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Più reddito all'olivicoltura italiana grazie alla sostenibilità

Più reddito all'olivicoltura italiana grazie alla sostenibilità

Solo il 10-15% viene dall’oliva, il resto va sprecato. Non è più sostenibile da nessun punto di vista, né ambientale né economico. In Italia molte superfici olivicole sono abbandonate. I veri imprenditori agricoli sono pochi

16 maggio 2025 | 10:00 | C. S.

Condizioni climatiche avverse, frammentazione, problemi fitosanitari, aumento dei costi di gestione, carenza di manodopera hanno portato a un calo di quasi il 40% nella produzione media, pari a 244mila tons di prodotto in meno nel biennio 2024-2025 rispetto al quadriennio 2006-2009. Affronta il tema Walter Placida, Presidente Federazione Nazionale Olivicola di Confagricoltura: “Veniamo da anni di grande difficoltà ambientale in cui si è speso poco in ricerca. Per fortuna la domanda è alta (l’Italia è il primo consumatore mondiale di olio, ndr), ma non vorrei che l’olivicoltura stesse perdendo centralità nello scenario agricolo nazionale perché, invece, l’olio è ancora strategico per il made in Italy”. Il sistema deve essere innovato per crescere, ma le soluzioni si possono trovare secondo Placida. “Se vogliamo che la filiera non si spezzi, bisogna invitare ai tavoli decisionali anche la grande distribuzione”. Altro tema di grande attualità è mantenere linearità nei prezzi. “Dobbiamo aumentare gli introiti, per esempio attraverso l’oleoturismo, spingere le indicazioni geografiche e riconoscere un equo valore al prodotto e al lavoro degli agricoltori per consentir loro di sopravvivere e continuare a produrre per le nuove generazioni”.

Maurizio Servili, Professore ordinario di Scienze e Tecnologie Alimentari all’Università di Perugia, in Academy è responsabile dei progetti sull’economia circolare: “Il sistema produttivo del Mediterraneo è quasi tutto basato su oliveti secolari, bellissimi paesaggisticamente, ma che non creano sufficiente valore. Oggi i processi sono veloci e dobbiamo entrare nell’ottica che l’oliva non può essere fonte solo di olio. Sprechiamo fino al 90% in peso del frutto trasformato in frantoio e tendiamo a valorizzare il solo olio dal punto di vista economico! La criticità sta nella valorizzazione economica dei sottoprodotti dell’estrazione meccanica degli oli vergini di oliva, acqua di vegetazione e sansa, che attualmente non hanno un valore economico, ma vengono smaltiti per la produzione di biogas o, parte della sansa, utilizzata per l’estrazione dell’olio di sansa. Dobbiamo mettere in atto processi tecnologici smart in grado di produrre valore a partire da tali sottoprodotti. Ci sono molti studi che possono essere trasferiti a livello industriale, sulla valorizzazione zootecnica e, in parte, umana della sanse denocciolate o sul recupero di composti fenolici bioattivi dalle acque di vegetazione, da utilizzare nell’industria alimentare come antiossidanti ed antimicrobici naturali, per la produzione di alimenti funzionali e integratori alimentari”.  

La ricerca “sul campo” è portata avanti dal Prof. Luca Sebastiani dell’Istituto di Produzioni Vegetali della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che sottolinea come la Planet O-live Academy di Costa d’Oro sia partita senza attendere finanziamenti pubblici e aggiunge: “In Italia molte superfici olivicole sono abbandonate. I veri imprenditori agricoli sono pochi e devono confrontarsi con un mercato velocissimo in cui si affacciano competitor stranieri che, bisogna dirlo, spesso sono anche più bravi di noi, soprattutto a condividere”. Non a caso uno dei pilastri dell’Academy, insieme a conoscenza e crescita, è proprio la condivisione. “In due anni abbiamo prodotto diverse pubblicazioni, realizzato seminari e webinar e, grazie ad Assoprol e Confagricoltura, trasferiamo i principi scientifici agli agricoltori in campo. Abbiamo supportato tante aziende, su tutto il territorio nazionale. Il ritorno economico è fondamentale per la sopravvivenza del settore e anche per garantire sicurezza sul lavoro”. 

Quanto il lavoro del tecnico agronomo sia fondamentale in tempi di agricoltura 4.0 lo spiega Daniele Converso di Assoprol: “Prendiamo per mano gli olivicoltori partendo dal campo per arrivare alla costruzione dell’olio, fino all’assaggio professionale con cui comunichiamo qualità e caratteristiche di quella bottiglia costruita in un anno di lavoro nei campi. Perché un’azienda olivicola non deve avvalersi di un tecnico che costruisce il prodotto, come fa l’enologo per il vino, visto che in un’ora di trasformazione si può valorizzare o distruggere un olio?”. 

Forte del radicamento nel cuore verde d'Italia, Assoprol Umbria ha portato all’incontro la voce dell'olivicoltura umbra certificata. "La sostenibilità è un pilastro fondamentale per il futuro dell'olivicoltura umbra e italiana," afferma il direttore Gianfrancesco Petroni e sulla valorizzazione del prodotto certificato: “Noi operiamo nel contesto varietale umbro, quindi in una nicchia della nicchia, ma anche questa tipologia di prodotti deve arrivare al consumatore. Per questo stiamo promuovendo la partnership con Costa d’Oro per l’olio “DOP Umbria”, un progetto nato 3 anni fa che oggi merita più che mai di essere raccontato”.

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