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Prezzo del grano duro sempre più giù: e i costi di produzione?
La tanto auspicata attivazione della CUN sta tradendo finora quella che doveva essere la sua missione: trovare un punto di equilibrio tra la parte agricola e quella industriale, partendo dalla perimetrazione oggettiva dei costi di produzione
27 aprile 2026 | 09:00 | C. S.
“Così non va. La CUN, Commissione Unica Nazionale sul grano duro, continua a determinare un prezzo al produttore inferiore ai costi di produzione certificati da ISMEA. In questo modo, si prendono in giro i nostri agricoltori e si penalizza la cerealicoltura italiana”.
Va dritto al punto Gennaro Sicolo, presidente di CIA Agricoltori Italiani di Puglia, segnalando come la tanto auspicata attivazione della CUN, per cui l’organizzazione si è battuta con grande determinazione, stia tradendo finora quella che doveva essere la sua missione: trovare un punto di equilibrio tra la parte agricola e quella industriale, partendo dalla perimetrazione oggettiva dei costi di produzione. Proprio l’ISMEA, per il 2025, aveva determinato in 318 euro alla tonnellata i costi medi di produzione nel Centro Sud Italia. Il listino diramato dalla CUN il 20 aprile, però, ha fissato prezzi al produttore inferiori a quella soglia. Il fino proteico, infatti, ha una valutazione di 310-315 euro; il fino si ferma a 287-292 euro; “convenzionale” sui 280-285 euro. Soltanto il “fino alto proteico”, che rappresenta solo una parte della produzione, si attesta fra i 322 e i 327 euro alla tonnellata.
L’APPELLO. “Lollobrigida”, aggiunge Sicolo, “ha sempre dichiarato che la CUN deve essere uno strumento di valorizzazione del grano italiano e che, per determinare il prezzo al produttore, occorre partire dai costi di produzione. Invitiamo il Ministro e l’ISMEA, dunque, a determinare i nuovi costi di produzione, quelli per la campagna del grano ormai prossima, alla luce dell’impennata dei prezzi di carburanti, fitofarmaci, energia e concimi. A determinare il valore del grano italiano non può essere la sola parte industriale. Gli agricoltori non possono continuare a essere l’anello debole della filiera. Il loro lavoro è determinante nel successo della vera pasta italiana realizzata con grano italiano che deve essere equamente remunerato. Rinnoviamo l’appello ai consumatori italiani: scegliete solo e soltanto la pasta fatta con il 100% di grano italiano: per il benessere e la salute, da una parte, e per la salvaguardia di una concreta sovranità alimentare e sostenibilità economica della cerealicoltura italiana”.
IN CAPITANATA. A risentire maggiormente della svalutazione del grano duro, in Puglia, è la provincia di Foggia, detentrice del 20% della produzione italiana e del 70% di quella regionale. “La CUN è importante, ma deve tenere presenti le diversità tra i territori”, dichiara Rino Mercuri, presidente di CIA Capitanata. “Le prime quattro sedute hanno fatto registrare una progressiva flessione delle quotazioni, nonostante ISMEA abbia evidenziato la qualità del grano. C’è preoccupazione anche per i contratti di filiera, se è vero che un grande player italiano e mondiale della pasta intende prendere come parametro la granaria di Milano, circostanza che penalizzerebbe il Sud. Sulla possibile e prossima quotazione del biologico, invece, sembra esserci condivisione. Sarebbe auspicabile un tavolo di filiera completo, che parta dalla produzione e coinvolga l’industria e anche la Grande Distribuzione, da cui dipende la vendita della pasta. Non è possibile che un grano italiano con valore 15 di proteine possa essere pagato 32 euro. Il grano pugliese non può essere considerato una commodity, al pari del turco, del kazako, del russo, perché da noi il grano ha standard di sicurezza alimentari nettamente più alti”.
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