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"IL FIGLIO GIUSTO" SECONDO STEFANO ZECCHI

Un’affiatata coppia nell’era della gravidanza programmabile. Le difficoltà di una pretesa non realizzabile: "Mi sembrava di fare l’amore in modo diverso, come se il mio corpo si fosse liberato, prendendo la rivincita su tutte le costrizioni a cui lo avevo obbligato infliggendogli pillole e diaframmi"

03 novembre 2007 | Antonella Casilli



Francesca, Andrea e la loro ricerca di un figlio sono i protagonisti dell’ultimo libro di Stefano Zecchi Il figlio giusto, il romanzo di una maternità, edito da Mondadori.

Francesca ed Andrea: un’affiatatissima coppia che nell’era della gravidanza programmabile si trova a dover affrontare le difficoltà della pretesa non realizzabile "dire no alla gravidanza, dire no adesso, esprime si un desiderio, ma formulato in negativo".

Zecchi ha il dono di rendere chiari gli stati d’animo dei due protagonisti. Non sono pensieri strabilianti quelli che attraversano il romanzo e se questo da taluni e stato visto come un difetto, ritengo debba invece considerarsi un pregio. Quantunque la genitorialità sia un evento trascendente i desideri che
la sottendono sono pienamente umani e come tali vanno vissuti. "Il nostro desiderio di avere un figlio ci aveva legati al futuro quasi carnalmente … mi sembrava di fare l’amore in modo diverso, come se il mio corpo si fosse liberato, prendendo la rivincita su tutte le costrizioni a cui lo avevo obbligato infliggendogli pillole e diaframmi".

Francesca è una giornalista, suo marito Andrea è un medico, Zecchi fa esprimere Francesca con eloquio forbito, attesa la sua estrazione culturale, ma quelle che prova sono sensazioni che possono attagliarsi a qualsiasi donna: un rapporto aperto alla procreatività attua una sessualità partecipata e complementare.
In questo senso l’evento procreativo non può essere inteso come qualcosa
di staccato dalla vita intima dei coniugi. E se Francesca alla "prima, inconsapevole espulsione del feto" pensa "per quel maledetto dottore non era successo niente! Anche le mie aspettative, i miei progetti i miei sogni, le mie emozioni erano niente!" Andrea dal canto suo capisce quanto sia importante ricavarsi uno spazio diverso accanto alla donna amata "per non farmi coinvolgere nel groviglio delle sue sensazioni". Sa bene, comunque, che qualunque cosa avessi detto o fatto riguardo la sua gravidanza l’avrebbe sicuramente criticata".

Test cui Francesca si sottopone, dopo numerosi aborti, mettono in evidenza che "la chimica della coppia era insoddisfacente perché gli spermatozoi di Andrea sopravvivevano poco tempo a contatto con il muco cervicale di Francesca che, probabilmente per l’età era diventato troppo acido. La dottoressa spiega, allora, a Francesca che la soluzione risiede nella Fivet cioè fecondazione in vitro con embriotransfert.
Francesca è meravigliata di se stessa "non provavo nessuna repulsione e perplessità all’idea che il concepimento avvenisse in modo artificiale", che mentre lei era distesa su un asettico lettino suo marito "raccoglieva il suo seme".

Zecchi - che non dimentichiamolo è anche autore di amata per caso, romanzo di un’adozione - per tutto il romanzo non suggerisce niente ma accompagna,
attraverso le parole di Francesca ed Andrea, il lettore a riflettere; questo tipo di artificialità assume un significato altamente negativo in quanto l’intervento medico cancella la presenza della coppia: il seme prelevato con la masturbazione viene trasferito nelle vie genitali della donna o in una provetta che già contiene alcune ovocellule prelevate per via laparoscopica o per via trans cervicale.
Tale sostituzione della tecnica all’atto coniugale isola l’individuo. Francesca ne è consapevole, pensa, infatti, "un figlio nasce da un rapporto erotico, dall’amore, dall’istinto sessuale che unisce una persona all’altra. Ora invece ero sola; l’artificio scientifico avrebbe dovuto farmi avere un bambino senza amore, senza sesso". Per Francesca, però, il desiderio di mettere al mondo un figlio diviene un ossessione, "il mio corpo pretende quello che non può avere". Ed il fallimento della fecondazione assistita omologa porta anche ad accarezzare la possibilità di intraprendere quella eterologa "avevo pensato che fosse una tecnica come le altre e non avevo valutato quali conseguenze avrebbe provocato nell’immaginazione di Andrea", quantunque frastornata riesce a pensare al suo compagno passivo spettatore, si chiede se sia giusto umiliarlo, ma si chiede anche se possa considerarsi umiliazione atteso che il figlio è di chi lo cresce.
Ma il desiderio a tutti i costi di Francesca collide con il desiderio di normalità di Andrea e la loro storia precipita, sono necessarie nuove svolte per aprire nuovi orizzonti.

A me non resta che consigliare caldamente, a tutti, di leggere questo libro, in un epoca di estremo individualismo il percorso laico di Zecchi ci conduce alle stesse conclusioni dell’Istruzione Donum Vitae: la procreazione non può essere intesa come qualcosa di staccato dalla vita intima della coppia.



Stefano Zecchi, Il figlio giusto, Mondadori, pp. 255, euro 17,50

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