Italia
Agricoltura e mercato, un rapporto da consolidare con nuove regole
Non c'è solo sete e fame di prodotto italiano ma anche di informazione. Le scorciatoie di oggi possono diventare le autostrade del domani. Solo per fare qualche esempio, è possibile un rapporto più diretto produttore-consumatore mediante l’uso di una web camera
11 gennaio 2019 | Pasquale Di Lena
C’è un mondo che è ancora rimasto fermo alle fiere del paese o del paese poco più lontano. Eppure è un mondo che da tempo sa cos’è il mercato, ma, per tutt’una serie di ragioni - la gran parte di ordine politico - non lo considera il suo obiettivo primo da raggiungere, anche in questa fase in cui produce una “merce” sempre più ricercata, il cibo, e, ancor più, se è di qualità e richiama la diversità .
E’ il mondo dell’agricoltura, soprattutto quella segnata dalla qualità, ruralità e da territori che, oltre alla bontà, ha la bellezza da offrire. In particolare oggi, quando la globalizzazione ormai sta per completarsi e, il piccolo, il nostro glocale, ha la stessa forza, abilità, mira e intelligenza di quel Davide che è riuscito a colpire e battere, con un solo tiro di fionda, il gigante Golia.
Un mondo che, da molto tempo, ha esaurito la sua spinta a stare insieme, respinto, com’è stato, dai fallimenti di un mare di cooperative e loro consorzi e tutto perché strutture guidate dall’alto e resi strumenti utili per l’industria agroalimentare e, comunque, riserva di voti per politici del posto. Penso alle tante cantine sociali, e non solo.
Con questa disastrosa esperienza alle spalle non sarà facile stimolare volontà che portano a stare insieme e, insieme, affrontare i Golia moderni, giganti ancora più tremendi di quelli di ieri, le multinazionali. Ma è il solo modo per vivere il confronto e, anche, lo scontro, la sola possibilità di uscire vincitori.
E’ l’unico modo, anche, per percorrere le scorciatoie che il mercato mette a disposizione con le innovazioni.
Scorciatoie che possono diventare presto le autostrade del domani. Penso, solo per fare qualche esempio, a un rapporto più diretto produttore-consumatore mediante l’uso di una web camera; alla possibilità di offrire, insieme con i prodotti biologici, sani e salutari, anche la sostenibilità di un territorio altrettanto sano; alla possibilità, anche, di rendere il racconto della qualità e della sua origine, il territorio - con tutti i suoi valori e le sue risorse, la ricchezza di tradizioni e di esperienze - il piffero magico che richiama il consumatore di ogni parte del mondo .

Non sarà facile, dicevo, ma, per continuare a produrre con la soddisfazione di avere la possibilità di un reddito adeguato, bisogna cambiare e porre come priorità assoluta, il mercato, quale punto di incontro tra produttore e consumatore, l’offerta e la domanda, il luogo degli scambi di uno o più prodotti. Sapendo che – è l’altra condizione per vincere – bisogna essere uniti per dare, in un confronto aperto e pieno di forte concorrenza, all’offerta la giusta forza, ma, non basta, anche il giusto tempo per convincere i consumatori del mercato che è stato scelto. Chi si occupa di marketing e segue le azioni e le iniziative nel campo della promozione, in Italia e all’estero, sa bene che la gran parte delle azioni promozionali che sono state e continuano ad essere fatte da una miriadi di enti, istituzioni, privati, sono una toccata e fuga, e, come tali, perdita di tempo e di denaro, ancor più di opportunità.
