L'arca olearia
Superintensivo e intensivo: il confronto si accende
I due sistemi, spesso messi in competizione tra loro, hanno dato luogo a fazioni e partigianerie. Non è giusto, perchè la discussione deve essere basata su dati economici e agronomici. Prosegue il dibattito con i lettori
23 aprile 2011 | Alberto Grimelli
Sono veramente felice della discussione che si è creata, attraverso lettere e commenti, riguardo all'articolo (Intensivo contro superintensivo. Facciamo un po' di conti).
Il contributo pubblicato voleva infatti essere, prima di tutto, un momento di confronto e di discussione su due metodi colturali.
Questi sistemi vengono messi spesso in competizione, creando così fazioni e partigianerie che però danneggiano una seria discussione sull'argomento, che deve essere invece basata su dati economici e agronomici.
Prima di entrare nel merito, fornendo un risposta alle riflessioni e alle critiche, vi invito alla lettura della lettera di Alfredo Marasciulo, qui di seguito riportata, e dei commenti di Emanuele Aymerich e Angelo Antonioli, pubblicati invece quale commento all'articolo.
Spettabile Redazione,
scrivo in merito all’articolo “Intensivo contro superintensivo. Facciamo un po’ di conti” da voi pubblicato a firma di Alberto Grimelli.
Non entro nel merito dell’analisi economica dei due sistemi, se non per segnalare un dato che a mio modo di vedere non è del tutto rappresentativo della realtà.
In tale articolo viene indicato come prezzo medio di vendita per un chilo di olio ottenuto da sistema superintensivo 2,5 euro, attribuendo al fatto che si tratta di olio ottenuto da varietà internazionali il minor ricavo rispetto ai 3,5 euro che si ottengono dalle varietà nazionali utilizzate nel sistema intensivo.
Il dato mi sembra non del tutto condivisibile dal momento che i prezzi di qualunque prodotto sono determinati dall’incontro tra domanda e dell’offerta e che, molto spesso sulla base di tale legge, gli oli Italiani sono venduti ad un prezzo più elevato di altri non solo perché ottenuti da varietà nazionali, ma anche per il fatto che se ne produce molto meno.
Si aggiunga che l’immagine complessiva di godono cui l’Italia ed i prodotti italiani aiuta a far lievitare la domanda spostandone in alto il prezzo, e di questa immagine godrebbero anche le varietà internazionali purché coltivate e trasformate in Italia.
Non mi addentro però nella questione in quanto la mia non vuole essere una analisi economica quanto piuttosto una considerazione generale che prescinde dai costi e dai ricavi.
Ciò che penso è che si sta confondendo la causa di un problema per il suo effetto.
In una realtà come quella italiana, in cui il sistema olivicolo risente di inefficienze che determinano aumenti di costi, è naturale che si cerchi di ottimizzare le produzioni per risultare più competitivi.
Il problema è che se anche si riuscisse ad abbattere i costi sostituendo l’intero sistema olivicolo tradizionale con il più remunerativo dei due tra l’intensivo ed il superintensivo, ci si ritroverebbe nel giro di pochi anni a competere con nazioni in cui altri costi, tra cui quello del lavoro, incidono in misura inferiore sul prezzo di produzione senza, pertanto, aver risolto niente.
Si aggiunga che il più probabile effetto di un passaggio in massa a sistemi intensivi/superintensivi sarebbe l’aumento delle quantità offerte e, conseguentemente, l’abbassamento del prezzo medio di vendita.
Tale abbassamento di prezzo che a prima vista potrebbe tradursi in un vantaggio almeno per il consumatore, in realtà potrebbe non esserlo neanche per quest’ultimo. Qualora infatti i produttori non riuscissero ad ottenere una giusta remunerazione dalla loro attività, difficilmente troverebbero le risorse e la volontà per produrre oli di qualità con il risultato ultimo che sul mercato si troverebbero oli più economici ma anche più scadenti.
A mio modo di vedere, questa corsa all’abbattimento del costo di produzione (dalla quale comunque non si può prescindere) porterà dei risultati solo se supportata da una strutturale e costante opera di creazione di cultura di prodotto.
Allo stato attuale il consumatore medio conosce molto poco l’olio extravergine e pertanto non riesce a dare un giusto valore alla qualità dello stesso.
Si deve insegnare al consumatore (e, se possibile anche a qualche produttore) a conoscere l’olio extravergine ed a riconoscerne pregi e difetti, in modo tale da permettergli di effettuare scelte consapevoli al momento dell’acquisto e di dare il giusto valore ai prodotti ed alle differenze tra i prodotti presenti sul mercato.
Il consumatore deve poter scegliere un olio extravergine perchè trova in esso qualcosa di particolare e diverso da quello che trova in altri prodotti simili e, per poter fare questo, deve imparare a conoscere l’extravergine profondamente.
Concludo questa mia superficiale analisi ribadendo che, se si vogliono realmente eliminare le inefficienze che ostacolano lo sviluppo dell’intero settore olivicolo, non si può prescindere da quella più macroscopica che è il bassissimo livello di conoscenza del prodotto da parte del consumatore.
Ben venga pertanto qualsiasi analisi che permetta ai produttori di conoscere i costi dei differenti sistemi , di evidenziarne il più efficiente e di operare di conseguenza, ma ricordiamoci tutti che in assenza di politiche volte a creare cultura di prodotto tutti questi sforzi potrebbero risultare vani.
Cordialmente.
