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L'identità colturale e culturale del Vulture: Aglianico e Ogliarola

L'identità colturale e culturale del Vulture: Aglianico e Ogliarola

Questo ritaglio di Basilicata, nel nord-est al confine con la Puglia, è il terreno ideale per vini, oli e acque minerali, grazie a un’esplosione 133mila anni fa: non un’eruzione ma una pioggia di ceneri che si compattano ed ecco la roccia spugnosa, il tufo vulcanico

17 marzo 2025 | 13:00 | Giosetta Ciuffa

Si è celebrato a Roma il “matrimonio” – anche se per ora solo a fini di reciproca valorizzazione - tra Aglianico e Ogliarola: due varietà che parlano la stessa lingua, data la comune provenienza dal Vulture, e che hanno pertanto deciso di allearsi nel progetto TwoEu, finanziato dall'Unione Europea. 800mila euro la cifra sul tavolo, che i rispettivi consorzi di tutela investiranno per un piano di comunicazione triennale teso a rafforzare la conoscenza delle denominazioni in Italia e in Germania, mediante campagne pr, coinvolgimento di influencer e media del settore enogastronomico, azioni sui social per fidelizzare una community, partecipazione a fiere quali ProWein e Tuttofood, adv online e outdoor, materiali promozionali multilingue cartacei e digital. Una strategia comune per emergere, un’opportunità di business ma anche una missione culturale per riscoprire radici e ricchezze di questo territorio al nord della Basilicata che deve tutto al monte Vulture, vulcano spento dell’Appennino lucano con altezze dai 600 ai 1.300 metri e che conferisce al terreno carattere tufaceo e lo rende ricco di silicio e potassio. 

Ciò fa sì che questo ritaglio di Basilicata, nel nord-est al confine con la Puglia, sia terreno ideale per vini, oli e acque minerali, grazie a un’esplosione 133mila anni fa: non un’eruzione ma una pioggia di ceneri che si compattano ed ecco la roccia spugnosa, il tufo vulcanico. Le grandi vigne lo sono perché c’è il tufo che allatta la pianta vigneti ecosostenibili in cui sostanzialmente non c’è irrigazione. Ambiente costantemente umidi

“Tardivo nella raccolta, costoso, sensibile alle malattie, vitigno difficile ma molto versatile – così lo descrive Francesco Perillo, a capo del consorzio nato nel 1971 e che ora conta 35 cantine e 300 soci -: con una vendemmia ne facciamo diverse ossia le anticipate, i bianchi, i rossi per i rosati, il normale Aglianico, le tardive. Non seguiamo le mode ma abbiamo imparato che è un vitigno che si fa lavorare: l’Aglianico del Vulture non si beve ma si mastica”, abbinandolo ai prodotti tipici come il caciocavallo, la salsiccia pezzente, i marroni e tanto altro ancora. Importato dall’Eubea, i romani lo chiamavano “ellenico”; durante la dominazione angioina divenne però “aglianico”, secondo la pronuncia spagnola.

Altrettanto difficile è l’Ogliarola del Vulture, varietà dalla drupa piccola e delicata. A rappresentarla c’è Antonietta Rucco, referente per la comunicazione del consorzio di tutela della dop, che vede questo come “un traguardo a cui miriamo da sempre perché condividiamo territorio e storia e specialmente l’impegno nella promozione del territorio e dei suoi prodotti. Il consorzio nasce nel 2011, nel 2012 il riconoscimento Masaf. Ne fanno oggi parte la quasi totalità degli iscritti al sistema di controllo della denominazione” (sono circa venti i Frantoiani del Vulture, unione dei produttori e degli operatori della filiera). Già dieci anni fa inoltre la scelta di un unico marchio, da commercializzare con un’unica etichetta: così è nato l’olio Vù (con l’accento) “come Vulture e vulcano, facile da pronunciare, iconico e distintivo”, con il profilo stilizzato del monte dalle sette cime nel logo.

“Le grandi vigne del Vulture sono tali perché c’è il tufo che allatta la pianta: sono vigneti ecosostenibili in cui sostanzialmente non c’è irrigazione”. Lo dice Gerardo Giuratrabocchetti delle Cantine del Notaio, vicepresidente del consorzio, il quale con successo produce sia Aglianico che Ogliarola del Vulture. Un territorio che deve le peculiarità non a un’eruzione ma a un’esplosione di 133mila anni fa: una pioggia di ceneri che si compattano in tufo vulcanico.

È l’Enotria la culla della viticoltura italiana (ed italica), nel XI secolo a.C., racconta Giuratrabocchetti. Fortemente influenzata dagli Etruschi, nel Vulture trovò la barriera fisica del vulcano che insieme all’Ofanto impedì l’affermarsi della viticoltura etrusca che voleva la vite maritata, a liana, favorendo quindi la greca con la coltivazione bassa. Del resto, lo stesso nome dell’Enotria fa riferimento al vino o al palo che regge la vite. Anche i romani, dovendo alimentare i soldati che difendevano il granaio pugliese, piantarono viti. Ma sono gli albanesi a impegnarsi nella viticoltura: chiamati inizialmente dagli aragonesi per le vicende legate alla congiura dei baroni, in seguito all’invasione turca dell’Albania gli esuli vengono ospitati nelle case abbandonate del terremoto del 1456, nelle terre dell’Aglianico che diventa pure elemento socio-economico per un’identità culturale perché gli albanesi scelgpno la viticoltura anziche la pastorizia in quanto consentiva una vita stanziale.

Fun fact: il Vulture è un ecosistema talmente particolare che qui è l’habitat dell’unico brameide europeo, una falena che arriva direttamente dal Miocene, venti milioni di anni fa.

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