Mondo Enoico

DA “REPORT” UN ATTACCO GRATUITO E PROTERVO AL MONDO RURALE

Dopo la nostra ferma denuncia, sono seguite alcune lettere favorevoli e contrarie. Qui intanto presentiamo l’autorevole punto di vista del giornalista Stefano Tesi. La sua posizione pone in luce “l’arroganza tipicamente demagogica di chi sente dalla sua l’impunità e l’appoggio di un’opinione pubblica-bue, pronta a bersi le fanfaluche dei nuovi paladini del moralismo”

03 dicembre 2005 | Stefano Tesi

Più annoiato che indignato ho assistito anch’io, come milioni di italiani, all’intemerata televisiva della Gabanelli sul vino nostrano e alle polemiche che ne sono seguite.
E’ vero, si è trattato di un attacco gratuito e protervo, scagliato con l’arroganza tipicamente demagogica di chi sente dalla sua l’impunità e l’appoggio di un’opinione pubblica-bue, pronta a bersi le fanfaluche dei nuovi paladini del moralismo, della tv-verità, delle baggianate camuffate da servizio sociale. Ma detto questo, che c’è da meravigliarsi? L’uscita di Report è un segno dei tempi. Neppure il primo e neppure il più originale.

Cosa potrà mai capire la gente, Gabanelli compresa, di un mondo – quello rurale – che ormai è lontano anni luce dalla memoria collettiva, relegato in una stucchevole cornice bucolica, buono per la pubblicità del Mulino Bianco o della Valle degli Orti, ma sottoposto nella realtà all’attacco concentrico di una società che non lo riconosce e pertanto non lo capisce più?

L’agricoltura e la campagna per l’uomo della strada di oggi sono come le crinoline, i dagherrotipi, i carri a tiro animale, il velocipede, la modestia, la verginità: simboli di un passato remotissimo e spesso risibile, sepolto dal “moderno”, utile appunto per fare del colore, ma da combattere se solo osa intralciare il cammino del luminoso futuro, della tecnologia, dell’iperconsumo, del “sociale” elevato a nuovo oppio dei popoli.

Il vino dunque non è che la punta dell’iceberg: è l’intero universo agricolo che è sotto attacco. Intendiamoci, non è che esso sia scevro da colpe e da responsabilità. Più volte io stesso mi sono scagliato, anche di recente, contro l’industria vinicola, le sue truffe, le sue storture. Ma quando da più parti monta la marea tendente a dimostrare che l’agricoltore è un furbo che vive a sbafo sulle spalle della comunità, uno che lucra alle spalle di ogni cittadino dell’Ue due euro al giorno (lo ha detto la Gabanelli), che si arricchisce coi “contributi” (magica parolina equivalente all’antico “dagli all’untore”), che c’è da sperare?

Che dire quando un grande o presunto tale giornalista, il moraleggiante Gianni Riotta, dalle colonne del Corriere tuona chiedendo che i contadini (come lui li chiama) “producano nel libero mercato, senza strozzare, con il doping dei sussidi, i poveri d’Africa”?

Capito? Sono gli agricoltori i veri responsabili della fame nel mondo e in Africa in particolare. “Sono soldi – prosegue l’ineffabile Riotta – sottratti ai disoccupati, alle periferie, la ricerca, la tecnologia, l’innovazione. I duchi, i re e le regine (allude ai sussidi percepiti da Elisabetta II per i suoi possessi agricoli) stanno seduti su un tesoro di euro verdi, i ragazzi europei non sanno dove trovare lavoro. Vi pare giusto?”. Neanche ai tempi del formidabile ’68 si erano sentire tante scempiaggini retoriche in un colpo solo.

Capita insomma l’antifona? L’agricoltura avrebbe sulla coscienza non solo la piaga della fame, ma pure quella della disoccupazione, delle banlieuse degradate e in subbuglio, dell’arretratezza tecnologica, della stasi della ricerca e financo della mancata innovazione. Ci manca che addossino ai poveri agricoltori gli attentati dell’11 settembre, poi siamo tutti.

No, caro Riotta, non ci pare giusto, ci pare solo una colossale sciocchezza. Siccome la legge è uguale per tutti, va benissimo che un agricoltore – principe o villano che sia – percepisca i contributi che l’ordinamento gli riconosce. Ma soprattutto vorrei che qualcuno spiegasse a Riotta e a quei milioni di italiani che credono al crucifige della Gabanelli che quei “sussidi” per i quali si grida allo scandalo sono solo uno strumento, l’unico, affinché la nostra millenaria campagna, tanto amata quando si tratta di farsi weekend nel verde con gli amici e pontificare in salotto sulla tutela della natura e del paesaggio agrario, rimanga presidiata ed eviti un abbandono già oggi in larga parte inevitabile ed incipiente. Sono l’unica ancora di salvezza per milioni di ettari di suolo lentamente plasmato e addomesticato e che farà presto a tornare al suo stato primigenio, quando non ci sarà più nessuno a regimarlo, a contenerlo, a lavorarlo in cambio, sì, di qualche euro ma a costo di una
vita in salita, asociale, difficile, precaria, solitaria e modesta. Allora sì, sapremo chi saranno i responsabili delle inondazioni, delle frane, della rovina del paesaggio e dell’architettura rurale.

Ma cosa può mai importare? Anche allora ci saranno sempre una Gabanelli e un Riotta pronti a tirare fuori dal cassetto un “coccodrillo” con cui piangeranno i bei tempi andati della società rurale, dei contadini curvi sull’aratro, dell’aria buona e dei cibi genuini che non ci sono più. E la colpa a chi la daranno, allora?

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