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Viticoltura biologica, un punto tecnico su gestione e difesa

Viticoltura biologica, un punto tecnico su gestione e difesa

Dalle sperimentazioni della Fondazione Edmund Mach arrivano nuove indicazioni per rendere più resilienti i vigneti biologici: sovescio, inerbimento controllato e curetage contro il mal dell’esca al centro delle prove sul campo

22 agosto 2026 | 10:00 | C. S.

La viticoltura biologica guarda sempre più alla gestione complessiva dell’agroecosistema per affrontare le sfide poste dai cambiamenti climatici e dalla necessità di ridurre l’impatto ambientale delle produzioni. Suolo fertile, disponibilità idrica, equilibrio vegetativo e tecniche innovative di difesa sono gli strumenti individuati dalla ricerca per costruire vigneti più resilienti e sostenibili.

È questo il filo conduttore dell’incontro organizzato dalla Fondazione Edmund Mach dedicato alla viticoltura biologica, nell’ambito del ciclo di appuntamenti per presentare i risultati delle attività sperimentali condotte dal Centro Trasferimento Tecnologico. La giornata, con 120 partecipanti, si è svolta nel campus di San Michele all’Adige e ha approfondito le prove dedicate alla difesa della vite, alla gestione del suolo e alle tecniche agronomiche capaci di migliorare la risposta delle piante agli stress ambientali.

«Praticare la viticoltura biologica è particolarmente difficile e rispetto ad altre colture richiede coraggio – ha spiegato il direttore generale della FEM, Riccardo Velasco –. Questo coraggio deve essere sostenuto dalla ricerca, dai tecnici e dai tecnologi che lavorano quotidianamente su questi temi. Le prove sperimentali rappresentano uno strumento fondamentale per accompagnare i viticoltori verso gli obiettivi della transizione ecologica».

Il ruolo del sovescio nella fertilità del vigneto

Tra gli approfondimenti più rilevanti della giornata vi sono stati i risultati di una sperimentazione triennale dedicata alla fertilizzazione dell’erbaio da sovescio in vigneto. Lo studio condotto dalla Fondazione Edmund Mach ha confrontato diverse modalità di distribuzione degli apporti nutritivi, valutando gli effetti sulla vite, sul terreno e sulla qualità delle uve.

La ricerca ha messo in evidenza come il solo sovescio possa non essere sufficiente a garantire un adeguato equilibrio nutrizionale nel lungo periodo, mentre l’integrazione con ammendanti e fertilizzanti consente di valorizzare maggiormente i benefici della copertura vegetale.

L’aumento della biomassa erbacea favorito dalla fertilizzazione contribuisce infatti all’accumulo di carbonio stabile nel suolo, migliorando progressivamente la fertilità e la struttura del terreno. L’impiego di matrici organiche nell’interfilare ha inoltre permesso di preservare la produttività e la qualità delle uve, limitando gli effetti della competizione tra vite e vegetazione spontanea.

Inerbimento e gestione dell’acqua: la vite si adatta alla siccità

Un altro tema centrale ha riguardato la gestione dell’inerbimento come strumento per migliorare la disponibilità idrica del suolo e aumentare la capacità di adattamento della vite alla siccità.

La sperimentazione condotta dall’ERSA - Agenzia Regionale per lo Sviluppo Rurale del Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con AIAB, ha analizzato differenti strategie di gestione della copertura vegetale in vigneto, confrontando terreno lavorato, inerbimento spontaneo e colture di copertura terminate con trinciatura o rullatura.

I risultati hanno mostrato come la tipologia di copertura e la tecnica utilizzata per la sua gestione possano influenzare il contenuto idrico e la temperatura del terreno. Una corretta gestione dell’inerbimento può quindi trasformare la competizione vegetale in un elemento positivo, inducendo la vite a sviluppare meccanismi di maggiore tolleranza allo stress idrico.

L’obiettivo non è eliminare la presenza della vegetazione nel vigneto, ma governarla per creare un sistema più equilibrato e capace di affrontare condizioni climatiche sempre più caratterizzate da periodi siccitosi.

Difesa biologica: attenzione alle principali malattie della vite

Nel corso dell’incontro sono state presentate anche le strategie di difesa dalle principali patologie della vite. L’andamento climatico stagionale ha evidenziato come la riduzione delle condizioni favorevoli allo sviluppo dei patogeni possa limitare la pressione delle malattie, ma la gestione fitosanitaria resta uno degli aspetti più complessi della viticoltura biologica.

Le prove sperimentali hanno confermato l’importanza di un approccio preventivo, basato sul monitoraggio, sull’equilibrio vegetativo delle piante e sull’utilizzo mirato dei mezzi tecnici ammessi dal metodo biologico.

Curetage contro il mal dell’esca: sette anni di risultati positivi

La giornata si è conclusa con la visita alle prove dedicate al contenimento del mal dell’esca, una delle più problematiche malattie del legno della vite. L’attenzione è stata rivolta alla tecnica del curetage, conosciuta anche come dendrochirurgia, che consiste nell’asportazione meccanica del legno cariato attraverso incisioni effettuate sul ceppo.

La sperimentazione ha confrontato piante trattate con curetage e piante non sottoposte all’intervento, monitorandone l’evoluzione per sette anni.

I risultati hanno evidenziato una riduzione significativa della ricomparsa dei sintomi e della mortalità delle piante infette. La tecnica si conferma quindi una possibile soluzione nell’ambito di una strategia integrata di gestione delle malattie del legno, contribuendo a prolungare la vita produttiva dei vigneti.

Le ricerche presentate dalla Fondazione Edmund Mach indicano una direzione chiara per la viticoltura biologica del futuro: aumentare la qualità e la sostenibilità delle produzioni attraverso una gestione più consapevole del suolo, dell’acqua e della salute delle piante.

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