L'arca olearia
L’Italia olivicola-olearia che vogliamo realizzare di qui a dieci anni
Occorre guardare al distretto Italia come ad una grande azienda, che ha tanti, troppi nodi irrisolti. Bisogna sostenere l’olivicoltura 4.0 è determinante: stazioni agro-meteo, droni, sensori che gestiscono gli accrescimenti, gestendo freddo, siccità, fitopatie per garantire la migliore costanza produttiva. Si deve poi passare dal concetto di vendita dell’olio a quello di vendita della cultura dell’olio
21 maggio 2021 | Andrea Sisti
"L’Italia e la Pac post 2020: fabbisogni e strumenti per una nuova strategia del settore olivicolo-oleario”, realizzato da Ismea nell’ambito del programma Rete Rurale Nazionale 2014-2020, offre una visione.
La necessità di affrontare il settore olivicolo-oleario da una prospettiva diversa nasce dall’interesse crescente verso il mondo dell’olio. Tutti questi premi che sono nati per divulgare il prodotto, i tanti corsi per assaggiatori, le numerosissime persone che si sono avvicinate e che 10 anni fa ce le potevamo scordare. I messaggi comunicativi nuovi, rivolti anche ai giovani perché l’olio non sarà come il vino in fatto di sensazioni, ma riesce ugualmente a trasmettere messaggi estremamente positivi come il benessere fisico, la salute, le belle emozioni. Sono grandi stimoli per un cambiamento radicale di rotta.
È un lavoro che prende spunto da un’attività pilota concentrata nella regione Umbria dove siamo andati ad analizzare come funziona la filiera, provando a integrare tutti quegli elementi che, nell’arco del medio lungo termine, ne potevano favorire l’incremento di valore aggiunto. Guardando a livello nazionale, abbiamo immaginato l’Italia come un macro-distretto, quale oggettivamente è, al di là delle pur differenti connotazioni regionali.
Da un’analisi di contesto che ha fotografato a livello nazionale una situazione oggettiva, alla vigilia di un’importante riforma delle politiche comunitarie per l’agricoltura, prendendo in esame anche gli aspetti di sostenibilità economica, ambientale e sociale si è passati ai tanti nodi irrisolti: la posizione che il nostro Paese ha perso in ambito mondiale sotto il profilo della produzione olivicola e olearia, l’estrema variabilità da una campagna all’altra, la scarsa innovazione, l’affollamento di Dop e Igp che non pagano a livello di mercato, i tanti frantoi di piccole e medie dimensioni conseguenti ad una frammentazione di aziende olivicole. E poi ancora l’industria olearia, il suo modo di interagire con il mondo della produzione, tenendo conto del livello raggiunto dalla Spagna.
Quale prospettiva immaginiamo per il futuro? Innanzitutto guardare al distretto Italia come ad una grande azienda. Rispetto alla quale l’imprenditore va inizialmente aiutato, per poi permettergli di andare avanti con le proprie forze. Un’azienda composta di tanti elementi e dunque dove è importante creare connessioni, fare sistema, tenendo presente che il nostro Paese rimane depositario della cultura dell’olio ed ha aziende leader nel proporre innovazione. Di qui le azioni nelle varie fasi della filiera: quella agricola, quella della trasformazione, quella della commercializzazione e del marketing”.
Il nostro approccio organico non poteva che partire dal vivaismo. Oggi i vivai riescono a garantire 2 milioni e mezzo di piante l’anno, appena sufficienti per sostituzioni e piccoli nuovi impianti. Occorre finanziare questi investimenti, dare una garanza ai vivai, sostenendo una stagione di rinnovamento degli oliveti, ma anche di ampliamento per almeno un 30% in più dell’attuale superficie. Poi lavorare sulla genetica, censire gli oliveti, capire quelli che sono paesaggisticamente rilevanti, quelli dove è possibile effettuare estirpazione e reimpianto, tenendo conto che nuovi allevamenti già al terzo anno entrano in produzione e dal sesto al dodicesimo anno gli oliveti hanno la più alta produttività.
