Gastronomia
Qualità del the, nel pentolino bolle di tutto
Secondo l'Unione nazionale consumatori, al momento non ci si può districare tra i tanti the proposti sul mercato. Mancando una norma che stabilisca una classificazione merceologica, non è facile orientarsi nella scelta
31 ottobre 2009 | C. S.
Per fare un buon the, occorre innanzi tutto ⦠un buon the, ma non câè alcuna norma che stabilisca categorie di qualità , quindi dallâetichettatura il consumatore non ha molte possibilità di orientamento. Câè solo una norma di un regio decreto risalente addirittura al 1890, ancora in vigore, che vieta la vendita di the âesauritoâ o colorato artificialmente.
Nel dedalo delle denominazioni, vere o di fantasia, di qualche o di nessun significato, un criterio pratico di scelta è quello di fare diverse prove e di lasciarsi guidare dal ânasoâ, cioè dal profumo che, nel buon the, è intenso e fragrante, nonché dal colore che, nella bevanda fatta con prodotto scadente, tende piuttosto allo scuro che allâarancione.
La dizione âmiscela classicaâ, spesso usata, non ha alcun significato perché non è disciplinata da alcuna norma, come del resto altre analoghe.
La dizione âorange pekoeâ ha invece un significato perché sta a indicare una foglia pregiata (la seconda partendo dalla cima della pianta) che però dovrebbe essere venduta intera, essiccata e arrotolata, non triturata.
Il the sfuso, in linea generale, dà più garanzie di quello in filtri, per chi ha la pazienza di usarlo, specialmente se confezionato in barattolo di vetro, perché significa che il produttore non teme di farlo vedere. A volte è indicata la provenienza dalla Cina, dallâIndia o da Ceylon, che pure ha la sua importanza, in quanto i the provenienti dalla Turchia, dal Monzambico, dallâArgentina o dalla Russia sono scadenti. Per quanto riguarda altre dizioni in etichetta, soltanto gli intenditori sanno che una miscela di Keemun di the nero cinese o, ancora meglio, un Gunpowder royal green sono prodotti qualitativi.
Comunque, conta anche il modo di preparazione del the, per il quale si dovrebbero osservare alcune regole:
⢠riempire il bollitore con acqua fredda, che contiene più ossigeno di quella precedentemente riscaldata. Usando questâultima il the ottenuto avrà un aspetto opaco;
⢠pre-riscaldare la teiera con acqua calda. La teiera calda mantiene lâacqua successivamente versata dal bollitore abbastanza vicina al punto di ebollizione, così da permettere al the di entrare correttamente in fusione;
⢠usare la quantità di the necessaria per ricavare la tazza di bevanda corrispondente al proprio gusto. Ovvio che la corrispondenza al gusto personale emerge da prove ripetute con la stessa qualità di the. La famosa regola del cucchiaino in più âper la teieraâ non è una regola, serve solo a chi apprezza il the forte;
⢠versare sul the âcontenuto nella teiera preriscaldataâ acqua bollente. Ciò è importante: se lâacqua non ha raggiunto il punto di ebollizione o se ha bollito per un certo tempo (ecco, appunto, l'utilità del âfischioâ del bollitore) si hanno degli inconvenienti: nel primo caso si ottiene un the debole, nel secondo caso un infuso amaro e poco brillante; come corollario, inoltre, non far mai bollire di nuovo lâacqua destinata al the;
⢠lasciare riposare lâinfuso per 4 o 5 minuti. Un tempo maggiore produce un the aspro e astringente per lâeccessiva diluizione del tannino contenuto nelle foglie;
⢠unâultima regola riguarda solo coloro che preferiscono il the allâinglese, cioè con aggiunta di latte. Lâaggiunta di latte già nella teiera potenzia lâaroma del the, ma lâoperazione sarebbe contraria alle âbuone maniereâ che impongono di versare nelle tazze, per primo, solo il the, lasciando ad ogni ospite la libertà di misurare la quantità di latte desiderata. Per il bevitori di âthe alla russaâ la regola è di aggiungere la fettina o il succo di limone direttamente nella tazza.
Nessun problema di gusto o di etichetta per coloro che bevono semplicemente the senza aggiunta dâaltro.
Fonte: Emanuele Piccari, Unione Nazionale Consumatori
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