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L'alluvione in Sardegna rovinerà i terreni agricoli per anni

Gli eventi meteorici estremi portano tre conseguenze quasi insanabili: erosione di suolo fertile, deposito di grosse pietre e massi, inquinamento del suolo con plastiche, metalli, pezzi di edifici trasportati dalla città

30 novembre 2020 | C. S.

Dalla Sardegna giungono tristi notizie per l’alluvione che ha interessato il nuorese, che purtroppo seguono di appena qualche giorno quelle del tutto simili provenienti dal Crotonese.

Un’altra volta, passata l’ondata di maltempo, si dovrà procedere alla conta delle vittime e dei danni che, per la filiera agricola, avranno effetti sia immediati, per esempio nella raccolta delle olive e nella distruzione dei fabbricati, che a lungo termine, con i terreni resi improduttivi per anni dal passaggio dell’onda di piena.

“I dottori agronomi e forestali, a partire dal presidente e da tutti colleghi della Provincia di  Nuoro, esprimono vicinanza a chi è stato colpito, a chi ha perduto i propri cari, le proprie case e a chi ha visto le proprie aziende distrutte.” – afferma Luigi Ledda, presidente della federazione sarda dei dottori agronomi e forestali – “Siamo disponibili fin da oggi a mettere a disposizione della protezione civile, degli enti e degli organi deputati le nostre competenze tecnico scientifiche per la verifica dei danni alle strutture, sia urbane  che  in ambito agricolo, e a offrire delle soluzioni per il ripristino  e la gestione dei danni creati.

Un grave problema, spesso dai più sottovalutato, è la compromissione della viabilità rurale, che rende le strutture agricole non accessibili anche rispetto alle esigenze giornaliere di mungitura e governo degli animali”.

Le immagini, giustamente, mostrano i centri cittadini devastati dalle acque, ma paradossalmente i danni agli edifici sono i più facilmente sanabili, sia in termini di tempo che di fattibilità.

Nei terreni agricoli alluvionati, invece, si conteranno danni di almeno tre tipi, con conseguenze che si protrarranno a lungo.

Il primo è l’erosione e, quindi, la perdita per sempre di suolo fertile trasportato altrove, quando per formarne un 1 cm servono dai 100 ai 1000 anni.

Il secondo è il deposito di pietrisco che trasforma la granulometria e la composizione del terreno coltivato in un’area inagibile e inutilizzabile.

Infine, il terzo è l’inquinamento dovuto alla tipologia dei materiali depositati dalle acque passate attraverso i centri abitati o comunque di origine non nota, che renderà le superfici prima fertili in potenzialmente inquinate anche da avanzi di cemento, plastiche e metalli.

“I dottori agronomi e forestali conoscono le aree interne del Paese e sappiamo di poter dare un grosso aiuto sia al Dipartimento di Protezione Civile, con cui abbiamo recentemente sottoscritto un protocollo a livello nazionale, sia alle regioni e agli enti locali. Con le nostre competenze professionali possiamo aiutare a prevenire e programmare interventi a tutela delle persone, delle aziende agricole e del territorio.” – dichiara Sabrina Diamanti, Presidente CONAF – “La prevenzione del dissesto idrogeologico è un'altra di quelle azioni che si deve sviluppare facendo squadra, non rimandando più una corretta pianificazione e gestione del territorio. Per esempio, nella redazione Piani di Assetto idrogeologico spesso si trascura il ruolo delle coltivazioni più adatte nelle aree di vincolo o quali sono le più utili destinazioni d’uso dei terreni per coniugare le esigenze di tutela delle persone con le attività delle imprese agricole.”

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