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Il patto di filiera è zoppo, i frantoiani di Aifo hanno detto no

Tutte le aziende italiane restano ancorate e dipendono dalla quotazione della piazza di Bari che decide l’andamento del mercato. Come evidenziato dall'andamento dei prezzi delle ultime settimane, si lascia in mano agli speculatori il mondo dell'olio d'oliva

20 novembre 2015 | Piero Gonnelli

Si è fatto 30 ma non si è fatto 31.

Il patto di filiera sottoscritto dalle associazioni di categoria che stabilisce un premio di prezzo di 40 centesimi al chilo (rispetto alla quotazione sulla piazza di Bari) è insoddisfacente e non rappresenta certo un passo in avanti per risolvere i problemi del settore.

E' evidente ormai che il vero problema del comparto olivicolo-oleario è l'estrema volatilità dei prezzi, sia in salita che discesa. Ed è stato possibile toccarlo con mano sia seguendo le dinamiche delle quotazioni dell'anno scorso quanto nelle settimane della campagna olearia ancora in corso.

I frantoiani sono stati costretti a diventare dei broker finanziari assumendosi tutti i rischi economici conseguenti. Si sono creati e continuano a crearsi fenomeni speculativi che aumentano esponenzialmente i rischi per le Aziende frantoio, specie in un periodo di credit crunch.

E' un circolo vizioso. La speculazione sul prezzo dell'olio induce le banche a essere più che prudenti nell'erogazione del credito, le imprese più facilmente possono andare in sofferenza finanziaria vedendole costrette a siglare contratti di vendita a condizioni capestro, deprimendo il mercato.

Il premio di prezzo, come formulato dal patto di filiera, non risolve il problema anzi rischia di aggravarlo.

Tutte le aziende italiane restano ancorate e dipendono dalla quotazione della piazza di Bari che decide l’andamento del mercato. In altre parole, si lascia in mano agli speculatori il mondo dell'olio d'oliva!

Quanto sto affermando è suffragato dall'evidenza dell’andamento dell'ultimo periodo che ha visto crollare le quotazioni più del 20% in una sola settimana.

Come Aifo ha sempre sostenuto, per dare certezza al settore occorreva, invece, creare un prezzo di riferimento, così come avviene da tempo e con successo nel comparto del latte, del grano e del pomodoro.

E' solo con un prezzo di riferimento, frutto di una mediazione tra i vari attori della filiera, che si sarebbe potuta e dovuta combattere la speculazione, dando così certezze agli imprenditori e creando i presupposti per nuovi impulsi agli investimenti e alla crescita del settore.

Da anni sostengo l'idea e l’importanza di creare accordi equi tra imprese della produzione e del commercio oleario, assumendo come garanti le associazioni di categoria. Simili contratti di fornitura, a quotazioni prefissate, stabilizzerebbero il mercato, darebbero solidità economico-finanziaria alle imprese che potrebbero accedere più facilmente al credito bancario. Si instaurerebbe un reale e concreto clima positivo, dinamico e costruttivo per un rilancio dell'olivicoltura nazionale.

Fatico a comprendere perché non si è voluto seguire l'esempio di altre filiere alimentari, fissando, ad esempio, un prezzo intorno ai 4,20/4,40 euro/kg per l'olio extra vergine d'oliva italiano di qualità.

Sappiamo, invece, con certezza che a queste condizioni Aifo non può impegnarsi a sottoscrivere un patto di filiera che rischia di diventare un boomerang per le aziende italiane e non è capace di eliminare gli evidenti danni speculativi che affliggono e danneggiano il settore oleario.

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