Italia

L’olio extra vergine Dop è sconosciuto a un italiano su due

Sconcertante ricerca Ismea: più della metà degli italiani non conosce il nome di alcun olio italiano a denominazione d’origine. Gli olii di qualità hanno un mercato prevalentemente locale e occupano solo un 10% degli scaffali della GDO

11 aprile 2009 | Graziano Alderighi

Nelle catene della grande distribuzione a prevalere sono gli olii extravergini generici, mentre quelli DOP e IGP occupano solo il 10% dello scaffale, prevalentemente nella parte medio-alta, e hanno un prezzo medio quasi doppio rispetto agli olii privi di denominazione.

Sono questi alcuni dei principali risultati presentati dall’Ismea al convegno organizzato da Fedagri-Confcooperative sugli Olii DOP e IGP nella grande distribuzione organizzata.

Come succede anche per altri prodotti agroalimentari, i consumatori spesso non sono in grado di percepire il “surplus” qualitativo che è alla base del differenziale di prezzo. La grande varietà di confezioni presenti, l’ampio range di prezzo (accompagnato al frequente ricorso a offerte speciali), un lessico tanto fantasioso quanto confuso e una scarsa razionalità nella esposizione contribuiscono a falsare la percezione della reale qualità dei prodotti.

Del resto, la loro notorietà è bassissima: secondo una ricerca ISMEA più della metà degli italiani non conosce il nome di alcun olio italiano a denominazione d’origine DOP (Denominazione d’origine protetta) o IGP (Indicazione Geografica protetta). I più noti comunque risultano essere l’olio Toscano IGP, il Riviera Ligure DOP e il Terra di Bari DOP.

Inevitabilmente, alla luce di questi dati, gli olii extravergine DOP e IGP finiscono per avere come sbocco commerciale prevalente quello del mercato locale. “Da un lato le imprese produttrici di olii di qualità non riescono a fornire volumi sufficienti alla Grande distribuzione – spiega Santo Ingrosso, presidente del Settore Oleario di Fedagri-Confcooperative – dall’altro, anche quando questi oli arrivano sugli scaffali, i consumatori non riescono a coglierne le caratteristiche qualitative superiori. La specificità degli extravergine italiano – ha concluso – va resa più riconoscibile, attraverso strumenti informativi concreti e coerenti.

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