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Il Sangiovese è romagnolo, ci sono le prove

“Sangiovese vino di Romagna” è il titolo del nuovo libro che racconta storia e tipicità di questo famoso vitigno, anche in virtù di un’interessante scoperta importante per la viticoltura romagnola, nazionale e anche mondiale

17 settembre 2014 | C. S.

Il Sangiovese è uno dei vitigni più diffusi in Italia e all’estero, ma le sue origini sono ancora in parte misteriose e discusse. Per tale motivo, ogni documento antico che getta luce su tale argomento è accolto con grande interesse; come la scoperta nell’Archivio di Stato di Faenza di un atto notarile del 1672 che attesta già all’epoca la coltivazione del Sangiovese nel territorio di Casola Valsenio, nell’Appennino faentino in Romagna. È il primo documento noto che riporta il termine Sangiovese, preceduto solo da un paio di citazioni, ma con denominazioni diverse.

Partendo dal documento, Beppe Sangiorgi, storico e giornalista, ha sviluppato una ricerca sull’origine del nome, sulla culla del Sangiovese e sulle sue successive vicende consultando circa 200 testi italiani e stranieri editi dal 1600 a oggi. Ricerca pubblicata, per iniziativa del Consorzio Vini di Romagna e con prefazione dello storico dell’alimentazione Massimo Montanari, nel libro Sangiovese vino di Romagna - Storia e tipicità di un famoso vitigno e di un grande vino. Volume che nella seconda parte, curata da Giordano Zinzani, enologo e presidente del Consorzio Vini di Romagna, descrive il terroir romagnolo e le varie tipologie e denominazioni nelle quali si articola l’attuale produzione viticola ed enologica del Sangiovese in Romagna.

Incrociando la constatazione che il Sangiovese è inizialmente presente nell’area imolese-faentina con la convinzione di gran parte degli studiosi che individuano l’origine del Sangiovese nella parte montana dell’Appennino Tosco-Romagnolo, Sangiorgi ha ipotizzato che la culla di tale vitigno, figlio di un vitigno toscano e di un vitigno meridionale emigrato in Toscana, sia stata nella prima metà del secondo millennio la parte alta delle vallate dei fiumi Lamone, Senio e Santerno. E precisamente i monasteri vallombrosani di Crespino e Santa Reparata (Marradi), Susinana (Palazzuolo sul Senio) e Moscheta (Firenzuola), tre comuni amministrati da Firenze ma posti nel versante romagnolo dell’Appennino.
Dai gioghi dell’Appennino il vitigno è sceso, da una parte lungo le vallate faentine e imolesi prendendo il nome dialettale di sanzuves (contrazione di sangue dei gioghi) e poi sanzvés, italianizzato in sangiovese, nome che ha sempre mantenuto diffondendosi nel ‘700 nel resto della Romagna. Dall’altra parte, è sceso in Toscana assumendo i nomi di Sangiogheto, Sangioeto, San Zoveto e Sangioveto e solo dalla metà dell’800 di Sangiovese. Il vitigno non solo ha assunto due nomi differenti di qua e di là dell’Appennino, ma ha sviluppato nei secoli anche caratteri diversi stante la sua grande sensibilità al terroir.

A partire dalla metà dell’800 il Sangiovese e il Sangioveto si sono poi diffusi nelle altre regioni dell’Italia centrale e, verso la fine del secolo, la denominazione romagnola “Sangiovese” si è via via affermata, anche in Toscana. E non solo dal punto di vista linguistico, ma anche materiale, attraverso il reimpianto dei vigneti distrutti dalla fillossera.

L’identità romagnola del Sangiovese e il suo stretto legame con il territorio vengono rimarcate da Giordano Zinzani attraverso la descrizione del terroir e la presentazione delle varie tipologie e denominazioni nelle quali si articola l’attuale produzione viticola ed enologica di tale vitigno in Romagna. Cominciando dal “Romagna DOC Sangiovese” e proseguendo con il Sangiovese dei “Colli” romagnoli e il Sangiovese IGT.

“Sangiovese vino di Romagna”, Storia e tipicità di un famoso vitigno e di un grande vino
di Beppe Sangiorgi e Giordano Zinzani.
Valfrido Edizioni (Faenza) in collaborazione con Consorzio Vini di Romagna.
Pag.110. €10,00.

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