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Le indicazioni geografiche a rischio con il protezionismo

L’Associazione dei Consorzi si schiera duramente contro la politica ritorsiva degli Stati Uniti. A farne le spese saranno soprattutto i prodotti caseari, ma anche liquori e salumi Made in Italy

24 ottobre 2019 | C. S.

Dazi aggiuntivi per 117 milioni di euro (fonte: ICE) si profilano per i prodotti italiani DOP ed IGP sul mercato americano, in virtù della guerra dei dazi avviata dagli Stati Uniti nei confronti di ben 93 Indicazioni Geografiche Europee ed entrata in vigore lo scorso 18 ottobre. Questo l’argomento della conferenza stampa tenutasi ieri a Roma, indetta da OriGIn Italia, dal titolo “Dazi e Tutela Internazionale”, a cui sono intervenuti il Presidente di OriGIn Italia Cesare Baldrighi – altresì Presidente del Consorzio del Grana Padano – e Leo Bertozzi, direttore dell'Associazione.

Le DOP casearie risultano quelle più penalizzate dalla politica USA che appare più come ritorsiva nei confronti dell’Unione Europea, che protezionista in favore dei produttori americani. Ritorsiva perché, palesemente, vengono mirati con precisione i prodotti di riferimento dei singoli Paesi membri ovvero olio per la Spagna, vino per la Francia, formaggio per l'Italia, whisky per la Scozia. Per l’Italia ad accusare il colpo più duro potrebbe essere proprio il Parmigiano Reggiano che vedrà aumentare i propri dazi da 2,15 dollari al chilo a circa 6 dollari e sulla cui realtà ricadrà circa il 25% dell’impatto complessivo – circa 30 milioni di euro - che tale misura avrà sul sistema delle IG italiane. Fortemente interessata anche la realtà del Grana Padano, che in USA esporta attualmente circa 75 milioni di euro di prodotto – l’8% del totale esportazioni – e che vede passare il dazio da 2€ a 5,25€ al chilo. Impressionante è l’entità delle perdite che potrebbe subire in un anno il sistema Grana Padano: circa 270 milioni di euro, considerato anche il danno che si riverserebbe sulle 4.000 stalle il cui latte è destinato alla produzione di tale formaggio e i cui introiti sono legati all’andamento del Grana Padano.

Alla base della decisione del Governo americano, sembra esserci in realtà la volontà di fare pressioni sull’Unione Europea nella questione Boeing-Airbus, affinché vengano trovati accordi favorevoli in merito, per gli Stati Uniti. Il coinvolgimento dell’Italia nonostante essa non faccia parte del Consorzio Airbus, è dunque ingiusto ed inutilmente penalizzante. L’operazione di Washington sembra essere un segnale per migliorare le condizioni economiche dei produttori statunitensi di latte, oggi sottopagati a meno di 30 centesimi di dollaro al litro, colpiti dalle contromisure cinesi per i dazi USA sull'acciaio e l'alluminio, che hanno fatto crollare della metà l'export di latte e derivati verso il Paese asiatico.  Preoccupa dunque, e non poco, il fatto che i dazi, da strumenti di regolazione del mercato insieme a sussidi e norme, vengano impiegati in modo chirurgico per alimentare un contrasto  fra i produttori dei due lati dell'Atlantico. Addirittura, all'indomani dell’istituzione dei dazi, la potente National Milk Producers Federation ha plaudito al Presidente Trump per la decisione, sottolineando come i prodotti USA non abbiano lo stesso accesso al mercato europeo di quelli UE verso gli USA: il riferimento è chiaro alla tutela delle DOP ed IGP. Come se non bastasse, i produttori USA nel loro insieme, affermano che l'uso di termini quali Asiago, Fontina, Gorgonzola, Grana, Parmesan, ma anche Feta Munster, Havarti, siano di uso comune e dunque vorrebbero essere liberi di usarli anche per i loro formaggi da esportare nella UE, fatto vietato dalla nostra normativa.