Si deve arrivare ad una costanza di produzione di anno in anno, ed in questo senso sostenere l’olivicoltura 4.0 è determinante: parlo di stazioni agro-meteo, droni, sensori che gestiscono gli accrescimenti, gestendo freddo, siccità, fitopatie per garantire la migliore costanza produttiva. Ed a proposito di fitopatie, è importante razionalizzarne l’uso, trasformare in biologico il 40% della produzione olearia, inserire sempre più gli oliveti nei paesaggi rurali storici. Ma anche favorire la biodiversità, non solo tra le varietà, piuttosto con una consociazione tra piante diverse: l’inerbimento controllato con leguminose, piante con fiori che lavorino durante l’estate dando la giusta umidità al terreno, l’abbinamento di produzioni di altre specie arboree, come potrebbe essere il mandorlo o il fico, anche per una migliore gestione delle malattie. Senza contare che questa impostazione su biodiversità e sostenibilità ambientale sono i capisaldi di Agenda 2030 che deve essere un altro importante punto di riferimento per il settore.
Passiamo ai Frantoi. Seppur a macchia di leopardo, si è registrato un salto di qualità. Ma con dei forti limiti: un esempio per tutti, il lampante. Se il messaggio che vogliamo trasmettere è qualità, salute e benessere, non possiamo permetterci di produrre così tanto lampante. Ma, più in generale, va detto che ancora troppo pochi sono i frantoi che hanno fatto innovazione e ancora meno quelli che hanno impostato un lavoro di differenzazione sulle diverse produzioni. Si insiste troppo sul concetto di resa rispetto alla qualità. Occorre cambiare approccio culturale: innanzitutto il frantoio non deve lavorare solo due mesi l’anno e non deve vendere solo olio, ma puntare ad essere un centro che ospita la cultura dell’olivicoltura. Non solo macchinari, ma strutture progettate per accogliere il visitatore/cliente, che creino occasioni di incontro. La nuova legge sull’oleoturismo è una grande opportunità in questo senso. Ecco perché gli investimenti nei frantoi vanno sostenuti, sia per gli impianti che per l’edificio stesso. E poi aggregare, aggregare, aggregare: utilizzare i contratti di rete, dare stabilità nel corso del tempo, far marciare di pari passo produzione di olive e trasformazione in olio verso l’adozione di tecniche e tecnologie innovative, valorizzando le produzioni degli aderenti alla filiera svolgendo le fasi di confezionamento, marketing e commercializzazione. Il frantoio non sarà così solo il cuore della produzione olivicola, ma anche di un intero sistema finanziario e certamente anche turistico e ambientale. La sfida è garantire una trasparenza piena nella produzione per arrivare a dare ad una bottiglia il valore che merita e che secondo me può tranquillamente essere di 25/30 euro.
Ecco perché si deve passare dal concetto di vendita dell’olio a quello di vendita della cultura dell’olio. L’aggregazione d’altra parte offre economie di scala, il raggiungimento di una dimensione organizzativa minima necessaria per dotarsi di mezzi professionali, favorisce l’attività di ricerca con partenariati europei a dimensione interregionale. Il tutto va affiancato però da un progetto di comunicazione, informazione e formazione in grado di far percepire il valore dell’olio come prodotto culturale e del benessere, cibo della qualità e della salute, nei mercati internazionali ma soprattutto in Italia. Per questo tra gli esempi che abbiamo immaginato, in un discorso di sintesi, c’è anche quello di ridurre le attuali Dop a tre: una per il nord, una per il centro e una per il sud. Vendiamo il made in Italy nel suo insieme, dandogli ulteriori valore.
Questo nostro lavoro vuole avviare una discussione costruttiva che auspichi un cambio di paradigma nella filiera olivicola italiana. È un progetto ambizioso lungo 10 anni, dove tutti sono chiamati a scelte coraggiose. Per gestire un processo del genere devono cadere le barriere associative, per costruire una diversa e più sinergica alleanza tra le varie componenti della filiera, immettere energie nuove, in termini di ricerca ed innovazione ed in termini di strumenti e risorse finanziarie. La riforma della politica agricola comunitaria può essere una grossa opportunità, una nuova Ocm Olio è possibile per portare l’olio di oliva a diventare un vero prodotto culturale che crei valore per i territori, gli imprenditori e benessere per la collettività, in una prospettiva di vero sviluppo sostenibile.
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