Italia
L'olio d'oliva è ancora un business per la mafia italiana
Nel mondo olivicolo-oleario non ci guadagna nessuno, o quasi. Il clan Piromalli gestiva un'ampia rete volta al controllo del mercato dell'olio d'oliva in Calabria, da vendere negli Usa grazie a imprenditori compiacenti e ben introdotti
26 gennaio 2017 | T N
Con l'olio d'oliva si possono ancora fare affari d'oro, almeno così insegna la storia della famiglia Piromalli, come raccontata dalla procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria.
Nell'operazione che ha portato all'arresto di 33 persone affiliate a vario titolo al clan, l'olio di oliva, purtroppo, ha un ruolo nient'affatto secondario.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il clan malavitoso controllava gran parte del mercato oleario dell'area di Gioia Tauro, stabilendo i prezzi, i volumi venduti e quanto destinare all'export.
Lo stesso clan si occupava dell'export negli Stati Uniti, presumibilmente di olio di sansa o peggio spacciandolo per extra vergine, grazie all'intermediazione di un amico del gruppo malavitoso. Questo personaggio, descritto come “organico alla cosca”, e residente nel New Jersey, si occupava delle distribuzione, grazie a una salda rete di contatti a Boston, Chicago e New York, oltre che di alcuni utili contatti in reti di ipermercati americani. L'holding statunitense che distribuiva l'olio d'oliva negli States aveva anche una sede operativa a Milano, dove viveva il capo clan dei Piromalli.
L'operazione, oltre che dei Carabinieri del Ros, si è avvalsa anche della collaborazione dell'Agenzia delle dogane i cui accertamenti hanno fatto emergere l'esistenza di condotte illecite in ambito commerciale, fiscale e doganale, con presupposti di riciclaggio di denaro.
Ancora ignoto il giro d'affari oleario del clan Piromalli, al momento la procura ha diffuso solo il dato dell'entità dei beni sottoposti a sequestro, pari a 40 milioni di euro.
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