Bio e Natura

Il riscaldamento globale dipende anche dall'agricoltura

I cambiamenti climatici sono una realtà con cui bisogna fare i conti. Ci stiamo letteralmente "mangiando il pianeta". Troppi paradossi nel sistema agroalimentare mondiale, troppe disuguaglianze e troppe patologie legate al cibo

09 settembre 2016 | Marcello Ortenzi

Gli sudi internazionali mostrano che in tutta Europa aumenteranno le temperature: ci sarà un marcato aumento di precipitazioni nel Nord Europa e una diminuzione significativa nel Sud Europa e un incremento delle ondate di calore, dei periodi di siccità e di precipitazioni estreme. Inondazioni, erosione costiera e danni alle infrastrutture in molti luoghi. Il rischio è già presente all'attuale livello di cambiamento climatico (+0.61 °C rispetto al periodo preindustriale) e aumenterà progressivamente fino a diventare alto per un innalzamento sopra 2°C e molto alto sopra ai 4° C.

Tutto ciò ha indotto un’impennata dei prezzi dei beni agricoli e ogni anno si riscontrano segnali di vulnerabilità e risposte imprevedibili dei mercati in seguito alle anomalie climatiche in diverse regioni del Pianeta. Sarà inevitabile che la tendenza di crescita delle emissioni di gas serra portino una riduzione della produzione agricola mondiale di circa l’8% nel 2050, a fronte di una richiesta di cibo che aumenterà del 56%. La combinazione dei cambiamenti climatici e dell’incremento di popolazione esporrà circa 2,5 miliardi di persone, sui 9,3 miliardi stimati di popolazione globale, a scarsità di cibo. Lo studio aggiunge che qualora cambiassero gli stili dei consumi alimentari nel senso di un aumento della dieta mondiale verso alimenti più ricchi di grassi e proteine animali le persone a rischio malnutrizione per scarsità di cibo diventerebbero circa 4,7 miliardi. In questo scenario si comprende la necessità di ridurre le emissioni di gas serra dovute ai combustibili fossili ma anche un’attenzione analoga alle emissioni di gas serra dovute all’eliminazione delle foreste tropicali e all’intensificazione dell’agricoltura.

Dobbiamo riflettere sul sistema alimentare globale che oggi ci presenta tre paradossi: a fronte di un numero elevatissimo di persone che non hanno accesso al cibo, un terzo della produzione di cibo nel mondo è destinato ad alimentare gli animali e una quota crescente dei terreni agricoli è dedicata alla produzione di biocarburanti per alimentare le auto (non in Italia). E a fronte di milioni di persone al mondo che patiscono la fame o è malnutrito, circa oltre due miliardi soffrono le conseguenze dell’eccesso di cibo, con un rischio aumentato di diabete, tumore e patologie cardiovascolari; infine, ogni anno viene sprecato un terzo della produzione alimentare globale, una quantità che sarebbe sufficiente a nutrire quasi un miliardo di persone che soffrono la fame o sono malnutrite.

Se si considera seriamente tali paradossi si dovrebbe decidere che è urgente rendere l’intera filiera del cibo, dalla produzione, alla trasformazione e consumo, inclusi stili di vita alimentari, più efficiente e sostenibile. Il relatore sullo studio afferma di credere che l’Europa, il maggiore esportatore di prodotti dell’industria agroalimentare, debba offrire al mondo, in particolare ai paesi emergenti, il proprio modello di smart agriculture. Si tratta di riaffermare l’innovazione, soprattutto nelle tecniche di coltivazione e trasformazione del cibo, che hanno fondato in secoli di storia la civiltà contadina italiana ed europea. La mancanza di una attenta e capillare trasformazione alimentare, anche nel rispetto delle tradizioni culturali dei popoli, è oggi il principale responsabile di circa il 40% delle perdite di cibo tra la produzione in campo e la distribuzione sui mercati dei Paesi in via di sviluppo. Il volume della Fondazione Barilla propone la valutazione dell’impatto ambientale degli alimenti basato sull’applicazione di tre indicatori ecologici: le emissioni di gas serra associate alla loro produzione (impronta di carbonio o carbon footprint), l’indicatore di uso dell’acqua water footprint) e l’impronta ecologica (ecological footprint). Quest’ultima è già un parametro che indica in modo sintetico quanta terra è necessario utilizzare per compensare gli effetti ambientali di una determinata produzione. L’unità di misura di questo indicatore sono i metri quadri di terreno. Ad esempio, il consumo di 1 Kg di carne bovina necessita di 110 mq di terreno. La doppia piramide, nella sua versione divulgativa, usa proprio l’impronta ecologica come indicatore di impatto degli alimenti sull’ambiente. La consapevolezza dell’impatto del cibo sull’ambiente e sulla nostra salute è essenziale per iniziare a porre le basi di un nuovo modello di sviluppo sostenibile.

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