L'arca olearia
Alta qualità e bassa qualità non esistono. Esiste solo l'extra vergine d'oliva
L'associazione degli importatori e degli imbottigliatori statunitense, Naooa, contesta l'approccio che la commissione parlamentare sul commercio internazionale ha tenuto e quindi le sue conclusioni. Frodi? Innalzamento qualitativo dell'olio in commercio? Problemi sopravvalutati
14 febbraio 2014 | T N
Un'azione lobbistica in piena regola quella della Naooa, North American Olive Oil Association, ovvero l'associazione che riunisce importatori e imbottigliatori statunitensi di olio d'oliva.
Una lettera indirizzata a Irving Williamson, presidente dell'US International Trade Commission che ha indagato, per un anno sul mondo olivicolo-oleario, arrivando a delle conclusioni forse fin troppo ovvie ma che, evidentemente, hanno allarmato una parte della filiera americana.
La Naooa si è detta “turbata” dal “diffuso uso nel rapporto dei termini “bassa qualità” e di “alta qualità”. “L'implicazione infelice ed erronea di utilizzo pervasivo del rapporto di questi termini – è scritto nella lettera - è che alcuni oli correttamente etichettati come extra vergini siano più degni di tale etichetta rispetto ad altri che pure rispettano la definizione di extra vergine.”
Insomma basta con le differenze e con la differenziazione della gamma, all'interno della categoria merceologica extra vergine.
C'è solo l'extra vergine d'oliva, null'altro.
Il perchè la Naooa consideri pericolosa la suddivisione tra alta qualità e bassa qualità è spiegato in un passaggio successivo. “Nel sottolineare la differenza tra la presunta “bassa qualità” e “alta qualità” all'interno della definizione di extra vergine, la commissione ha espresso così una preferenza per un restringimento della definizione di extra vergine nel lungo periodo senza fornire prove in merito alla necessità o ai benefici di tale cambiamento.”
No all'alta qualità, insomma, perchè potrebbe essere il grimaldello per arrivare a una ridefinizione dei parametri dell'extra vergine, facendoli diventare più stringenti. Una preoccupazione che fa il paio con la tensione, già manifestata, per il “marketing order”, voluto dai produttori statunitensi che voleva essenzialmente un innalzamento dei parametri di qualità. “Un ordine di marketing – si legge nella lettera del Naooa - creerebbe notevoli difficoltà di approvvigionamento e farebe salire i prezzi per la stragrande maggioranza dell'olio d'oliva consumato negli Stati Uniti.”
Il percorso verso l'alta qualità, insomma, rovina il business di importatori e imbottigliatori statunitensi.
Ma non è la sola contestazione mossa alle conclusioni dell'USTIC.
Frodi? Quali frodi?
“La relazione attribuisce notevole credibilità a recenti studi della UC Davis Olive Center, citando ripetutamente a sostegno delle conclusioni le notevoli presunte frodi e truffe nel mondo degli oli d'oliva negli Stati Uniti” si legge nella lettera. Ma anche “altrettanto preoccupante è il riferimento del report i risultati pubblicati in un Consumer Reports, senza precisare che questi risultati sono basati esclusivamente sul parere di due assaggiatori anonimi...”
Insomma, il Naooa ha cercato di smontare, con una lettera di tre pagine, un rapporto di alcune centinaia di pagine basato non solo su documenti statunitensi ma anche su quelli provenienti da vari paesi europei e anche da visite di delegati della commissione nel Mediterraneo, per rendersi conto della realtà olivicola-olearia.
Il rapporto è tutt'altro che perfetto, certo, ma guarda avanti.
Il Naooa cerca di rimettere le lancette dell'orologio indietro.
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