Mondo Enoico
L'irrigazione indispensabile per una viticoltura di qualità
I cambiamenti climatici ci portano a riconsiderare scelte agronomiche, fatte con i disciplinari di produzione, anni fa. Non esistono più territori vocati che possano sopperire “in proprio” alle esigenze idriche della vite. Soluzioni e prospettive per il domani
17 luglio 2015 | Emiliano Racca
Rimane tutt'ora assai diffusa la convinzione che la vite sia una coltura che abbisogni di poca acqua, e che pertanto vada gestita "in asciutta" senza l'installazione di impianti di irrigazione. Sarebbero quindi sufficienti le acque di precipitazione...mentre l'erogazione di altre acque viene percepita come una forzatura per aumentare le rese e le quantità a scapito della qualità del prodotto finale.
Insomma il territorio veramente vocato alla viticoltura sopperirebbe "in proprio" alle esigenze idriche della vite.
Eppure tutti gli studi più aggiornati in materia, mettono in risalto l’importanza strategica della gestione idrica del vigneto al fine di raggiungere il miglior rapporto tra quantità e qualità della produzione (La vite e il vino, 2007 Bayer CropScience). Si auspicherebbe quindi per il futuro un atteggiamento meno fideistico e acritico da parte del mondo vitivinicolo in genere nei confronti dell'irrigazione della vite da vino, a maggior ragione in ottica futura, dove - secondo le previsioni - si assisterà ad un cambiamento delle condizioni climatiche che si faranno più estreme con reiterati periodi di siccità alternati a forti ed intense precipitazioni.
La vite in effetti è una grande consumatrice d’acqua - i suoi bisogni idrici nel corso del suo ciclo vegetativo sono di circa 500 l/m2 (H. De Tomasi, 2006) – e presenta necessità diverse a seconda dello stadio fenologico. Per esempio una bassa disponibilità di acqua e un conseguente stress idrico nella fase di gemogliamento e fino all’allegagione potrebbe risultare davvero critico, limitando la crescita dei germogli, provocando aborti dei fiori e cascola degli acini; di contro uno stress idrico nel periodo allegagione-invaiatura(moderato) e nel periodo post-invaiatura (da moderato a elevato) sarebbe positivo, favorendo la crescita dei grappoli e migliorando la maturazione e la qualità del prodotto finale.
Fatte queste premesse, vedremo di seguito quali percorsi si possono seguire per una migliore gestione idrica del proprio vigneto, sia nel caso si abbiano problemi di carenza idrica che nel caso opposto di disponibilità eccessiva e di idromorfia.
Nel caso di terreni asciutti e climi siccitosi, si potrebbe adottare la strategia del “deficit idrico controllato” attraverso il monitoraggio dello stato idrico della pianta e del suolo. Spesso infatti capita che chi ricorre all’irrigazione per forza di cosa, si basi su valutazioni visive in campo (viticci, foglie accartocciate…) ma spesso quando la pianta presenta questi sintomi è già troppo tardi per intervenire. Bisognerebbe allora anticipare i tempi, tenendo sotto controllo il potenziale idrico fogliare, con l’utilizzo della camera a pressione di Scholander; per la determinazione della quantità d’acqua da erogare e i turni irrigui si dovrà invece misurare l’umidità del suolo; in questo caso si adopererà per la misura in campo il sensore Watermark, rivelatosi il più idoneo per la viticoltura (Pertoll, Centro Laimburg). Per conoscere invece più precisamente i fabbisogni della coltura si farà riferimento ai valori dei consumi idrici e al calcolo dell’evapotraspirazione.
In merito alla scelta del sistema di irrigazione più adatto, si opterebbe essenzialmente,o per un impianto a goccia o per la sub-irrigazione, che consentono entrambi maggiore efficienza e risparmio della risorsa acqua.
Venendo invece al problema inverso, vale a dire quello dell’idromorfia, è stato sperimentato - parrebbe con un certo successo - il metodo dell’elettro-osmosi passiva (H. De Tomasi, 2006). Si tratta in buona sostanza di un metodo che si rifà ai fenomeni dell’elettro-osmosi e dell’elettro-filtrazione: si dovrebbe in buona sostanza creare una differenza di potenziale elettro-magnetico per generare uno spostamento dei liquidi interstiziali. Applicando questi principi al suolo, generando cioè un campo elettro-magnetico per bloccare l’acqua che risale in superficie per capillarità, si raggiungerebbe l’obiettivo di liberare gli orizzonti fertili dall’acqua in eccesso e di arieggiare l’ambiente suolo, reso asfittico.
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