaea L., cv. Frantoio) di 513 piante ad ettaro piantato nel 2003 presso i campi sperimentali dell’Università di Pisa in un suolo franco-sabbioso. Il suolo è stato sottoposto a lavorazione periodica ad una profondità di 0.1 m fino ad ottobre 2004, quando è iniziato il confronto di due metodi di gestione del suolo: LS, lavorazione superficiale mediante erpice a denti; IP, inerbimento permanente sottoposto a sfalci periodici. Per caratterizzare la struttura del suolo sono state prelevate delle sezioni sottili di terreno in entrambi i sistemi di gestione del suolo, mentre la velocità di infiltrazione dell’acqua è stata misurata utilizzando un permeametro di Guelph.

L’efficienza produttiva, cioè la produzione ad albero rapportata alle sue dimensioni, non è stata diversa tra le due tesi di gestione del suolo. In particolare, gli alberi della tesi inerbita hanno presentato un’efficienza produttiva in frutti e in olio pari all’87% e al 95% di quelle della tesi LS, rispettivamente (Fig. 1). La presenza di una copertura vegetale ha ridotto il volume della chioma nella tesi IP e, conseguentemente, anche il numero di frutti portati dagli alberi, che sono stati circa il 70% di quelli della tesi LS (Fig. 1). Inoltre, i frutti degli alberi su suolo lavorato hanno presentato minori dimensioni e un leggero ritardo di maturazione rispetto ai frutti IP, mentre il contenuto in olio nel mesocarpo è stato simile nelle due tesi (Fig. 2).

Figura 1. Efficienza produttiva di giovani olivi (cv. Frantoio) coltivati con diversa gestione del suolo. I valori sono medie di 5 anni. Lettere diverse indicano differenze minime significative (LSD) a p < 0.05 (n = 4-6 alberi per tesi).

Figura 2. Peso medio del frutto, indice di maturazione e contenuto in olio nel mesocarpo in giovani olivi (cv. Frantoio) coltivati con diversa gestione del suolo. I valori sono medie di 5 anni. Lettere diverse indicano differenze minime significative (LSD) a p < 0.05 (n = 4-6 alberi per tesi).

Tali risultati sono coerenti con effetti dovuti al differente carico di frutti per albero nelle due tesi, piuttosto che ad un effetto legato alla diversa gestione del terreno.

Per quanto concerne la qualità dell’olio gli effetti della gestione del suolo sono stati modesti. Infatti, non sono state riscontrate differenze significative tra le due tesi per l’acidità libera, il numero di perossidi e le costanti spettrofotometriche degli oli prodotti, mentre le concentrazioni in polifenoli totali e ortodifenoli sono state superiori nella tesi IP rispetto alla tesi LS, anche se tali differenze sono risultate significative solo nel 2009 (Tab. 1). Inoltre, le piccole differenze riscontrate in merito all’indice di maturazione del frutto e allo stato idrico degli alberi (dati non riportati) tra le due tesi non sono state tali da avere un effetto rilevante sulla qualità dell’olio.

Al contrario di quanto osservato per i parametri produttivi e qualitativi dell’oliveto, le caratteristiche fisiche del suolo sono state influenzate marcatamente dalla tecnica di gestione del terreno. In particolare, la macroporosità dello strato superficiale (0-0.10 m) è stata più elevata nella tesi inerbita che in quella lavorata con valori pari a circa il doppio rispetto a quest’ultima (Tab. 2). I bassi valori di macroporosità misurati su suolo lavorato, dovuti alla formazione di una crosta superficiale, hanno comportato anche una riduzione del tasso di infiltrazione dell’acqua nella tesi lavorata, circa otto volte inferiore rispetto a quella misurata sul suolo inerbito (Tab. 2). Ciò è stato probabilmente dovuto alla protezione esercitata dalla copertura vegetale che ha diminuito la distruzione meccanica degli aggregati della superficie del terreno ad opera dell’azione battente della pioggia, preservando la continuità dei pori allungati.

In conclusione, i vantaggi principali dell’inerbimento consistono nella possibilità di migliorare la caratteristiche del suolo mantenendo elevati i livelli produttivi e qualitativi dell’oliveto. La presenza di un prato stabile determina il mantenimento della sostanza organica, che si mineralizza più lentamente che in suolo lavorato, e contribuisce al miglioramento delle proprietà fisiche (porosità, struttura degli aggregati) nonché della fertilità chimica. La presenza di un cotico erboso facilita anche le operazioni colturali aumentando la portanza del terreno e migliorando la transitabilità nell’oliveto durante i periodi umidi. Tuttavia, a causa dei possibili effetti negativi sulla crescita vegetativa dell’olivo è opportuno evitare un insediamento troppo precoce del prato. Quindi, l’inerbimento, anche in condizioni irrigue, dovrebbe essere iniziato a partire dal terzo o quarto anno dall’impianto.

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