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Origine obbligatoria in etichetta: la battaglia Coldiretti a TuttoFood
La bandiera italiana, la scritta “prodotto in Italia” e l’etichetta di origine 100% italiana, rappresentano di fatto il primo elemento di richiamo rispetto ad altri claim oggi presenti nella grande distribuzione organizzata
11 maggio 2026 | 15:15 | C. S.
Il paniere dell’italianità, i prodotti con marchi e bandiere che richiamano l’origine nazionale, si conferma in vetta alle scelte nel carrello della spesa, arrivando a rappresentare quasi il 30% dei prodotti agroalimentari sugli scaffali, trainato dall’attenzione dei cittadini per il cibo 100% tricolore. E’ quanto emerge da un’analisi di Coldiretti su dati dell’Osservatorio Immagino Gs1 Italy diffusa in occasione dell’inaugurazione di Tuttofood, dove è presente il presidente nazionale Ettore Prandini.
La bandiera italiana, la scritta “prodotto in Italia” e l’etichetta di origine 100% italiana, rappresentano di fatto il primo elemento di richiamo rispetto ad altri claim oggi presenti nella grande distribuzione organizzata. Non a caso, secondo l’ultimo rapporto Censis/Coldiretti, il 91% dei cittadini consumatori italiani chiede trasparenza su ciò che porta ogni giorno in tavola, perché solo l’origine obbligatoria in etichetta su tutti i prodotti alimentari consente scelte consapevoli su economia, salute e qualità. Al cibo anonimo la grande maggioranza degli italiani preferisce alimenti con identità chiara legata al territorio, chiedendo di conoscere sempre la provenienza dei prodotti.
Quella dell’etichetta d’origine è una battaglia storica della Coldiretti, portata anche in Europa con 1 milione di firme raccolte per renderla obbligatoria su tutti gli alimenti in commercio nella Ue, di cui la mobilitazione al Brennero con diecimila agricoltori ha rappresentato l’ultima tappa in ordine di tempo. In Italia l’indicazione di origine copre oggi circa i quattro quinti della spesa, ma resta assente su diversi prodotti, dai legumi in scatola alla frutta nelle marmellate o nei succhi, dal grano usato per pane, biscotti e grissini fino alla carne e al pesce serviti nei ristoranti. L’obbligo europeo colmerebbe questa lacuna insieme alla necessità di ridiscutere la regola dell’ultima trasformazione prevista dall’attuale codice doganale, che sottrae oggi agli agricoltori almeno 20 miliardi di euro, secondo l’analisi Coldiretti.
“L’agricoltura italiana è il cuore di una filiera agroalimentare allargata che ha superato nel 2025 il valore record di 707 miliardi di euro – ha dichiarato il Presidente Prandini – e dà lavoro a 4 milioni di occupati. Un patrimonio del Paese che va rafforzato anche attraverso strumenti come i contratti di filiera, che rappresentano una risposta concreta per garantire equità lungo tutta la catena del valore, dando stabilità alle imprese agricole e costruendo un rapporto più equilibrato con il mondo della trasformazione. Vogliamo lavorare con chi crede davvero nella filiera italiana, come facciamo già oggi con tante industrie e insegne della GDO che riconoscono il giusto valore al prodotto. Per filiere eque servono anche controlli sul rispetto della legge contro le pratiche sleali, per combattere le speculazioni e la concorrenza sleale. Una necessità anche alla luce della difficile situazione internazionale con i rincari di energia e fertilizzanti, dal gasolio agricolo all’urea, che pesano sui redditi degli agricoltori”.
Secondo un’analisi del Centro Studi Divulga, gli effetti della guerra in Iran si stanno traducendo in costi aggiuntivi fino a 200 euro a ettaro per le coltivazioni, mentre i primi due mesi di conflitto sono costati fino a 3600 euro ad allevatore. Una situazione che va affrontata con misure immediate a livello europeo per contrastare la crisi. Ad oggi l’Unione europea appare, infatti, ancora distante e in ritardo nel rispondere alle esigenze reali dei coltivatori, impegnati a produrre alimenti sicuri e di qualità per tutta la popolazione europea.
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