L'arca olearia

California-Italia, la grande sfida nel nome degli oli di oliva

Siamo sotto tiro. In un contesto che ci vede protagonisti di primo piano, nasce una corrente americana ostativa sia agli oli italiani, sia, in generale, alle produzioni mediterranee. E’ un atteggiamento da un lato comprensibile, perché gli statunitensi hanno il complesso dei primi della classe e vogliono ad ogni costo imporsi sul mercato con i propri oli, ma dall’altro irrazionale, visto che c'è spazio per tutti

29 ottobre 2011 | Luigi Caricato

E’ sempre la solita storia. Gli americani sono fatti così. Vogliono essere primedonne. E ora che hanno scoperto l’olio in veste di produttori, in California, non si danno pace del fatto di non guadagnare consensi sul mercato. E cosa fanno? Cercano di screditare i Paesi produttori concorrenti. E’ la solita americanata. Saranno pure strepitosi e simpatici, ma quando si dimostrano impacciati, optano per la soluzione più comoda e facile. Che peccato. Non hanno capito che c’è spazio per tutti, e che i loro oli possono benissimo imporsi sul mercato interno a testa alta, con il giusto orgoglio di chi lavora bene, senza per questo fare come le maestrine alle prime armi e scrivere articoli sui giornali, e ora anche libri, per mettere in cattiva luce gli europei, e in particolare gli italiani. Già, anche perché tale tattica a chi può giovare? Forse al buon nome dell’olio extra vergine di oliva? Non credo proprio.

Sull’argomento ho scritto nei giorni scorsi sul mio blog Olio Officina, riferendo di due articoli apparsi rispettivamente sul New York Times e sul Washington Post, e addirittura annunciando l’uscita di un libro di Tom Mueller, il prossimo dicembre per l’editore Norton, dal titolo che si annuncia pepato: Extra Virginity. The Sublime and Scandalous World of Olive Oil. Un titolo, una promessa: lo scandalo, il clamore. E’ la solita storia che si ripete puntuale ad ogni occasione.

Perché sono così contrario, o comunque poco incline, a queste forme di estremismo della comunicazione? Molto semplice: perché si tende sempre a esagerare, senza minimamente curarsi degli effetti di certo sfrenato scandalismo sui consumi. Si alzano i toni, senza curarsi che un prodotto così sublime – come appunto lo definisce argutamente l’autore del libro, Tom Mueller – possa perdere la fiducia da parte dei consumatori.

Il fatto è che poco abituati come sono a sentirsi secondi a qualcuno, gli americani alzano ora la cresta e partono all’attacco del vecchio mondo. Per loro è inaccettabile che a dominare la scena sugli scaffali dei propri punti vendita siano gli oli di oliva provenienti dal Mediterraneo, in particolare se italiani. Sta così progressivamente prendendo piede in California un movimento di pensiero che sta sistematicamente contagiando i mass media degli Stati Uniti, ma non ancora i consumatori, i quali per ora prediligono ancora l’olio italiano, o presunto tale, o comunque quello europeo o mediterraneo.

Segnalo al riguardo un emblematico articolo di Julia Moskin sul “New York Times” dello scorso 18 ottobre, dall’eloquente titolo “California’s Olive Oils Challenge Europe’s”.

Secondo la giornalista americana Julia Moskin, negli ultimi dieci anni i produttori californiani si sono impegnati tantissimo nella produzione di oli di oliva. Ci credono fortmente, tant’è che hanno piantato migliaia di ettari e messo in piedi nuovi stabilimenti da destinare alla produzione di extra vergini che siano più freschi, più puri e possibilmente anche più economici di quelli di importazione.

Il principio di fondo è che gli oli europei, o del Mediterraneo, siano dunque meno freschi, meno puri e soprattutto meno economici. Il mito della bandiera italiana e di espressioni come "autentico” e “spremuto a freddo" in etichetta sembra non siano più indicazioni rassicuranti. La giornalista cita l’inchiesta di Mueller sul “New Yorker” di qualche anno fa e il libro in uscita.

