Mondo Enoico

Si delineano strade divergenti, ma non alternative, per il futuro della produzione vitivinicola

Il nettare di Bacco è una bevanda alcolica o un’icona di tradizioni e culture? La risposta a questa domanda viene dal mercato anche se non sempre il responso è univoco e risente di diverse sensibilità

26 gennaio 2008 | Graziano Alderighi

Le ricerche e analisi riportano sempre allo stesso argomento.
Qualità e valore aggiunto oppure standardizzazione e abbattimento dei costi?
Anche il pluriennale dibattito sulla riforma dell’ocm vino ha inevitabilmente risentito di questa fondamentale domanda.

Per imboccare la strada dell’alta qualità, delle produzioni a elevato valore aggiunto è necessario però che vi sia un consumatore attento, con una buona cultura enologica, oppure no?
In realtà, secondo il California Institute of Technology (Caltech), è il prezzo a determinare, nella mente degli acquirenti, la qualità del prodotto. Inverosimile? Non particolarmente, considerando che il vino è anche moda e status symbol.
A ventuno volontari americani è stato chiesto di assaggiare alcune bottiglie di Cabernet-Sauvignon di prezzi diversi, in alcuni casi non veritieri, e di scegliere i loro preferiti. Ai volontari è anche stato dato lo stesso vino ma sulle bottiglie erano indicati due prezzi diversi e la maggior parte ha preferito quello fatto passare per più costoso. I ricercatori sono anche riusciti a spacciare ai sommelier dilettanti un Cabernet-Sauvignon da 90 dollari per uno da 10 e a far credere che uno da cinque ne valesse 45. Il cervello dei volontari era sottoposto a un esame con uno scanner per verificare l'attività della corteccia frontale, l'area del cervello associata all'attività decisionale e del gusto, e si è visto che entrambe erano più attive mentre il volontario assaggiava il vino ufficialmente piuù costoso. Antonio Rangel, che ha guidato l'equipe del Caltech, ritiene di aver dimostrato che "le aspettative condizionano la piacevolezza di un'esperienza".

Taluni considerano un pericolo tale processo, che snatura il vino, facendolo divenire un bene voluttuario. Non più un “alimento” da consumarsi quotidianamente ma un piacere da degustare in occasioni particolari e a piccole dosi.
Estremizzando tale processo si arriverebbe ad avere un surplus produttivo permanente, con conseguenti perturbazioni del mercato e gravi crisi per il tessuto vitivinicolo europeo e mondiale.

Per scongiurare tali ipotesi occorrerebbe tornare a una visione più tradizionale del vino, senza tuttavia rinunciare a utilizzare pienamente nuovi strumenti di marketing, dall’indicazione del vitigno in etichetta fino a nuovi packaging.
Così non poteva mancare nel panorama del confezionamento la bottiglia "bordolese" in poliestere, con un design tutto italiano abbinato a tecnologia statunitense. Il contenitore da 0,75 litri riprende la silhouette della tipica bottiglia bordolese per vino: forma cilindrica, spalla ben marcata, fondo concavo. La chiusura è costituita da un tappo in alluminio e da un filetto bvs del tutto simile a quelli oggi utilizzati per le chiusure a vite del vino in vetro.
La bottiglia, che pesa 50 grammi, oltre a preservare la qualità del vino, assicura anche la resistenza al carico assiale durante le operazioni di imbottigliamento; è stata infatti studiata per essere riempita con le normali linee per il vetro.
Il designo della bottiglia è stato studiato attentamente, perfezionato nei minimi dettagli in modo da riuscire a trasferire le stesse emozioni di freschezza e sapore antico tipici del vetro.
Tradizione e innovazione, riducendo i costi e ampliando il potenziale bacino di utenza.

Quale delle due strade sarà quella vincente?
Molto difficile rispondere a questa domanda, si tratta di concezioni diverse, divergenti, anche se non necessariamente alternative.

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