Gastronomia

BBQ Expo 2026: il barbecue parla italiano, la brace americana incontra il gusto tricolore

BBQ Expo 2026: il barbecue parla italiano, la brace americana incontra il gusto tricolore

A BBQ Expo, dall’11 al 14 aprile 2026 a Fiere di Parma, in contemporanea con Butcher Show, cotture low & slow, bark perfetto e rub tricolori: miele in polvere, agrumi siciliani, aglio nero fermentato. Il barbecue in Italia compie un salto di maturità e diventa cultura gastronomica consapevole

26 febbraio 2026 | 17:00 | C. S.

Cotture da quindici ore, bark compatto e scuro, rub che profumano di limone e arancia siciliani, nuove miscele di pepe studiate al millimetro. Cotenna croccante, carne succosa. Brisket, pulled pork, ribs. La febbre del BBQ conquista anche l’Italia. E non è più solo un fenomeno che guarda con curiosità al ricco e variegato universo a stelle e strisce: oggi prova a reinterpretarlo in chiave tricolore, sperimentando nuovi gusti e nuovi equilibri, preservando l’originalità della cucina Made in USA ma innestandovi una sensibilità italiana fatta di misura, materia prima e cultura del sapore.

Queste tendenze – dalle cotture “low & slow” alle nuove frontiere dei rub, dalla precisione millimetrica delle temperature alle materie prime italiane reinterpretate in chiave BBQ – saranno al centro di BBQ Expo e Butcher Show, in programma dall’11 al 14 aprile 2026 a Fiere di Parma, dove scoprire tecniche di cottura, innovazioni di prodotto, attrezzature di nuova generazione e contaminazioni gastronomiche che stanno ridefinendo il modo di vivere il fuoco. Un doppio appuntamento dove professionisti, aziende e appassionati intercettano le tendenze, testano strumenti, scoprono nuovi tagli, nuove miscele, nuovi equilibri di gusto.

Dal maiale intero cotto per quindici ore della  Carolina al mitico brisket texano, il pubblico italiano mostra una familiarità sempre maggiore con tagli e cotture Made in USA. Non è più semplice curiosità esotica. È una domanda gastronomica precisa, consapevole, che entra nei ristoranti, nelle macellerie, nella grande distribuzione.

Brisket, ribs, pulled pork non sono più parole per iniziati. Sono richieste concrete. Il cliente sa cosa sta ordinando, conosce la differenza tra una cottura rapida e una low & slow, riconosce un bark costruito bene. E pretende coerenza: marezzatura adeguata, tempi rispettati, equilibrio tra affumicatura e succosità.

“Le macellerie – commenta Beatrice Vittadello, founder di BBeaQ che guida un team tutto al femminile, segnale di come il mondo BBQ non sia più monopolio maschile – iniziano a proporre tagli specifici, lavorazioni pensate per lunghe cotture, pezzi interi confezionati con logica BBQ. Negli ultimi anni qualcosa si sta muovendo. Ma sono poche comunque, per ora. Servono professionisti che parlano la stessa lingua, che comprendano cosa significa preparare un boston butt intero, che sappiano come rifilare un petto destinato a una lunga affumicatura”.

Anche la grande distribuzione intercetta la tendenza con referenze dedicate, segno che il fenomeno ha superato la fase di nicchia. “Oggi il pulled pork – rileva Andrea Critelli, ideatore di PitMassive – si trova nei banchi frigo della GDO. E se è arrivato lì, significa che la cultura è penetrata. Dieci anni fa era un termine sconosciuto; oggi quasi tutti sanno cos’è, magari l’hanno mangiato. È la fotografia di una ‘mainstreamizzazione’ del barbecue”.

E la trasformazione è evidente anche tra le mura di casa. Il barbecue domestico non è più la grigliata estiva improvvisata. È progetto. È investimento. Termometri digitali al posto dei “cinque minuti per lato”, sonde per monitorare la temperatura interna, pellet per garantire combustione costante, modelli elettrici che dialogano con impianti fotovoltaici e abitazioni ad alta efficienza energetica.

