Mondo Enoico

SI FA LARGO UNA TEORIA INTORNO ALLE ORIGINI DEL VINO. IN SARDEGNA LA TERRA MADRE

E' stata presentata a Oliena una curiosa ricerca effettuata dal Centro regionale agrario sperimentale su ruolo e importanza dell'Isola nella domesticazione della Vitis Vinifera. Il laboratorio vinario di epoca romana scoperto nel nuraghe Arrubiu di Orroli è una chiara testimonianza di una antica e fiorente attività enologica

05 novembre 2005 | Marco Rossi

Si è svolto ad Oliena, in Provincia di Nuoro, presso i locali della Cantina “ Gostolai “ di Tonino Arcadu un convegno intitolato "Vino, vitigno, territorio", alla presenza di esperti e ricercatori della materia.

In tale contesto è stata presentata una interessante ricerca effettuata dal Cras (Centro Regionale Agrario Sperimentale ) nella quale si individua la centralità della Sardegna in merito alle origini del vino.

Gianni Lovicu ha illustrato la ricostruzione storica della vite, prendendo in considerazione la Sardegna destinataria di un patrimonio viticolo ove il conquistatore di turno fosse esso fenicio, romano o spagnolo portava con sé.

Il ruolo e l’importanza della Sardegna nella domesticazione della Vitis Vinifera è stata abbondantemente sottovalutata, nonostante la civiltà nuragica sia stata capace di tessere traffici e rapporti con le diverse aree del Mediterraneo.

Dai popoli del mare all’epoca romana sono molte le testimonianze relative alla vite e al vino in Sardegna. Il laboratorio vinario di epoca romana scoperto nel nuraghe Arrubiu di Orroli è una chiara testimonianza di una fiorente attività enologica di quell’epoca.

Le ipotesi correnti, relative alla presenza di vitigni ben definiti, fanno risalire ai monaci bizantini l’introduzione del vitigno Malvasia che sarebbe stato diffuso solamente in due zone dell’Isola: il Campidano di Cagliari e la zona di Bosa.

La storia di questo vitigno è una testimonianza indiretta della conoscenza delle pratiche viticole in epoche precedenti: infatti questa varietà, anziché propagarsi a macchia d’olio nell’Isola rimase confinata in poche e limitate regioni, a dimostrazione dell’esistenza di una agricoltura consolidata, che non aveva interesse ad abbandonare i vecchi vitigni per i nuovi.

Molti autori ritengono che durante la dominazione spagnola sarebbe stata introdotta nell’isola buona parte dei suoi vitigni autoctoni, supportando questa ipotesi con le sinonimie semantiche che si ritrovano tra le varietà sarde e le cultivar spagnole (ad esempio, monastrell = moristell = muristell ).

Non meno interessanti sono le scoperte relative alle viti selvatiche presenti nell’Isola.

Numerosi individui di vite selvatica, raggruppati in popolazioni di oltre 15 – 20 esemplari, sono stati censiti e campionati nel 2003 e 2004 in diverse località sarde da gruppi di lavoro delle due Università Milanesi e dal Cras. Lo scopo di ricercare piante selvatiche è duplice: da un lato, essendo la vite selvatica una specie a rischio di estinzione, è necessario definire la variabilità genetica della specie per eseguire interventi conservativi; dall’altro studiare i rapporti tra vite selvatica e vite coltivata autoctona è la chiave per valutare fenomeni di domesticazione locale.

Esami più approfonditi sono attualmente in corso per capire quali cultivar possono essere state oggetto di domesticazione locale e per escludere fenomeni di incroci accidentali tra le varietà selvatiche e locali.

In conclusione è possibile affermare che l’origine della vite coltivata è estremamente connessa alla storia dell’uomo; per questo motivo i ritrovamenti archeologici, le documentazioni storiche contribuiscono a chiarire quale sia stato il percorso delle diverse varietà.

A queste informazioni si affiancano le indagini ampelografiche e le moderne tecnologie di analisi del DNA che attraverso la creazione di banche dati, contenenti i profili molecolari delle varie cultivar, permettono sempre più di confrontare i diversi vitigni chiarendo sinonimie, omonimie ed errate attribuzioni, ricostruendo gli alberi filogenetici delle diverse accessioni e di conseguenza la vera storia di una varietà.

Gli altri relatori: Onofrio Gaviano, esperto viticolo del Consorzio di frutticoltura di Villasor, Antonio Farris docente di Microbiologia dell’Università degli Studi di Sassari hanno trattato l‘importanza dei lieviti autoctoni.

Tonino Arcadu, titolare dell’azienda Gostolai, ha voluto comunicare la propria esperienza di imprenditore vitivinicolo portando testimonianze dirette sul modo di valorizzare e promuovere il territorio: coniugando la storia, la tradizione e la modernità per offrire al cliente e al turista un’immagine ampiamente positiva della Sardegna.

L’Azienda Gostolai ha iniziato la sua attività quindici anni fa, grazie alla passione di Tonino Arcadu, ex insegnante di Chimica, con l’obiettivo di valorizzare sempre di più le uve proveniente dalla terra di Oliena: il cui microclima costituisce un elemento fondamentale per la qualità del prodotto finale.

Negli ultimi anni l’impresa vitivinicola ha aumentato e diversificato la produzione acquisendo le uve di alcuni viticoltori olianesi che hanno trovato remunerativo e gratificante il conferimento.

Sicuramente questo incontro ha rappresentato una motivazione per i produttori della zona: partendo dall’archeologia fino all’applicazione di moderne tecniche di marketing per incrementare l’economia agroalimentare di un territorio ancora incontaminato nel segno della tradizione.

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