Alfredo Marasciulo
L'articolo in questione non voleva evidenziare che un sistema sia migliore dell'altro ma fornire a tutti i lettori qualche dato e qualche spunto di riflessione sull'argomento.
Evidentemente in differenti regioni italiane vi saranno anche diversi costi di impianto, frangitura ecc
Avendo spiegato nel dettaglio il metodo di calcolo, non è infatti difficile arrivare a valori di valore attuale netto e tempo di ritorno dell'investimento che più si adattano ala specifica realtà territoriale.
Il prezzo di molitura di 5 euro a quintale d'olio è praticato da alcune cooperative del sud Italia, ma anche imputando un valore più elevato, comunque equivalente tra intensivo e superintensivo, il confronto non avrebbe perso di efficacia.
La resa di 13,5%, lievemente più bassa rispetto alla media nazionale, è riferita all'oliveto intensivo mentre, in bibliografia, si riscontra, ed è comunemente accettata, una resa inferiore di 1-2 punti nel caso di un oliveto superintensivo. Le cause di questa variazione di resa sono essenzialmente dovute a due fattori: contenuto in acqua dell'oliva mediamente più elevato nell'oliveto superintensivo e, per lo stesso modello colturale, un maggiore ombreggiamento con conseguente minore inolizione delle drupe.
Per quanto riguarda i costi di raccolta evidentemente di è una differenza sostanziale tra i due modelli: 300 euro/ha per il superintensivo contro i 1200 euro/ha per l'intensivo. In entrambi i casi mi sono riferito alla migliore delle ipotesi possibili. Un tempo di raccolta di 2 ore per ettaro per il superintensivo è infatti adatto nel caso di filari molto lunghi e poche necessità di manovre sui campi. Allo stesso modo una capacità di raccolta, con scuotitore e reti, di 50 (per 400 piante/ha) e 75 ) e 75 (per 600 piante/ha) piante all'ora è certamente molto elevato ma fattibile, stando a diversa documentazione bibliografia a e a mie personali esperienze sul campo in diverse regioni italiane tra cui Toscana, Puglia e Sicilia. Mi rendo conto che 1 minuto a pianta possa apparire inverosimile ma il tempo di scuotitura dei nuovi scuotitori su può quantificare in meno di 10 secondi con 20 secondi dedicati al posizionamento della pinza e 30 secondi al piazzamento del trattore (tempi riferiti a singola pianta). 20-25 piante al giorno, pari a 3 piante all'ora, si possono invece riferire al caso di raccolta con agevolatori, comprensivo di spostamento delle reti, oppure nel caso si prendano in considerazione alberi secolari che necessitino di scuotitura di ogni singola branca con conseguente allungamento dei tempi di posizionamento del trattore, oltre che di particolari cautele dovute alla presa della pinza sulla branca.
Sono inoltre felice di essere venuto a conoscenza dell'esperienza sarda con il superintensivo ma mi risulta che simili esperienze con altre cultivar locali, come la frantoio e la coratina, per voler fare solo due nomi, non abbiano riportato risultati altrettanto brillanti. So inoltre che la ricerca scientifica, nonostante la presenza di qualche campo sperimentale in Italia, non abbia ancora fornito alcuna indicazione sulla fattibilità del sistema con varietà locali o italiane. Pertanto, dovendomi attenere a esperienze generali, debbo confermare che, ad oggi, le cultivar adatte e consigliate per il superitnensivo sono quelle internazionali (Arbequina, Arbosana e Koreneiki) con l'aggiunta di qualche cultivar italiana di nuova costituzione, spesso non ricomprese nei disciplinari Dop/Igp.
Per quanto riguarda la differenza di prezzo tra i due oli, questa è determinata prevalementemente dal fato che la tipicità di un olio, che il mercato sta premiando con prezzi lievemente superiori, non può essere data solo dal luogo di produzione ma anche dalla qualità intrinseca del prodotto. Un extra vergine di arbequina. Perchè un consumatore dovrebbe pagare di più solo un olio simile, se non uguale? Solo per la scritta made in Italy? Il consumatore non è fesso e di fronte a due oli simili andrà a privilegiare quello a minor prezzo. E' quanto sta accadendo oggi sul mercato dell'extra vergine dove si sono affacciati competitors (Tunisia, Marocco...) in grado di offrire oli di qualità standard, rientranti nella categoria extra vergini, a prezzi molto bassi, andando in competizione diretta con la Spagna ma potendo, in virtù di costi di produzione più bassi, permettersi quotazioni inferiori rispetto a quelle del paese iberico.
L'articolo non voleva offrire una ricetta su come recuperare redditività per l'olivicoltura italiana, questione sempre aperta, ma piuttosto offrire uno spunto di riflessione per quanti oggi intendono piantare un nuovo oliveto e si trovano nel dilemma di scegliere tra due modelli olivicoli: italiano e spagnolo.
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riccardo sgaramella
24 aprile 2011 ore 08:42personalmente sono convinto che il modo migliore per continuare ad essere leader nei prodotti di gamma alta sia quello di rimanere fedeli ai sistemi produttivi tipici delle varie zone continuando pertanto a produrre artigianalmente una varietà di olii infinita e ognuni di essi con caratteristiche uniche.
se ci industrializziamo non faremo altro che essere standard, il trutto a scapito del made in italy.
pertanto proteggiamo le tradizioni continuando a coltivare tradizionalmente per non perdere anni di cultura e tradizioni uniche