Il barbecue, in Italia, insomma, è sempre meno costume e sempre più gastronomia. Una gastronomia che non si limita a replicare modelli, ma li rielabora: un processo di reinterpretazione culturale che traduce le cucine USA in un linguaggio più vicino al gusto italiano. “La vera partita – continua  Andrea Critelli – non è copiare il modello americano. L’Italia ha una sensibilità altissima sul bilanciamento del gusto, sulla misura delle spezie, sulla pulizia aromatica. Se si unisce questa tradizione alla disciplina delle cotture americane, il risultato può sorprendere anche oltreoceano”.

Una italianizzazione del barbecue che passa prima di tutto dal rub, che da semplice miscela di spezie diventa progetto aromatico. Nel modello americano sale, paprika, pepe, aglio e zucchero costruiscono struttura e bark, la crosta scura e compatta che sigilla le lunghe cotture. “L’elemento che più sorprende il pubblico italiano – spiega Critelli – è lo zucchero. Metterlo sulla carne, per molti, è quasi un tabù. Eppure nel barbecue americano è parte integrante del processo: contribuisce a costruire il bark, la crosta scura e aromatica che si forma nelle lunghe cotture come risultato di reazioni chimiche complesse”.

In Italia, quella grammatica si arricchisce di agrumi mediterranei, mieli locali, fermentazioni lente. Limone e arancia siciliani biologici portano freschezza naturale; l’aglio nero di Voghiera, fermentato per 60 giorni secondo disciplinari rigorosi, aggiunge profondità senza aggressività; il miele in polvere sostituisce lo zucchero di canna tradizionale con una dolcezza più integrata. Anche il caffè entra in scena, liofilizzato a meno 40 gradi per preservarne le componenti aromatiche, capace di restituire note che richiamano il cioccolato più che l’amaro tostato.

“Il risultato – racconta Riccardo D’Amaro, founder di BBQ King – è un barbecue molto più pulito in bocca, meno salato, meno pepato, meno dolce. Dolce, piccante e salato dialogano senza sovrastarsi. Il fumo accompagna, non domina”.

A questa evoluzione si affianca una crescente attenzione scientifica ai dettagli. La granulometria del pepe diventa variabile strategica. Non è solo una questione di varietà, ma di dimensione del chicco, di rilascio, di resistenza al calore. A BBQ Expo D’Amaro porterà un pepe 16 mesh – il Brisket Rub – spaccato in parti regolari, che garantisce struttura durante le 15 o 18 ore di cottura del brisket. “Abbiamo scelto proprio una granulometria molto grossa – spiega D’Amaro – per far sì che durante la lunga cottura del brisket il sale si sciolga gradualmente. Se il pepe fosse troppo fine, brucerebbe. Se fosse polveroso, svilupperebbe note amare. Ormai nessuno più vuole un rub farinoso. Oggi si cerca una consistenza simile a sabbia grossa, capace di resistere al calore e di restituire tridimensionalità al morso”.

È il segno più evidente di una trasformazione profonda. Il barbecue in Italia non è più solo passione, ma sistema. Attorno alla brace si costruiscono competenze, imprese, filiere dedicate, standard produttivi. Emergono figure nuove: pit master che sono anche imprenditori, capaci di coniugare tecnica, gestione, sicurezza alimentare, identità di marca.

L’American BBQ, da fenomeno percepito come folkloristico, si è trasformato in un segmento strutturato, con laboratori di ricerca, format replicabili e una cultura professionale definita.  Il fuoco del barbecue arde sempre di più in Italia. È una cottura lenta che sta trovando il suo punto perfetto: tecnica, identità, mercato. Oggi il barbecue non è più solo passione. È cultura, impresa, industria. E parla sempre più italiano.

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