In realtà l’importazione di formaggi negli USA rappresenta il 3% della loro produzione, di cui il 2,2% arriva dalla UE e 0,7% dall’Italia.

“Ciò che chiede in cambio l’amministrazione americana è irragionevole – ha commentato il Presidente di OriGIn Italia e Presidente del Consorzio Grana Padano Cesare Baldrighi – perché si pretende che con la stessa facilità con cui i prodotti italiani entrano nel mercato americano, i prodotti evocativi fatti negli Stati Uniti entrino in Europa. Un conto è la tutela, cioè l'uso delle denominazioni geografiche, un altro è il mercato, cioè i dazi e tali aspetti devono essere tenuti distinti. E’ una condizione che non possiamo accettare, le IG meritano rispetto e non si toccano. Lo ha ribadito anche la Ministra per le Politiche Agricole Teresa Bellanova che, affidando la propria contrarietà al concetto “Giù le mani dai nostri nomi. Basta con i furti di identità", ha lanciato il guanto di sfida ai dazi americani e al contempo invitato le Istituzioni Europee a condannare un attacco di simili proporzioni al sistema delle nostre Indicazioni Geografiche. Portano il nome dei territori nel mondo, ne rappresentano il patrimonio culturale produttivo, sono l’archetipo della sostenibilità economica, ambientale e sociale e soprattutto hanno un rigido disciplinare da rispettare, che offre garanzia di qualità. I Consorzi di tutela li valorizzano – ha aggiunto -  gli accordi commerciali necessari per avere regole comuni per le IG diventano indispensabili perché identificano marchi collettivi territoriali. I dazi usati come ritorsione sono strumenti discorsivi di geopolitica, che colpiscono non solo il prodotto ma tutto il territorio da cui esso proviene, nei suoi riferimenti culturali e sociali. Chiediamo pertanto a Governo Italiano ed Unione Europea che vengano cofinanziate le azioni di tutela e valorizzazione dei Consorzi per le predette Indicazioni Geografiche; un sostegno per rilanciare azioni di sviluppo e riallocare il prodotto che non verrà venduto negli USA. Solo in questo modo potremo trasformare questa crisi in opportunità”.

La strada da battere, dunque, sarà chiedere misure di compensazione all’Unione Europea, insistendo in particolare sul potenziamento delle attività di promozione dei prodotti DOP fuori dai confini comunitari e la migliore risposta della UE e del Governo italiano, dal canto loro, sarebbe proprio quella di attuare corsie preferenziali nei programmi promozionali dell'agroalimentare negli USA, per i progetti a favore dei prodotti colpiti dai dazi. Inoltre sarebbe utile poter ottenere anche aiuti alle imprese mirati ad alleggerire le problematiche che esse potrebbero avere come effetto della politica dei dazi; misure da attuare, affinché il Made in Italy possa essere traghettato senza troppi scossoni nella fase in cui i dazi finiranno.

“La lista formata dagli USA dei prodotti che saranno investiti dal rincaro dei dazi – ha spiegato il direttore di  OriGIn Italia  Leo Bertozzi  – comprende 40 prodotti italiani, in primis formaggi di qualità ma anche liquori e salumi. L’impatto di questa operazione sulle nostre IG dipenderà molto dalla tempistica con cui essa si svilupperà – ha aggiunto – perché avremo quattro mesi di tempo per cercare di risolvere politicamente il problema. Qualora si risolvesse in tempi brevi, le ripercussioni non saranno così rilevanti, ma se i dazi entrati in vigore il 18 ottobre dovessero protrarsi anche per tutto il 2020 ed oltre, potrebbero determinare serie ripercussione  nel comparto di DOP e IGP”.

Se tale politica dei dazi dovesse perdurare poi, un riflesso si avvertirà inevitabilmente anche sul mercato italiano: nel breve periodo i prezzi potrebbero diminuire per smaltire le scorte, tuttavia i mancati ricavi da uno dei principali mercati mondiali di esportazione dovranno essere compensati in qualche modo e ciò potrebbe voler dire aumentare i prezzi anche in Italia.

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