Sto parlando del mondo dell’agricoltura e dell’urgenza che esso ha di una svolta, per riprendere il cammino interrotto dal mito dell’agricoltura industrializzata, che ha ingigantito ancor più le multinazionali e impoverito il coltivatore, il pastore e l’allevatore, che, insieme, sono scesi, senza soluzioni di continuità, dai territori più alti alla ricerca di un nuovo lavoro, creando il fenomeno dell’abbandono. E non solo sui monti, ma, anche sulle nostre deliziose colline, e, tutto, per mancanza di un reddito adeguato e di condizioni di vita non più accettabili. Dalle scelte politiche europee e nazionali, fatte proprie da chi doveva difendere il coltivatore e indirizzarlo verso scelte diverse, e, sulla spinta delle politiche agricole comunitarie, è nato un nuovo grande mercato, il solo messo a disposizione del coltivatore, quello dell’offerta dei mezzi e dei servizi necessari per produrre: trattori e macchine sempre più potenti per inutili e dannose arature profonde; semi e piante generose di quantità; concimi di ogni tipo per sostenere la fertilità del terreno a spese di quella straordinaria fabbrica vissuta da microrganismi atti a trasformare, se lasciati nel terreno, sostanza organica in alimenti per le coltivazioni; antiparassitari e anticrittogamici per distruggere, con l’insetto o il fungo cattivo, l’equilibrio che c’era in un dato ambiente, colpendo e distruggendo anche quella flora e quella fauna utili, con conseguenze disastrose, pagate dal più diretto interessato, il coltivatore, e dall’ambiente, con tutte le conseguenze del caso anche per il consumatore finale.
Un solo grande mercato, quello che ha visto – ed ancora vede – il coltivatore- produttore- allevatore protagonista, ma nella veste solo di consumatore e non di venditore, cioè di chi ha nelle mani l’offerta e da essa vuole ricavare un reddito adeguato alla dignità del proprio lavoro. Per la verità, è anche giusto dire, che l’ignoranza del mercato non riguarda solo il mondo dell’agricoltura, ma, anche altri settori. E non solo, tocca ancor più in profondità quello della politica e delle istituzioni, ai vari livelli, che, continuano a perdere ed a far perdere occasioni non solo per errate strategie di marketing poste nella loro programmazione, ma, come sta accadendo da qualche tempo, addirittura per la mancanza di una programmazione e delle necessarie strategie.
Mentre scrivo questo mi torna in mente la situazione di alcune Regioni italiane, e, insieme, la notizia dei 90 milioni di euro messi a disposizione dell’Italia, negli ultimi cinque anni, dall’Ocm vino e rimandati indietro all’Ue perché non utilizzati. Tutto questo mentre leggo i risultati della promozione dei vini della Regione francese che confina con l’Italia, la Provenza, che, in meno di dieci anni, ha visto moltiplicare per dieci le sue esportazioni di vino e altri prodotti dell’agroalimentare, tanto da poter chiedere ai produttori una quota di partecipazione alle campagne successive programmate per la promozione, pari a 3 milioni ogni anno.
Leggo, anche, che la Spagna ha impegnato 7,2 milioni di euro (l’80% è messo a disposizione della Ue) per una campagna promozionale del suo olio extravergine in Cina, dove già esporta, non considerando il mercato dell’Europa, il 25% di tutto l’olio che manda nel mondo. Una campagna che è parte di una strategia globale di promozione dell’olio su 3 continenti e una serie di importanti Paesi, oltre la Cina, quali Taiwan, Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Belgio, Paesi Bassi e il mercato interno spagnolo. L’investimento è di 20 milioni di euro per una programmazione delle attività che durerà tre anni. L’obiettivo è quello di raggiungere un fatturato di 3.800 milioni di euro.
Questo progetto di promozione messo in piedi, per il suo olio di oliva, dalla Spagna, fa pensare a quanto rischia l’olivicoltura italiana in mancanza di un piano e di strategie e, anche, a quanto ha perso il vino italiano, in fatturato e in immagine, per colpa di chi non considera il mercato la priorità delle priorità, mancanza di programmazione e strategie, non utilizzando i 90 milioni già messi a disposizione dall’Europa e poi rimandati indietro per mancanza di iniziative. Tutto questo mentre si consumava, senza una lacrima, la chiusura dell’unica struttura promozionale a carattere nazionale, l’Ente Mostra Vini - l’Enoteca Italiana di Siena, e, nel momento in cui si grida al successo del cibo italiano, in particolare delle sue indicazioni geografiche, Dop e Igp, che un gruppo di sconsiderati, con l’assenso del Ministero che ne sostiene la struttura, ha pensato bene di mettere in un panino del più grande ristorante del mondo, la multinazionale Mc Donald’s, che sta cambiando il gusto delle nuove generazioni e facendo perdere d’interesse quel patrimonio culturale dell’Umanità, il mangiare italiano per eccellenza, che è la Dieta Mediterranea.
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