L'arca olearia

Troppa demagogia sull’olio extra vergine italiano

Una lucida analisi di Elia Fiorillo sulle divisioni tra associazioni di olivicoltori proprio quando l’interprofessione è riuscita a trovare un accordo concreto su un plus di prezzo per l’olio Made in Italy

22 maggio 2010 | Elia Fiorillo

“La politica non conosce né risentimenti personali, né lo spirito di vendetta. La politica conosce solo l'efficacia”. E' una frase che ricordo spesso nei miei impegni di lavoro. Guai a farsi ottenebrare il cervello dalle piccole e grandi cattiverie di cui è lastricata la strada della politica. Si finisce per scordarsi gli obiettivi, quelli veri, per cui ti stai battendo.

A volte penso che nel settore dell'olio d'oliva “il personale”, le beghe cioè tra le persone e/o le organizzazioni, superi i grandi disegni che si vorrebbero portare avanti. Che poi, sotto sotto, sono comuni, al di là dei protagonismi dei singoli e delle posizioni demagogiche.

Un esempio, per tutti, ci viene dall'Accordo interprofessionale dell'olio d'oliva, sottoscritto ultimamente da Assitol e Federolio - per l'industria e il commercio - e da Unasco, Cno, Aipo, per la parte agricola, nonché dai Frantoiani d'Italia, appunto per i trasformatori. E' un evento storico perché, per la prima volta, senza alcuna pressione ministeriale (né ipotesi d'incentivi pubblici) e senza pubblicità interessata, s'intesse un rapporto che non è solo contrattuale, ma essenzialmente politico tra soggetti che si sono guardati sempre in cagnesco. Eppure, l'accordo prevede che a determinate condizioni il prodotto degli olivicoltori italiani – e non dei Tunisini, dei Greci, dei Marocchini, ecc. - verrà ritirato dai compratori, associati ad Assitol e Federolio, al 10% in più del prezzo di mercato. Non è uno scherzo, ma una faticosa trattativa portata avanti in seno all'Interprofessione olivicola, dove purtroppo non è rappresentata né la Coldiretti, né l'Unaprol. Le due organizzazioni uscirono dall'Interprofessione, qualche tempo fa, ritenendola sostanzialmente una scatola vuota, incapace di muoversi. Come, per altri versi, sono uscite dal Consorzio di garanzia dell'extravergine di qualità, che pure avevano contribuito a fondare. Ma allora erano altri tempi, e c'erano altre leadership.

Affermare strumentalmente, come qualcuno fa oggi, che l'Interprofessione è un'entità che non premia il prodotto italiano, è arrampicarsi sugli specchi. Si fa pura disinformazione, invece, quando si afferma che a Verona, al Sol, il Consorzio di garanzia dell'olio extravergine di qualità, non ha lanciato “l'alta qualità italiana”. I giornalisti presenti all'iniziativa del Consorzio Q verde non erano pochi. Tutti hanno potuto ricevere, al di là delle tante idee e propositi a favore dell'italianità dell'extravergine di alta qualità, anche una provocatoria bottiglia di prodotto “100% per 100% italiano di alta qualità”. Bottiglia che è stata apprezzata anche dai parlamentari delle Commissioni Agricoltura di Camera e Senato e dai tanti giornalisti italiani a cui è stata inviata. Si può essere in disaccordo, si possono trovare mille cavilli per dire che il sole non è giallo, ma negare la sua esistenza non si può fare. Ne va della credibilità personale – e politica – di chi afferma cose del genere.

C'era un tempo in cui la contrapposizione tra “padroni” e “classe lavoratrice”, sul piano del consenso politico e sindacale, era vincente. Era l'epoca delle ideologie, del comunismo e del capitalismo, delle divisioni manichee della società. Erano tempi facili per gli attivisti sindacali e politici. Il bene stava tutto da una parte; il male ovviamente tutto dall'altra. Guai ad ipotizzare patti di gestione con la controparte. Ti prendevano per pazzo. Per fortuna si è voltato pagina, anche se mi rendo conto che oggi è più difficile di ieri “tenere la piazza”. Hai bisogno d'idee, progetti, soprattutto confronto. Le parole d'ordine ripetute in tutte le salse non servono più: non convincono la gente. Certo, ti puoi chiudere in te stesso disconoscendo quello che avviene intorno a te. Puoi rompere tutti i rapporti e continuare a ripeterti in un soliloquio, che diventa un vero training autogeno, quello che più ti piace e che vorresti che fosse. Ma alla fine il risveglio ci sarà, perché quelli che pensi di difendere si renderanno conto che “il piccolo è bello”, o le barriere protezionistiche, non risolvono i problemi dell'economia del prodotto. Che bisogna confrontarsi a mare aperto e non nella piscina di casa propria. Che bisogna mettere mano a riorganizzare i fattori della produzione puntando all'allargamento della base produttiva attraverso la cooperazione. Che la competizione passa, al di là della qualità, anche sui costi di produzione. E se queste cose son vere, allora tutti i provvedimenti, gli indirizzi, i piani devono puntare a quelle priorità in un ottica nazionale.

Un grande economista italiano ucciso dalle Brigate rosse, Ezio Tarantelli, sosteneva che la gente riesce sempre a capire la bontà delle proposte che gli vengono fatte, anche quelle più difficili di politica economica. Bisogna però avere il coraggio di farle le proposte, confrontandosi con tutti gli attori in campo. Con gli slogan ideologici e con i sottili distinguo disinformativi non si va da nessuna parte. Si fa il contrario di quello che si vorrebbe. Si favorisce la concorrenza di altri paesi.

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