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Scandalo della carne agli ormoni: la Commissione europea sapeva prima della firma dell'Accordo Mercosur
Il Commissario europeo alla Salute Olivér Várhelyi ha ammesso che l’ingresso nell’UE di carni provenienti da allevamenti coinvolti nell’uso di ormoni vietati non sarebbe stato un episodio isolato, ma il risultato di violazioni organizzate per aggirare il sistema dei controlli europei
12 maggio 2026 | 12:00 | C. S.
Da tempo Altragricoltura sostiene che la sicurezza alimentare europea rischia di essere sacrificata sull’altare del libero scambio. Ora a confermarlo, paradossalmente, è la stessa Commissione Europea. Mentre Bruxelles accelera verso l’attuazione dell’accordo commerciale con i Paesi del Mercosur, emerge un dossier che scuote le basi di un’intesa presentata per anni come “sicura” e pienamente controllata.
Tutto ruota attorno a un’interpellanza presentata il 18 marzo dall’eurodeputato irlandese Ciaran Mullooly, che ha costretto il Commissario europeo alla Salute Olivér Várhelyi ad ammettere un punto gravissimo: l’ingresso nell’Unione Europea di carni provenienti da allevamenti coinvolti nell’uso di ormoni vietati non sarebbe stato un episodio isolato, ma il risultato di violazioni organizzate per aggirare il sistema dei controlli europei.
Parole pesanti, perché demoliscano anni di rassicurazioni sulla tracciabilità delle filiere sudamericane. Al centro della vicenda c’è il 17β-estradiolo, ormone vietato in Europa dal 1996 per i rischi sanitari connessi al suo utilizzo negli allevamenti bovini. Mullooly ha chiesto conto del fatto che le stesse ispezioni della DG SANTE, tra il 2024 e il 2025, avessero già evidenziato criticità e falle nei sistemi di controllo brasiliani.
La risposta del Commissario europeo rappresenta il vero nodo politico della vicenda: Bruxelles ha riconosciuto che le autorità brasiliane non erano in grado di garantire pienamente l’assenza di sostanze vietate e che alcune irregolarità rilevate internamente non erano state comunicate tempestivamente all’Unione Europea.
Il quadro che emerge è quello di un sistema fragile, fondato su controlli difficili da verificare lungo filiere enormi e dominate da grandi gruppi esportatori. Eppure, nonostante queste ammissioni e nonostante la sospensione di numerosi stabilimenti brasiliani dagli elenchi autorizzati all’export verso l’UE, la linea politica europea non si è fermata.
È qui che esplode la contraddizione. Da una parte Bruxelles riconosce falle strutturali nei controlli sanitari; dall’altra continua a spingere verso una maggiore apertura commerciale con il Mercosur. Una scelta che rischia di scaricare sui produttori europei una concorrenza costruita su standard differenti e sui consumatori il peso di un sistema di verifiche che la stessa Commissione ammette di non poter considerare pienamente affidabile.
Alla luce dell’evidenza di quest’ultimo evento (tutt’altro che casuale), assume una luce inquietante la circostanza per cui, pur di giustificare l’Accordo con il Mercosur e la forzatura inaudita che la Commissione sta facendo con l’attuazione di un accordo nonostante che il Parlamento Europeo abbia espresso parere fortemente negativo fino a votare l’invio del dossier alla Corte di Giustizia per valutare la procedura, abbia annunciato “l’aumento dei controlli sulle importazioni di cibo” di un terzo del volume. Peccato che i controlli che l’UE fa normalmente sul cibo sono su circa il 2% del volume delle importazione e l’aumento di un terzo porterebbe questo dato risibile a poco più del 3%.
Se a questa considerazione si aggiunge, poi, la presa dato per cui, nonostante la debolezza dei controlli, quando emergono le evidenze, vengono ignorate pur di “tirare diritto”, allora occorre fermarsi.
Per Altragricoltura il dossier Mullooly–Várhelyi segna un passaggio decisivo: non siamo più davanti soltanto a una questione economica o agricola, ma a un problema di credibilità istituzionale. Perché quando i controlli mostrano falle sistemiche e la politica decide comunque di andare avanti, il rischio è che il principio di precauzione europeo resti valido solo sulla carta.
La verità sulle cosi dette “garanzie di reciprocità” e le rassicurazioni sui controlli sono sotto gli occhi di tutti. I parlamentari italiani e quelli europei dimostrino di avere a cuore gli interessi dei cittadini consumatori e dei nostri agricoltori. Blocchino l’Accordo di libero scambio prima che produca danni definitivi e ripristino criteri di democrazia e trasparenza.
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