Turismo
AGRITURISMI SOTTO I RIFLETTORI: L'AMARA VERITA'. ALL'INCREDIBILE DIFFORMITA' CON CUI LE VARIE REGIONI ESPRIMONO IL GRADIENTE QUALITATIVO, SI AGGIUNGONO I FORTI INTERESSI CONTRARI DI CERTE LOBBY
Una lucida analisi di Stefano Tesi. L'orgia di spighe, girasoli e farfalline sta diventando fonte di una risibile confusione. Si tratta in verità di strutture ricettive che non possono essere classificate in modo rigido. Il bello dell'ospitalità rurale non tutti però lo colgono. Nel frattempo molte attività scelgono, per convenienza, di passare al commercio
06 ottobre 2007 | Stefano Tesi
La riduzione del sistema di classificazione degli agriturismi toscani da cinque a tre stelle (vedi TN di sabato 29 settembre:
link esterno) è senza dubbio un provvedimento contraddittorio, dannoso e inspiegabile almeno in termini logici. Lo è invece molto meno in termini politici, ove - come del resto in molti altri provvedimenti regionali - esso riflette la precisa volontà della Regione di affermare con i fatti, oltre che a parole, la più volte rivendicata autonomia normativa in materia agricola.
Lascia però perplessi, innanzitutto, che la protesta emerga solo oggi per una norma vecchia di quattro anni. Quando finora, malumori individuali a parte, nessuno si era stracciato le vesti contro la riforma: neanche le organizzazioni agrituristiche. Le quali all'epoca, per ignavia, impotenza o connivenza, avevano anzi "subito" senza troppo colpo ferire la volontà dell'ente locale.
Se è ovvio quindi che il cambiamento risulti inutile e irritante agli occhi dell'operatore, nonchè fonte di infiniti equivoci per l'ignara clientela, di contro è anche vero che in tema di classificazione i mali più gravi, quelli che penalizzano realmente il settore, stanno altrove, dietro la facciata.
Stanno ad esempio nell'incredibile difformità con cui le leggi regionali esprimono il gradiente qualitativo delle strutture agrituristiche, in un'orgia di spighe, girasoli, farfalline e via naturalizzando che, a parere di chi scrive e non solo, rappresentano per chiunque, anche a prescindere dal loro numero, la prima, fatale, risibile fonte di confusione.
Ma l'equivoco fondamentale che rende fragile e inaffidabile l'intero sistema è ancora più radicale. E consiste nella scelta di classificare in modo rigido un prodotto di per sè inclassificabile come l'agriturismo.
Per carità : offrire all'utente un criterio orientativo per la scelta e imporre alle aziende un minimo di uniformità di servizi è un proposito benemerito quanto necessario. Pretendere però di ingabbiare un fenomeno basato per definizione - e che fonda buona parte del suo successo - sulla intrinseca diversità delle situazioni, appare un eclatante controsenso. Il bello dell'ospità rurale è di offrire in ogni azienda luoghi, volti, stili di vita, storie personali, percorsi diversi. Questo è il vero valore aggiunto che rende ogni struttura unica nel suo genere. Pretendere di assimilarle in una massa unica è già di per sè arbitrario. Farlo poi in base a criteri fungibili mutuati dal sistema alberghiero (cito a memoria: dalla presenza del cestino per i rifiuti in bagno al numero di lampadine presenti per l'illuminazione notturna) è altamente sciocco. Giusto quindi raggruppare le strutture per caratteristiche comuni "de minimis", tanto per dare qualche parametro unificante, ma andare oltre è un'inutile complicazione per le imprese e un grottesco rompicapo per la clientela.
O davvero si crede che l'ospite scelga un agriturismo invece di un altro non in base al "feeling", al panorama, all'ubicazione, allo stile dell'accoglienza, bensì per la presenza del frigobar o del lettore dvd?
Ma, volendo proprio dirla tutta e andando al cuore del problema, c'è di più.
Non c'è bisogno di aver girato il mondo, basta aver messo il naso fuori dal paesello per sapere che ciò che, nelle strutture ricettive (in tutte le strutture ricettive), aldilà di stelle, spighe o chiavi, fa la differenza sono il prezzo e la qualità dei servizi. Valori su cui nessuna classificazione potrà mai influire in meglio (casomai in peggio: la formalità di un punto in più spesso giustifica tariffe più alte a qualità sostanziale inferiore). Non è un caso del resto che il mondo alberghiero, che in termini di know how, autorganizzazione e sviluppo è anni luce avanti all'agriturismo, abbia da tempo cessato di preoccuparsi seriamente della questione delle stelle (quanti hotel preferiscono restare a 4 pur offrendo standard da 5, proprio per avere maggiore elasticità e concorrenzialità sui prezzi?). E ciò perchè tutti hanno compreso, clienti inclusi, che quello della classificazione non è più un parametro significativo. Oggi sono i marchi e i loro raggruppamenti a fare la differenza. Si sa, ad esempio, che gli alberghi della catela Leading sono diversi per stile e servizi da quelli della Family, che i Jolly hanno caratteristiche diverse dagli Hilton e così via. In base a questo, e al prezzo richiesto, si fa la propria scelta.
Eppure, proprio negli anni in cui si celebrava il sostanziale divorzio tra il sistema delle "stelle" e il mondo alberghiero, in quello dell'agriturismo montava la furia classificatrice a colpi di spighe, stelle e "criteri fungibili" riepilogati in chilometrici questionari. Bel tempismo, eh? Ecco perchè ho la sensazione che la pur comprensibile questione sollevata dagli operatori chiantigiani, ai quali va tutta la solidarietà del sottoscritto, nasca vecchia e superata.
A meno che... A meno che non si voglia dare alla faccenda una lettura più maliziosa. E si voglia finalmente dire la verità , che come sempre non è nè semplice, nè comoda.
A mio parere la verità è questa e viene da lontano.
Nato, almeno agli occhi del commercio, come fenomeno poco meno che folkloristico, l''agriturismo si è ritagliato negli anni una bella fetta di mercato turistico. Ciò, va detto per correttezza, in parte grazie alla sua intrinseca forza attrattiva e alla capacità di riempire gli spazi vuoti creati dal mercato sull'onda della riscoperta della campagna; e in parte grazie ad agevolazioni e benefici (di cui talvolta si è anche abusato) che hanno reso l'esercizio dell'ospitalità rurale molto concorrenziale (e prescindiamo per un attimo dalle questioni di equità ) rispetto a quella tradizionale.
Ovvio che i settori concorrenti reagissero. Con poca efficacia, quando hanno cercato di screditare il settore sottolineandone l'improvvisazione, la scarsa professionalità , le "furberie". Molti invece quando hanno compreso che l'unico modo per arginare il successo dell'agriturismo era ingabbiarlo in regole rigide, adempimenti burocratici soffocanti, obblighi di continui adeguamenti: in tutto ciò che insomma è incompatibile con la realtà del mondo rurale e il suo stile di vita. E quindi, con abile attività di lobby, hanno progressivamente spinto affinchè, anche sotto il profilo normativo e regolamentare, l'attività agrituristica diventasse sempre più simile all'attività commerciale, sistema di classificazione compreso: timbri, bolli, carte, controlli, distinguo, trafile, conteggi. Fino al punto di rendere spesso più conveniente, per le imprese, "passare" al commercio anzichè restare nell'agricoltura.
Una manovra che, bisogna ammetterlo, è riuscita perfettamente e che è tra le ragioni principali del declino dell'agriturismo toscano (e non).
La verità ti fa male, lo sai, diceva la canzone.
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