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Settore più competitivo con la deregolamentazione dei diritti d'impianto?

Uno studio dell'Arev ha guardato cosa succede in altri paesi dove vige già la libertà di piantumare nuovi vigneti, scoprendo che il mercato non si autoregola

24 marzo 2012 | T N

Ventiquattro anni fa, la Francia e la Spagna stabilivano delle regole di controllo inerenti alle piantagioni della vite. Nell’ambito dell’Unione Europea, salvo una breve tregua tra il 1970 e il 1976, L’OCM-vino ha ripreso “temporaneamente” queste regole. La loro definitiva scomparsa, prevista nei testi dell’ultima riforma del 2008 da attuarsi il 01/01/2016 o, al più tardi, 2018, è stata ampiamente motivata, ma all’approssimarsi della scadenza, la fondatezza di questa deregolamentazione è stata fortemente messa in discussione a livello europeo da numerosi professionisti e rappresentanti politici delle collettività territoriali che temono conseguenze disastrose. Mettendo in atto una tale decisione non si corre forse il rischio di scoperchiare il vaso di Pandora della viticoltura europea?

Per comprendere meglio il fenomeno occorre capire cosa accade già in nazioni dove non vigono le regole sui diritti di impianto.

Due gli esempi descritti dallo studio del Moisa di Montpellier: Australia e Argentina.

L’Australia

Tra i paesi del Nuovo Mondo, abbiamo scelto l’Australia e l’Argentina. L’Australia rappresenta il riferimento di crescita di un vigneto in assenza di regolazione del potenziale di produzione tramite diritti di piantagione. Fin dal principio degli anni ’80, l’Australia è stata il modello internazionale del successo in ambito vitivinicolo, in particolare nell’esportazione. Tuttavia, l’efficienza dell’Australia ha raggiunto il limite, già da diversi anni. La sovrapproduzione di uva è stata alimentata da eccessive piantagioni di vigne nel corso degli ultimi vent’anni. Ciò si spiega attraverso una reazione positiva al successo dei vini australiani nell’esportazione, sostenuta sia dall’offerta di contrattualizzazione delle wineries, sia dai segnali “prezzo” inviati dal mercato. Sono inoltre arrivate sul “mercato” le uve di vigne d’investitori il cui obiettivo era rendere redditizio un capitale o un investimento, rispetto ad un ritorno su un investimento promettente

In assenza di una politica vitivinicola che limiti le quantità prodotte e le rese, la regolazione è fissata esclusivamente dal mercato. L’unica politica vitivinicola australiana consiste nel promuovere i vini australiani, sia sul mercato interno sia su quello estero. Le pratiche di contrattualizzazione non sono più sufficienti a stabilire le relazioni tra wineries e viticoltori. Le wineries si orientano sempre più verso acquisti di uve sul mercato spot.

In sintesi, lo sviluppo esponenziale del vigneto si è imbizzarrito in seguito ad errori di anticipazione. Ad eccezione della non raccolta e dell’estirpazione privata, il settore non dispone di alcun ostacolo, né alla piantagione né alla produzione. L’adeguamento dovrebbe effettuarsi tramite l’accesso ai nuovi mercati, ma l’innalzamento del livello è difficile, tenuto conto del precedente modo di sviluppo. La logica è quella del management d’impresa che porta, nel caso specifico, alla liquidazione di attivi.

Globalmente, il liberalismo non impedisce le crisi. Confrontata all’inerzia di una pianta perenne, all’instabilità delle valute e dei mercati e agli errori di anticipazione, la filiera viticola australiana funziona con un modello “imprenditoriale” di adattamento, attraverso la messa in discussione dei contratti. Infine, si ritrovano gli stessi indicatori di crisi: estirpazioni, fallimenti, non raccolta, sequestro bancario, crollo di valore del fondiario, acquisti di attivi attraverso fondi stranieri, etc...

Visto dall’Europa e sotto il punto di vista della liberazione dei diritti di piantagione, è evidente che le imprese di affari, che approfitteranno di questa nuova regolamentazione per creare i propri vigneti e garantire una parte dei propri approvvigionamenti, potranno inoltre esercitare una pressione sui prezzi d’acquisto delle uve e dei vini, tanto più che in assenza di limitazione delle piantagioni saremo in un regime di sovrapproduzione. L’argomento secondo il quale “non si dovrebbe assistere ad un’esplosione delle superfici delle vigne se non c’è mercato” deve essere relativizzato, poiché ogni investitore è naturalmente persuaso che a termine prevarrà sui concorrenti.

L’Argentina

L’osservazione, su un lungo arco di tempo, della viticoltura argentina e della sua organizzazione rimette in discussione l’idea che i paesi concorrenti del Nuovo Mondo non regolino l’offerta. Questa consente inoltre di comprendere le condizioni indispensabili per la riuscita di un sistema di diritti di piantagione, di studiare un altro modo di regolare l’offerta annuale ed evidenziare le conseguenze sociali di un periodo di deregolamentazione brutale.

Negli anni 80, l’Argentina ha fallito nell’attuazione di un regime di diritti di piantagione per l’incapacità –nelle condizioni socio-economiche dell’epoca– a far rispettare le regole emesse. L’esito è stato: piantagioni illecite e impossibilità di raggiungere gli obiettivi prefissati.

Questo paese, in seguito ad un accordo storico tra le due principali regioni produttrici, ha attuato un efficace meccanismo di regolazione del mercato, basato sull’esportazione di mosti e di mosti concentrati sul mercato internazionale dei succhi di frutta. Questo sistema protegge il reddito dei viticoltori stabilizzando il livello dei prezzi dei vini, tiene conto delle prospettive di mercato, e sembra ben adattarsi alla storia regolamentare e economica della viticoltura di questo paese. Tuttavia, in caso di crisi e di deregolamentazione del settore, l’accesso al credito costituisce un meccanismo discriminante che elimina le piccole e medie proprietà che non hanno possibilità di finanziamento.

Bibliografia

E. Montaigne et al, Studio sugli impatti socio-economici e territoriali della liberalizzazione dei diritti di piantagioni viticole, www.arev.org

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