L'arca olearia

PASSATO, PRESENTE E FUTURO DEI FRANTOIANI. GLI ARTIGIANI DELL’OLIO D’OLIVA SI CONFRONTANO CON I PROFONDI CAMBIAMENTI CHE IL COMPARTO OLIANDOLO HA VISSUTO NEGLI ULTIMI ANNI

“Molti frantoi conto terzi chiuderanno”. Questa l’opinione comune di due autorevoli rappresentati dei frantoiani italiani. Una categoria spesso bistrattata, “senza alcuna valida ragione”, e senza un apparente peso politico, sociale e culturale. Sono tuttavia seimila e hanno precise idee e posizioni riguardo al futuro della filiera e alle tendenze emergenti, come la diffusione dei mini frantoi

02 luglio 2005 | Alberto Grimelli

Su quanto è accaduto, sta succedendo e capiterà al comparto olio di oliva del nostro Paese si sono espressi tutti, tranne i frantoiani.
Abbiamo voluto colmare questa lacuna interpellando Piero Gonnelli, presidente dell’AIFO e Carmine Borreca, presidente dell’ANFO Benevento.

- I frantoiani hanno un ruolo strategico nella filiera oleari, sono quasi semila ma non hanno peso politico, sociale e culturale. Perchè?
BORRECA: Due le ragioni principali che stanno alla base di questa indecorosa situazione. Per prima cosa la mancanza, ora solo parzialmente sopperita, di una seria rappresentanza di categoria. Un problema a cui si è cercato di ovviare con due “sindacati”: FOR che fa capo alle tre sigle agricole (ndr Coldiretti, Cia, Confagricoltura) e Frantoiani d’Italia che è un’associazione indipendente. Il secondo motivo per cui vengono dati alla categoria poco spazio e rilievo, anche nel settore di competenza, è il fatto che il frantoiano è un lavoratore part time, che si occupa dell’attività molitoria per pochi mesi all’anno, oggi ulteriormente ridotti per i progressi dell’innovazione tecnologica. Quello del frantoiano è, è sempre stato, un ruolo sottovalutato e sottostimato. Da qui la modesta influenza politica, sociale e culturale.
GONNELLI: La causa principale è da ricercarsi nel fatto che tutte le associazioni che si sono da sempre proposte a tutela della categoria dei frantoiani sono emanazioni del mondo degli agricoltori. Il mondo dei frantoi è una categoria ben distinta e con interessi che, se da un lato completano ed integrano quelli degli operatori agricoli, dall’altro hanno problematiche ed obiettivi totalmente diversi. Mescolare ruoli ed interessi non giova a nessuno, è solo dannoso e controproducente per entrambe le categorie. Inoltre la mancanza di un’ associazione ben radicata ed operativa è una conseguenza del fatto che il frantoiano è sempre stato un individualista convinto, capace di farcela da solo. L’idea di unirsi ad altri colleghi era improponibile. Oggi il mondo dei frantoi ha subito e subisce una profonda evoluzione: i frantoi hanno investito e trasformato le loro attività in modo tale da diventare vere e proprie aziende impegnate durante tutto l’arco dell’anno commercializzando il prodotto ottenuto. E’ per questo che stiamo assistendo ad un profondo cambiamento di mentalità: i frantoiani stanno sempre più prendendo coscienza dell’importanza del proprio ruolo. La riprova è il numero crescente di adesioni che giungono alla nostra Associazione A.I.F.O., l’unica Associazione nazionale di categoria costituita e gestita da soli frantoiani.
- L’ultimo decennio ha visto il settore oleario mutato e trasformato da molte riforme (etichettatura, rintracciabilità, organizzazione comune di mercato...). Su questo complesso e variegato complesso di norme la vostra opinione è più positiva o negativa? Cosa cambiereste? Cosa invece lascereste immutato? Quali ambiti potenziereste?
BORRECA: È stato un decennio di disillusioni. Non siamo mai stati interpellati come categoria, nessuno ci ha mai chiesto un parere, un’opinione. Quasi non esistessimo, da Bruxelles a Roma non siamo stati invitati a nessun tavolo di concertazione. Ricordo ancora, quattro anni fa, quando a Bari proponemmo di rinviare alla nuova organizzazione comune di mercato certe imposizioni vessatorie, come le bilance automatiche. Ci fu risposto un categorico no! A distanza di quattro anni quell’investimento risulta inutile. Abbiamo comunque cercato di apportare idee e proposte, alcune delle quali, inviate al Ministero, sono anche state recepite. Segno evidente che comprendiamo bene, forse meglio di altri, visto che siamo noi a “detenere” l’olio, quali sono le problematiche del settore. Ma l’aspetto che sicuramente ci fa più infuriare è la mancanza di certezze normative, mancano sicurezze in materia di etichettatura e francamente ci appare ben poco serio che a pochi mesi dalla stagione di frangitura non si sappia ancora con quale regime si opererà, la nuova organizzazione comune di mercato, vi sarà una proroga della vecchia? Tutti tacciono.
GONNELLI: Opinione purtroppo negativa. Nonostante gli input che potevano derivare dall’entrata dell’Italia nell’Unione europea e con l’imposizione di nuove regole che derivano da un mercato sempre più globale ciò che manca è proprio una chiarezza nell’uso dei marchi, certificazioni, segni distintivi in genere. Inoltre la legge sull’etichettatura capace di informare in modo corretto sulla provenienza del prodotto: il consumatore in tal modo non è aiutato ma ingannato. Inoltre, pesa la mancanza di un sistema di analisi legalizzato sul prodotto olio in grado di combattere le sofisticazioni.. Non ultimo il necessario riconoscimento che l’attività svolta dai frantoiani è di carattere artigianale dato che imprime un carattere ben preciso all’olio prodotto. Non sarebbe meglio valorizzare il lavoro della nostra categoria con una “D.O.F.” ovvero una Denominazione di Origine Frantoiana?
