Mondo Enoico
Come ti anniento la reputazione. Vini falsi, mai abbassare la guardia
Scendere troppo sui prezzi è pericolosissimo, le scorciatoie sono ingiustificabili. Come si può ritornare a ricalcare la scena mondiale in maniera credibile? A colloquio con Fabio Piccoli, alla ricerca di una soluzione ai tanti problemi che hanno afflitto l'agroalimentare italiano
10 maggio 2008 | Luigi Caricato
Frodi e sofisticazioni nel settore agroalimentare. Il tema è quanto mai attuale e pieno di insidie. Per affrontarlo occorre rivolgersi a una figura giusta e attendibile. Fabio Piccoli, giornalista e grande esperto di comunicazione, è senz'altro la persona più indicata, per professionalità indiscussa e per competenza maturata sul campo. Tanto più che è autore di un testo di centrale importanza, per quanti intendano occuparsi seriamente di comunicazione, uscito per Agra Editrice con il titolo La Comunicazione nel Food & Beverage. Farsi conoscere con piccoli budget: link esterno
Insomma, dopo tali scandali a ripetizione, prima le mozzarelle alla diossina, poi il caso Brunello, poi il vino artefatto, poi l'olio di semi camuffato e spacciato per olio extra vergine di oliva, è la la volta buona di parlare di comunicazione dopo tale terremoto di notizie sopesso lanciate senza alcuna attebnzione a non creare danni all'intero sistema. Ma affidiamoci al pensiero del giornalista Fabio Piccoli.
Prima o poi uno scandalo dalle forti tinte sensazionalistiche sarebbe scoppiato. Si sentiva nell'aria. Non credi che in parte sia il frutto di un giornalismo drogato, che ha perso stile e capacità di affrontare la realtà in maniera etica?
Indubbiamente si tratta di un caso che ha fatto emergere ancora una volta come il cosiddetto giornalismo "generalista", cioè non specializzato, non solo continua ad avere scarsa conoscenza del settore ma spesso utilizza modalità scandalistiche discutibili soprattutto nei confronti di quei comparti economici che sono più "deboli" sul fronte della comunicazione. E il vino, nonostante tutto, non solo è frammentato sul fronte della produzione ma è polverizzato anche sul versante della comunicazione. Non si è avuta, infatti, anche in questo caso una risposta univoca del comparto ma diverse reazioni, risposte, comunicati, talvolta anche un po' contraddittori tra loro. Detto questo, però, va con altrettanta onestà riconosciuto che si tratta di notizie che da tempo circolavano nel settore enologico e che dimostrano come sia pericoloso abbassare la guardia sul versante della qualificazione delle produzioni. Le analisi e indagini in corso, infatti, dimostrano che esiste ancora oggi una, seppur limitata, frangia di produzione che non rispetta i canoni della qualità minima. E non è limitata alle sole imprese che sono state direttamente coinvolte nelle indagini ma anche ad altre che hanno utilizzato questa sorta di "premiscela" alcolica (acqua, melasso, acido cloridrico, solforico e fosforico, fosfato ammonico, fosfato biammonico e solfato di ammonio che vengono normalmente impiegati in enologia come attivatori della fermentazione del vino) utilizzata per questa sofisticazione.
Detto questo è evidente che questa informazione sensazionalistica ha messo insieme, in maniera scorretta, due fatti totalmente diversi tra loro che rischiano di generare una pericolosa confusione tra i consumatori.
Nel caso del Brunello di Montalcino, infatti, l'illecito sarebbe stato il non rispetto, da parte di alcune aziende (ancora il numero non è chiaro in quanto l'indagine è ancora in corso) del disciplinare di produzione.
Un illecito, sicuramente, ma ben diverso dalla sofisticazione di un vino.
Sull'argomento ci sono però inchieste che scandagliano i molti punti deboli del comparto alimentare senza per questo risparmiare critiche e valutazioni sulla realtà dei comparti produttivi. Insomma, una corretta informazione senza il ricorso al sensazionalismo è fattibile!
Che il nostro comparto agroalimentare abbia dei punti deboli non vi è dubbio. Ma questo potrebbe essere considerato un fatto praticamente fisiologico per qualsiasi comparto produttivo. Se vogliamo fare dell'informazione corretta ed utile, però, dovremmo chiederci come mai si è arrivati a questo caso di sofisticazione dopo oltre vent'anni, dal tragico caso del metanolo, che sembrava avesse messo fine a qualsiasi forma di adulterazione del vino.
Si tratta di una scorciatoia per abbassare i costi di produzione e «arrivare» in tempi più brevi ad un prodotto che si può definire vino.
Questa miscela sofisticata, infatti, entra in percentuale differenziata in alcuni vini da tavola in vendita in alcuni supermercati italiani. Si tratta, normalmente, di vini che sono sullo scaffale a prezzi ben al di sotto dei 2 euro (si arriva anche a 70 centesimi per alcuni prodotti venduti in brik, il famoso cartone).
Quest'ultimo fatto dovrebbe portare ad una importante considerazione e avvertenza per i consumatori: fatevi venire qualche dubbio quando siete in presenza di prezzi troppo bassi per un prodotto come il vino che richiede materia prima sana, tempi di lavorazione lunghi, confezionamento adeguato (soprattutto quando si tratta di una bottiglia di vetro, più un tappo di sughero, più una capsula, più un'etichetta). E a questo riguardo mi auguro che anche le catene di distribuzione (la cosiddetta grande distribuzione organizzata), che sono oggi i principali mediatori tra produzione e consumatore (oltre il 70% del vino italiano viene venduto nei supermercati) facciano ulteriori sforzi per garantire l'assoluta qualità .
