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Grano duro, quotazioni sotto i costi: a Bologna le prossime semine sono a rischio

 Grano duro, quotazioni sotto i costi: a Bologna le prossime semine sono a rischio

Nel Nord Italia i prezzi indicativi CUN restano sotto i 300 euro alla tonnellata e, secondo le imprese, non coprono i costi di produzione. Confagricoltura: “Senza redditività arretrano produzione e autoapprovvigionamento”

18 luglio 2026 | 09:00 | C. S.

Nell’area metropolitana di Bologna il grano duro occupa storicamente tra i 17.000 e i 20.000 ettari, su una superficie cerealicola complessiva di circa 54.000 ettari. Un patrimonio produttivo strategico per la filiera regionale e nazionale della pasta che le attuali condizioni di mercato rischiano però di ridimensionare.
Le quotazioni del frumento duro prodotto nel Nord Italia restano infatti inferiori ai 300 euro alla tonnellata e, secondo le imprese agricole, non consentono di coprire integralmente i costi sostenuti. Per molte aziende programmare le prossime semine significa quindi accettare il rischio di lavorare nuovamente in perdita.
 
È il grido d’allarme lanciato da Confagricoltura Bologna alla luce dell’ultimo listino della Commissione unica nazionale del grano duro, che colloca i prezzi indicativi del prodotto del Nord Italia tra 245 e 295 euro alla tonnellata, a seconda delle caratteristiche qualitative.
 
“Parliamo di una coltura che nel Bolognese interessa fino a 20.000 ettari e alimenta una filiera fondamentale per l’economia regionale e per il Made in Italy agroalimentare - dichiara Davide Venturi, presidente di Confagricoltura Bologna -. Ma nessuna impresa può continuare a produrre a lungo senza una prospettiva di reddito. Se le quotazioni non permettono di coprire i costi, la conseguenza sarà inevitabile: meno semine, meno produzione italiana e una crescente dipendenza dalle importazioni”.
Il rischio concreto, secondo l’organizzazione agricola, è una progressiva riduzione delle superfici coltivate, con ripercussioni sulla continuità delle imprese, sulla vitalità delle aree rurali e sulla capacità di approvvigionamento della filiera nazionale.
 
“La sovranità alimentare non può restare uno slogan - prosegue Venturi -. Servono accordi di filiera più equilibrati, capaci di distribuire correttamente il valore tra tutti gli operatori, strumenti che premino la qualità del prodotto italiano e condizioni economiche che permettano agli agricoltori di rimanere sul mercato. Senza redditività non può esserci futuro né per le imprese agricole né per il territorio”.
 
Per Confagricoltura Bologna, lasciare le aziende esposte esclusivamente alle oscillazioni del mercato significa accettare una progressiva concentrazione della produzione, la riduzione del numero delle imprese e l’abbandono delle aree rurali. Le politiche agricole e gli strumenti di filiera devono invece contribuire a garantire stabilità, programmazione e una remunerazione adeguata del lavoro e degli investimenti.
 
Le imprese: “Produrre grano non garantisce più un margine”
 
A raccontare direttamente le difficoltà del settore sono gli imprenditori agricoli del territorio.
 
Filippo Boselli, della Società Agricola Boselli Filippo e Daniele, conduce circa 300 ettari, prevalentemente in affitto, tra Argelato e Castello d’Argile. L’azienda coltiva grano duro e tenero, insieme a orzo, barbabietole, patate, erba medica e asparagi.
Negli ultimi anni la superficie destinata al grano tenero è già stata ridotta da circa 45 a 18 ettari, a conferma di una difficoltà che riguarda più complessivamente il comparto cerealicolo.
“I prezzi dei cereali sono arrivati a livelli inaccettabili, mentre i costi dei concimi, dei prodotti per la difesa e delle lavorazioni sono praticamente raddoppiati - spiega Boselli. Continueremo a coltivare grano anche per garantire una corretta rotazione, ma in queste condizioni diventa sempre più rischioso. Nei negozi i prezzi aumentano, mentre il valore riconosciuto a ciò che produciamo continua a diminuire. E quando si parla di Made in Italy, la materia prima dovrebbe essere realmente italiana, senza percentuali o ambiguità”.
 
Una situazione analoga è vissuta da Alberto Zanetti, titolare di un’azienda di circa 80 ettari tra Ozzano dell’Emilia e Pianoro, coltivati principalmente a grano duro e tenero, girasole e sorgo. “La situazione è estremamente critica. I costi sono aumentati su tutti i fronti, dall’energia ai mezzi tecnici, mentre i prezzi riconosciuti ai cereali non coprono i costi di produzione”, afferma il produttore.
A pesare sul bilancio aziendale sono anche gli oneri amministrativi e burocratici, che comprimono ulteriormente i margini. L’impresa, già colpita negli ultimi quattro anni da tre alluvioni, sta inoltre affrontando la quarta annata consecutiva particolarmente difficile, con rese ridotte per sorgo e girasole anche a causa della siccità.
“Per molte aziende di collina e montagna come la nostra la cerealicoltura rappresenta una delle poche attività realmente praticabili, anche perché le possibilità di diversificazione sono molto limitate. Dopo anni senza una reale redditività, siamo arrivati al punto di chiederci seriamente se abbia ancora senso continuare - conclude Zanetti -. Non è più soltanto un pensiero: stiamo valutando concretamente il futuro dell’azienda e le colture da seminare”.

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