Anno 10 | n. 6 | 11 Febbraio 2012 | Direttore LUIGI CARICATO | redazione@teatronaturale.it
di C. S.
Per fare un buon the, occorre innanzi tutto … un buon the, ma non c’è alcuna norma che stabilisca categorie di qualità, quindi dall’etichettatura il consumatore non ha molte possibilità di orientamento. C’è solo una norma di un regio decreto risalente addirittura al 1890, ancora in vigore, che vieta la vendita di the “esaurito” o colorato artificialmente.
Nel dedalo delle denominazioni, vere o di fantasia, di qualche o di nessun significato, un criterio pratico di scelta è quello di fare diverse prove e di lasciarsi guidare dal “naso”, cioè dal profumo che, nel buon the, è intenso e fragrante, nonché dal colore che, nella bevanda fatta con prodotto scadente, tende piuttosto allo scuro che all’arancione.
La dizione “miscela classica”, spesso usata, non ha alcun significato perché non è disciplinata da alcuna norma, come del resto altre analoghe.
La dizione “orange pekoe” ha invece un significato perché sta a indicare una foglia pregiata (la seconda partendo dalla cima della pianta) che però dovrebbe essere venduta intera, essiccata e arrotolata, non triturata.
Il the sfuso, in linea generale, dà più garanzie di quello in filtri, per chi ha la pazienza di usarlo, specialmente se confezionato in barattolo di vetro, perché significa che il produttore non teme di farlo vedere. A volte è indicata la provenienza dalla Cina, dall’India o da Ceylon, che pure ha la sua importanza, in quanto i the provenienti dalla Turchia, dal Monzambico, dall’Argentina o dalla Russia sono scadenti. Per quanto riguarda altre dizioni in etichetta, soltanto gli intenditori sanno che una miscela di Keemun di the nero cinese o, ancora meglio, un Gunpowder royal green sono prodotti qualitativi.
Comunque, conta anche il modo di preparazione del the, per il quale si dovrebbero osservare alcune regole:
• riempire il bollitore con acqua fredda, che contiene più ossigeno di quella precedentemente riscaldata. Usando quest’ultima il the ottenuto avrà un aspetto opaco;
• pre-riscaldare la teiera con acqua calda. La teiera calda mantiene l’acqua successivamente versata dal bollitore abbastanza vicina al punto di ebollizione, così da permettere al the di entrare correttamente in fusione;
• usare la quantità di the necessaria per ricavare la tazza di bevanda corrispondente al proprio gusto. Ovvio che la corrispondenza al gusto personale emerge da prove ripetute con la stessa qualità di the. La famosa regola del cucchiaino in più “per la teiera” non è una regola, serve solo a chi apprezza il the forte;
• versare sul the –contenuto nella teiera preriscaldata– acqua bollente. Ciò è importante: se l’acqua non ha raggiunto il punto di ebollizione o se ha bollito per un certo tempo (ecco, appunto, l'utilità del “fischio” del bollitore) si hanno degli inconvenienti: nel primo caso si ottiene un the debole, nel secondo caso un infuso amaro e poco brillante; come corollario, inoltre, non far mai bollire di nuovo l’acqua destinata al the;
• lasciare riposare l’infuso per 4 o 5 minuti. Un tempo maggiore produce un the aspro e astringente per l’eccessiva diluizione del tannino contenuto nelle foglie;
• un’ultima regola riguarda solo coloro che preferiscono il the all’inglese, cioè con aggiunta di latte. L’aggiunta di latte già nella teiera potenzia l’aroma del the, ma l’operazione sarebbe contraria alle “buone maniere” che impongono di versare nelle tazze, per primo, solo il the, lasciando ad ogni ospite la libertà di misurare la quantità di latte desiderata. Per il bevitori di “the alla russa” la regola è di aggiungere la fettina o il succo di limone direttamente nella tazza.
Nessun problema di gusto o di etichetta per coloro che bevono semplicemente the senza aggiunta d’altro.
Fonte: Emanuele Piccari, Unione Nazionale Consumatori
di C. S.
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