Spingere i prezzi sotto certi livelli è pericolosissimo e potrebbe portare (lo stiamo vedendo in queste settimane) qualche produttore disperato (quando
non delinquente) ad accettare un prezzo insostenibile per la realizzazione di un vino vero.
Nell'introduzione al tuo libro La Comunicazione nel Food & Beverage. Farsi conoscere con piccoli budget - un testo fondamentale per chi intende affrontare il tema della comunicazione in maniera seria e professionale - Carlo Cambi fa capire come sia degenerato il mondo del giornalismo. Insomma, cosa possiamo concludere? Dobbiamo lasciare ancora spazio all'ottimismo?
Io penso che vi è ancora spazio per l'ottimismo ma prima è necessaria un'analisi profonda, mi verrebbe da dire spietata, senza reticenze, del sistema, delle modalità di comunicazione del mondo del vino. Non si tratta di fare operazioni di moralizzazione, intendiamoci bene, ma semplicemente di fare chiarezza sulla distinzione tra informazione e comunicazione. Da anni si discute sulla necessità di riunirci, noi cosiddetti giornalisti dell'enogastronomia, in associazioni o cose del genere. Io francamente ci credo poco anche perché spesso si trasformano in fraternite per qualche mangiata in giro per l'Italia. Penso invece sarebbe utile una sorta di centro studi, di analisi, di osservatorio del settore con un approccio quasi scientifico alla tematica dell'informazione e comunicazione dell'enogastronomia. In grado anche di realizzare indagini che aiutino anche l'evoluzione del linguaggio della comunicazione enologica oggi molto probabilmente obsoleto e ben lontano dalle aspettative dei consumatori.
Il caso Brunellopoli ha messo in seria crisi il mondo della comunicazione eroica. C'è stato grande imbarazzo tra i giornalisti e gli addetti stampa. Sicuramente è stato commesso un errore comunicazionale da parte del consorzio e degli stessi produttori, nel non chiarire da subito la realtà . Come vedi, in particolare, tale caso? Come pensi si risolverà , ma soprattutto come credi si debba risolvere per restituire l'immagine di prestigio oggi in parte compromessa?
Penso che la scelta peggiore sia quella del silenzio. Queste vicende devono rappresentare un'occasione straordinaria per parlare con trasparenza, chiarezza dei problemi del settore. E' da anni che si parla della difficoltà di rispettare alcuni disciplinari di produzione, inutile negarlo. Fare finta che il problema riguardi solo pochi produttori potrebbe rappresentare una scelta pericolosissima. Già oggi si sta parlando di controlli da parte di Nas, Guardia di Finanza, anche in altri consorzi di tutela, cosa aspettiamo che altre nostre doc prestigiose vengano messe alla gogna? La maturità di un settore la si misura anche nella sua capacità di fare autocritica. Da questo punto di vista mi permetto di dire che non mi accodo ai tanti che hanno "giurato vendetta" ai giornalisti dell'Espresso. Non mi piace quel modo di fare giornalismo ma penso che sia preferibile andare a guardare la realtà fino in fondo invece di "piangersi addosso" o accusare chi comunque alcune cose vere le ha scritte. Lo considero anche una sorta di provincialismo culturale. Bene ha fatto VeronaFiere a denunciare l'Espresso per il titolo "Velenitaly" che ovviamente andava a speculare biecamente sul prestigioso marchio Vinitaly ma per il resto si deve andare a rispondere con chiarezza e trasparenza su ogni elemento di accusa emerso dall'indagine del noto settimanale".
Dopo Velenitaly, uno sconvolgimento forzato, dai toni terrorizzanti, da parte dei giornalisti dell'Espresso, qualcosa un po' cambierà lo scenario attuale. Si scriveranno comunicati stampa meno altisonanti, meno entusiastici di quelli che finora abbiamo letto?
Un po' di maggiore sobrietà penso non possa nuocere al settore. Io nasco come giornalista economico e sono i fatti, i numeri, che continuo a considerare fondamentali. Penso sia necessaria una maggiore competenza altrimenti si rischia di limitarsi a delle suggestioni e quando siamo in crisi non abbiamo più parole da usare, rimaniamo senza fiato. Quanti colleghi, quindi, anche del settore, sono andati ad indagare realmente, dopo i fatti letti sull'Espresso, quanto è successo in concreto? Temo molto pochi e quindi non mi meraviglia che alla fine vi sia stata una preoccupante omologazione delle reazioni. Il settore ha bisogno di una comunicazione e di un giornalismo serio ed autorevole e questo lo si può realizzare solo con la competenza, lo studio, l'approfondimento, altrimenti si rischia di fare solo della sterile chiacchiera.
In conclusione, a parte le esagerazioni e le forzature che sono capitate, come credi si risolverà la situazione?
Con una presa di coscienza di tutto il settore, di tutta la filiera, e di tutti coloro che a vari livelli si occupano di informazione e comunicazione.
Dicendo basta alla superficialità , ma approfittando di questa vicenda complessa per aumentare il livello di attenzione alla qualità non solo quella della produzione ma anche della comunicazione.
TESTO CORRELATO
L'arte del comunicare e del farsi conoscere. Un libro di Fabio Piccoli, La Comunicazione nel Food & Beverage. Farsi conoscere con piccoli budget per Agra Editrice.
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