Anno 16 | 23 Settembre 2018 | redazione@teatronaturale.it ACCEDI | REGISTRATI

Dal progetto alla certificazione: DNA per l'oliva Taggiasca

Contro le truffe e le falsificazioni serve il DNA, come evidenziato da Domenico Pautasso, direttore della Coldiretti di Imperia. Il Comitato Salva Taggiasca ha presentato la certificazione DNA Taggiasca, in collaborazione con il Parco Tecnologico Padano di Lodi

Non è la prima volta che si sente di falso olio extra vergine taggiasco o di false olive taggiasche in giro per i supermercati italiani o del mondo.

Fu la Cia, per prima, a mostrare vasetti di olive presunte taggiasche e ora è la Coldiretti Imperia ad aver lanciato un nuovo allarme.

Una bottiglia di olio in vendita mostrava nell’etichetta la dicitura “Taggiasca”. A insospittire, il prezzo insolito di 9 euro e mezzo al litro. Come riportato da Il Secolo XIX e La Stampa, l’olio è stato analizzato ed è risultato, seppur di qualità, di origine per lo più greca. Solo una minima parte era composta da oliva Taggiasca.

“Ci preoccupa soprattutto l’abuso della denominazione - spiega Domenico Pautasso, direttore della Coldiretti di Imperia - Può danneggiare molto i produttori locali. Dobbiamo riaprire la discussione sulla Dop Taggiasca, confrontarci e spiegare meglio le sue caratteristiche”.

Quale Dop Taggiasca? Quella unicamente basata sulla tracciabilità cartacea oppure una nuova che consenta di dare  sicurezza ai consumatori?

Al di là della necessità di cambiare il nome della varietà per una Dop Taggiasca, da Taggiasca a Gentile, richiesta depositata al Ministero delle politiche agricole, una Dop dovrebbe fornire garanzie in linea con le aspettative dei consumatori e le nuove risultanze scientifiche.

Una Dop Taggiasca del Ponente ligure, che non obblighi il cambiamento del nome della varietà utilizzato da secoli, potrebbe avvalersi del DNA, come evidenziato dal Comitato Salva Taggiasca durante il convegno inaugurale di Olio Capitale. L’analisi molecolare delle tracce di DNA rappresenta un utile complemento alle analisi chimiche e alla tracciabilità documentale di filiera.

“Il progetto Dna cultivar taggiasca – sottolinea Simone Rossi, presidente del Comitato Salvataggiasca – offre garanzia scientifica di qualità ai consumatori, potrebbe fare crescere l’economia legata all’olivicoltura di qualità – e quindi la remunerazione, con un maggiore recupero del territorio – e soprattutto semplificherebbe l’iter burocratico e amministrativo. La strada per la tracciabilità e la trasparenza del comparto olivicolo è tracciata. Il futuro non potrà prescindere dal Dna, progetto che va ben oltre la Dop per la tutela dei consumatori. L’oliva di varietà taggiasca – conclude il presidente Rossi - è stata per secoli il sostentamento della gente del ponente ligure: l’indotto oggi si può quantificare in 70 milioni di euro. ll Dna controllato Cultivar Taggiasca è una carta d’identità, un “codice a barre biologico” che dirà al consumatore se nel vasetto con l’apposito logo ci sono – e senza ombra di dubbio – olive taggiasche o paté di olive taggiasche. La certificazione è molto semplice e ha costi contenuti: questo tipo di percorso è stato studiato dal Parco Tecnologico Padano di Lodi”.

 

di C. S.
pubblicato il 06 marzo 2018 in Tracce > Italia

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