-I frantoiani vengono in molti casi malvisti dagli olivicoltori, vengono considerati un male necessario. Come smontare false credenze che vogliono il frantoiano come un personaggio un po’ truffaldino, che ruba olio, vivendo alle spalle dei produttori?
BORRECA: La sfido a cercare un altro settore economico, altrettanto controllato, che abbia solo il 2% di frodi rilevate nel corso di un’intera campagna! Mi sembra francamente che i dati, dell’Agecontrol, dicano molto più di molte parole. Non voglio naturalmente sottintendere che tutti i frantoiani siano dei santi, ma, quando vi sono raggiri e illegalità, esiste spesso una stretta connivenza tra olivicoltore e frantoiano. I disonesti si trovano tanto tra i frantoiani quanto tra i produttori.
GONNELLI: Immaginarsi i frantoiani come orchi cattivi non corrisponde alla realtà. Non è affatto vero che la figura del frantoiano è truffaldina. Se alcune persone disoneste sono state condannate per reato questo non deve incidere su di un’intera categoria. Credo che questo valga per tutte le professioni. A.I.F.O. a tale proposito ha da sempre richiesto la massima lealtà e trasparenza dato che a tutti i frantoiani che vogliono gratuitamente diventare nostri soci chiediamo, nella nostra domanda di adesione, di non essere stato condannato con sentenza passata in giudicato per reati connessi all’attività. Ed infine un’ultima riflessione. Quando si parla di truffe mi viene spontanea una domanda: “a chi giova” la frode? Forse sarebbe sufficiente guardare in quali tasche finiscono i soldi oggetto delle frodi per capire dove cercare.
Rubare l’olio? Il frantoiano svolge due tipi di attività o acquista le olive per trasformarle in proprio o svolge anche attività di conto terzi. Nel primo caso il problema non si pone, nel secondo la frangitura si svolge sotto gli occhi degli stessi agricoltori. Tutto questo sulla premessa che il frantoio all’interno della filiera ha investito attività e risorse nell’attività di frangitura. Pertanto la nostra categoria ha sicuramente a cuore le sorti dell’olivicoltura dato che, parlando paradossalmente in modo egoistico, senza olive non abbiamo prospettive.
-Cosa ne pensate della tendenza, che si sta diffondendo, a farsi il frantoio in casa, a operare con frantoio aziendale? Scompariranno gli impianti conto terzi?
BORRECA: Gli impianti aziendali, i mini-frantoi sono antieconomici e irrealizzabili. Li ho visti, ho incontrato anche qualcuno che li ha comprati ma non sono proprio pensabili per la nostra olivicoltura. Mi spiega come fa un olivicoltore che produce 50 quintali d’olio all’anno di investire così tanti capitali. Perchè poi operare con un impianto aziendale? Per doversi accollare anche il problema dei reflui? Non è una strada percorribile.
GONNELLI: I mini frantoi non possono certo essere un efficace risposta al mondo dell’olivicoltura italiana ed inoltre è da dimostrare che tale tipo di lavorazione sia in grado di garantire il mantenimento della qualità del prodotto. Per quanto riguarda le prospettive future, crediamo che si verificherà una riduzione degli impianti conto terzi dato che il mercato si sta movendo in due direzioni: frantoiani che acquisteranno olive per rivendere l’olio alle grosse imprese di confezionatori e frantoiani che le acquisteranno per creare una propria linea di prodotto da commercializzare. E’ evidente che non tutti i frantoi conto terzi spariranno ma sicuramente ci sarà un ridimensionamento del numero di impianti.
- Quali prospettive ha il frantoiano? Quali strade può percorrere? Che indirizzi potrà prendere?
BORRECA: Credo che l’unico modo che i frantoiani possano avere per soppravvivere sia allungare la propria attività lavorativa, estenderla diventando anche commercianti d’olio. Credo sia veramente l’unica possibilità. Tra l’altro l’introduzione di questa nuova organizzazione comune di mercato, quando avverrà, sarà un disastro. Spero di sbagliarmi, ma sento già parlare di frantoi che chiuderanno. Mi sbilancio nel dire che almeno il 30% degli impianti italiani è a rischio. Questo è un problema, questo sarebbe un dramma per la nostra olivicoltura se si vuole fondare sulla qualità A meno che non prendiamo a modello gli spagnoli, con grandi impianti industriali, che estraggono un olio standard, tutto uguale. Anche loro, però, cominciano a cambiare rotta.
GONNELLI: La strada da percorrere è obbligatoria: valorizzare differenziando il prodotto. Significa distinguere in modo netto l’olio proveniente dalle industrie olearie da quello proveniente dal frantoio in modo da mettere i consumatori nella condizione di poter scegliere e capire perché una bottiglia da 1 L. di olio “artigianale” non può presentarsi sul mercato al prezzo di 3 euro. Inoltre è necessario che i frantoiani investano sull’immagine dell’azienda per creare così un valore aggiunto al nostro olio italiano.

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