Mueller, per intenderci, è l’americano che vive in Italia, in Liguria; e dalla sua analisi si evince che le produzioni olearie americane, molto più piccole e meno prestigiose, non si presterebbero alle stesse occasioni di frode, e sarebbero perciò “pulite”. Tutto cio farebbe sì, sempre secondo quanto riferisce la Moskin, che i produttori del Nuovo Mondo possano avanzare la pretesa di fornire il più puro tra gli oli!

E’ proprio così? Da una parte i buoni, dall’altra i cattivi? Io sarei più prudente. Il mercato accoglie tutti a braccia aperte. C’è spazio per ogni Paese produttore, senza preclusioni di alcun tipo, purché l’olio posto in vendita sia genuino e corrispondente ai parametri della qualità. Non c’è dunque motivo di creare un facile sensazionalismo dettato più da intenti patriottici che da argomentazioni oggettive. Posso pur capire le preoccupazioni di chi vede minacciata la purezza degli oli per via dell’operato di commercianti e aziende senza scrupoli, che pure trovano terreno fertile proprio laddove vi è una scarsa cultura dell’olio, e di conseguenza è facile ingannare i consumatori, ma sarebbe più opportuno insistere in tal caso con il chiedere a gran voce una legislazione in materia di oli più severa, piuttosto che dar luogo a tanto inutile e controproducente clamore. Sì, perché i consumatori vanno educati, non allarmati.

 


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Raffaele Giannone

02 novembre 2011 ore 09:52

In qualità di olivicoltore, frantoiano e, soprattutto, appassionato dell'olivo mi arricchisco sempre ad apprendere i pareri e le analisi di chi, come il dr. Caricato, ne sa più di me, ma non per questo mi ritraggo dal dire la mia.
Se è vero, come è vero,che gli americani ne fanno di "tutti i colori", fa parte del gioco della inarrestabile globalizzazione, fra poco si aggiungeranno anche gli autraliani, i cileni, gli argentini...
Non possiamo prendercela con il mondo. Proviamo piuttosto a mettere ordine in casa nostra con rigore, lealtà, trasparenza e, forse, il logo "made in Italy" non sarà più tanto vulnerabile.
Per esempio e a bassa voce, perchè non ci diciamo da dove esce tutto l'olio "italiano" che esportiamo? Problemino per casa: se il nostro consumo pro-capite si attesta intorno ai 12 kg e siamo oltre 60 milioni di cittadini, producendo mediamente 500.000 t annue di olio, come facciamo ad esportarne altrettanto se la produzione nazionale non basta nemmeno al consumo interno?
Delle due l'una...o esportiamo olio altrui, o gli italiani consumano olio estero...
L'orgoglio e la convizione di vivere nei veri territori vocati da millenni all'olivo,non deve però offuscarci la vista di fronte a chi, tale evidenza ed orgoglio, li usano per...le solite furberie da quartierino...
Che sia giunta l'ora di augurarsi, per la rinascita dell'olivicoltura italiana,uno scandalo "metanOLIO"...???
Buon lavoro a tutti..e grazie.
Raffaele Giannone, Civitacampomarano (CB)

Vincenzo Lo Scalzo

30 ottobre 2011 ore 10:52

Vorrei leggere, mi auguro, il parere personale e confidenziale di Devora Fishman, un'amica californiana che sa cosa è l'olio d'oliva ed è schiettamente californiana ed americana, attivissima e artista, sensibile e sincera. Io ricordo un paio di decine di anni fa i visitatori che dalla California portavano il loro olio da far gustare a Dario, a Panzano: era un "cacciucco" di pareri e di saperi, ma anche un gesto di distinzione e di rispetto per uno dei paradisi terrestri dell'oliva che il territorio offriva all'umanità!
Luigi ricorda che c'è posto per tutti: è l'inganno l'unico nemico, la cultura, la formazione e l'informazione sincera il vero amico. La sincerità non ha prezzo, ma solo valore.