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LA QUESTIONE "PREZZO DEL VINO". MA E' DAVVERO L’UNICO ELEMENTO DI CRISI DEL SETTORE VITIVINICOLO?

L’elevato costo delle bottiglie è un tema molto dibattuto. Non solo nei covegni. Lo scambio di accuse tra produttori, enotecari e ristoratori ha infervorato la polemica. Al recente Vinitaly non si parlava d’altro. Quasi a voler nascondere i fattori critici di un comparto che sembrava destinato a fasti imperituri. Le dichiarazioni di Attilio Scienza, Renzo Cotarella, Fulvio Pierangelini e altri

17 aprile 2004 | Alberto Grimelli

Il comparto vitivinicolo è malato, non moribondo certo, ma affetto da una sindrome molto pericolosa e altamente contagiosa, si chiama esaltazione collettiva.
“L’errore principale dei produttori, - dichiara Renzo Cotarella, direttore generale Antinori - ma anche di tutta la filiera, è stata l’illusione di facili guadagni col vino. Si pensava che il mercato dei vini di alta gamma e qualità fosse inesauribile, così come la possibilità di spingere sul prezzo. Sulla base dell’esperienza di un’azienda che da ventisei generazioni si occupa di viticoltura vi posso dire che servono ingenti investimenti, per cui il denaro che rimane all’imprenditore alla fine dell’anno non è poi così tanto.”
Questo nocivo senso di euforia pervade ancora il comparto e coinvolge tanto i piccoli quanto i grandi produttori ma non risparmia neanche enotecari e ristoratori. Tutti a difesa del dio Bacco ma non certo a scapito della propria categoria. Il vino è cultura, immaginazione e territorio, elementi che il consumatore non può trascurare e deve pagare.
“Anche una buona bottiglia, – ci dice il professor Attilio Scienza - con tutto quello che possiamo aggiungerci, i lieviti più costosi, le barrique più care…, può costare al massimo 10 euro. Il prezzo del vino è quindi composto da immaginazione, fantasia, marketing e cultura. Solo così si spiega il surplus di vendita.”
Concetto ribadito ed ampliato da Francois Mauss, esperto degustatore di fama mondiale, che ricorda che “il vino è una merce come un’altra. Il prezzo è determinato dall’incrocio fra domanda ed offerta.” Una delle più elementari e semplici regole di economia.

Forse l’elemento di maggiore criticità del comparto vitivinicolo è proprio aver dimenticato anche le più elementari nozioni di economia. È stata una rincorsa verso l’affinamento della tecnica e della tecnologia, con ingenti investimenti, per migliorare qualità e caratteristiche del proprio prodotto, senza pensare al passo successivo, ovvero la vendita. Quasi che il vino si vendesse da sè. Questo denota scarsa programmazione, professionalità e spirito imprenditoriale.
“Nella piccola-medio azienda manca progettualità – afferma il professor Attilio Scienza – Come ricordo sempre ai miei studenti, in ogni azienda ci può essere un top di gamma, che deve rappresentare solo il 5-10% del totale, ovvero devono essere anche presenti prodotti di media e bassa caratura. Non bisogna essere così presuntuosi da pretendere di fare solo top di gamma, spingendo sul prezzo del vino.”
Ancora più duro Giovanni Longo, enoteche Vinarius “c’è un esercito di improvvisatori che si sono innamorati della viticoltura e dell’enologia. Notabili, industrialotti, professionisti hanno comprato terreni, investito capitali, trattando quindi l’azienda come un giocattolo o un’amante. Hanno acquistato i materiali migliori, si sono contesi gli enologi e i wine-maker più preparati per poi far uscire i propri vini a prezzi stratosferici. Non hanno tuttavia storia, esperienza e la passione di anni o secoli alle spalle. Non hanno quel bagaglio di conoscenze dei produttori che hanno fatto la fortuna della vitivinicoltura nazionale, passando più tempo in aereo che nel proprio letto, pur di far marketing e promozione.”

Secondo Fulvio Pierangelini, chef e patron del rinomato ristorante Gambero Rosso, non è solo questione di mancanza di imprenditorialità. “I vini che sono rincarati di più sono quelli di grande successo internazionale. La moda, le guide e i premi hanno influenzato il mercato estero, tedesco , americano ed inglese. Rimangono invece moltissimi vini italiani, di aree semisconosciute, a cui per gusto e affinità lo straniero non si avvicina. Ebbene queste produzioni sono spesso maltrattate anche dagli italiani che hanno appreso solo la parte deleteria della cultura del vino: la moda.”
La tanto sbandierata cultura vinicola diffusa e generalizzata si ridurrebbe quindi solo ad apparenza, ad un gioco o peggio a fenomeno di costume. Acquistare e degustare vini pregiati non per il piacere di assaporare prodotti straordinari, connubi perfettamente riusciti di territorialità, vitigni e sapienza e maestria del vignaiolo e del cantiniere, ma solo per poter sfoggiare con orgoglio e malcelata soddisfazione l’etichetta famosa e costosa.
Il vino al pari di gioielli, orologi o auto di lusso. Un oggetto superfluo, un bene puramente edonistico. “Si beve meno, si beve meglio”, ma solo quando c’è disponibilità economica. Altrimenti vi si può rinunciare, con gran sollievo per il portafoglio.

Il fattore prezzo del vino non è la sola causa della crisi che attanaglia il comparto da alcuni anni. Eppure l’attenzione si è concentrata solo ed esclusivamente su questo elemento. Le forti polemiche che hanno suscitato le battaglie e i pamphlet tra i vari componenti della filiera (produttori, enotecari, distributori, ristoratori, giornalisti e consumatori) hanno invece catalizzato l’interesse, quasi a voler dimenticare e nascondere tutti gli altri importanti e portanti temi.
In fondo proprio l’argomento costo del vino è quello più semplice da affrontare, con la soluzione più a portata di mano, ovvero far scendere il prezzo al dettaglio, al consumatore. Naturalmente molte, variegate e stravaganti le proposte sul tappeto. Dalla proposta del vino al bicchiere, alla riduzione dell’Iva, fino a “porta a casa la bottiglia” ovvero l’avanzo di quanto consumato al ristorante, una sorta di cartoccio dei tempi moderni.
Alcuni dei citati rimedi sono anche attuabili, ma tutti hanno un grande limite, lasciano intaccati tutti gli altri problemi cronici e congeniti che il settore porta con sé.

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