L'arca olearia

Etichettatura d'origine, tutta la verità, nient'altro che la verità. Da parte di Ferderolio

Il presidente Gennaro Forcella svela alcuni retroscena. Per fare chiarezza. La strada dell'azione congiunta della filiera italiana è stata abbandonata dai rappresentanti del settore agricolo. Rispetto e fiducia non sempre abbondano

28 giugno 2008 | T N



Caro Dottor Caricato,

Lei sa bene che seguo con attenzione Teatro Naturale.

Ho dunque letto anche la nota dell'amico Ranieri Filo della Torre (link esterno) e, debbo dire, sono rimasto veramente perplesso.

Molto ci sarebbe da dire ma un po' non desidero rubarLe tempo e spazio e un po' vorrei affrontare in altre sedi le questioni anche "storiche" sollevate da Filo della Torre; se lo si decide, sono il primo a essere d'accordo a farla la storia del settore dell'olio di oliva. Purchè la si faccia tutta e bene.

Ora mi accontento di molto meno e vorrei parlare di obbligo dell'indicazione dell'origine.

Non so se sono uno dei potenti lobbisti di cui parla Ranieri Filo della Torre; so però che già quattro anni fa scrivevo all'allora Ministro Alemanno per chiedere l'introduzione dell'obbligo dell'indicazione dell'origine per gli oli oliva vergini ed extra vergini. Allora parlavo di convertire in obbligo le disposizioni facoltative in materia di indicazione dell'origine dettate dall'art. 4 del reg. Ce 1019/2002 e mi sembra che la soluzione che Bruxelles si accinge ad adottare non si allontani troppo da questo.

Ora Ranieri Filo della Torre parla di una vittoria per l'Italia - e suppongo per le organizzazioni del settore agricolo - realizzata con l'introduzione delle preannunciate modifiche dell'art. 4 del reg. Ce 1019/2002.

Sono contento che le imminenti modifiche al reg. Ce 1019/2002 sull'obbligo dell'indicazione dell'origine siano talmente condivise dal settore agricolo nazionale da essere considerate una vittoria del settore stesso. Lo dico sinceramente e senza alcuna ironia.

Ma allora che dovrebbe dire la Federolio che queste modifiche chiede da anni e le chiede laddove vanno chieste e come vanno chieste e cioè a Bruxelles per il tramite del competente Ministro italiano?

Eppoi c'è un altro interrogativo che mi "frulla" in testa. Nel giugno 2007, ben prima dunque del decreto di ottobre, ci siamo visti proprio presso la Federolio, in questa formazione: Federolio, ovviamente, Assitol, Unaprol, Cno e Unasco.

Dall'incontro scaturirono contatti e approfondimenti; nei giorni seguenti ci fu inviato un testo dalle parti agricole cui noi rispondemmo con alcune osservazioni. Era un testo che volevamo, tutti insieme, presentare a Bruxelles per introdurre l'obbligo dell'indicazione dell'origine per gli oli di oliva vergini ed extra vergini. Dicevo e pensavo (e, per vero, dico e penso) che se tutta la filiera italiana chiede una cosa a Bruxelles con il sostegno del proprio Governo, ebbene quella cosa la può ottenere.

Invece non è andata così: la strada dell'azione congiunta della filiera italiana è stata abbandonata dai nostri amici del settore agricolo che hanno scelto la strada del decreto nazionale con quello che ne consegue.

Pazienza e tutto bene quel che finisce bene. Però non capisco perché da parte agricola si debba dire che non c'era disponibilità da parte del commercio (e anche dell'industria) all'introduzione dell'obbligo dell'indicazione dell'origine per gli oli di oliva vergini ed extravergini. Loro sanno che non è così!

Quanto alla "concessione" alle marche di indicare la sede dello stabilimento, ebbene vorrei solo dire che il mio amico Ranieri fa un po' di confusione: il reg. 1019/2002 (e prima il reg. 2815/98) ha introdotto una disciplina particolare per i marchi registrati prima di una certa data; ma l'obbligo dell'indicazione della sede ce lo siamo voluti noi italiani con l'attuazione della direttiva sull'etichettatura dei prodotti alimentari. Bruxelles ci lasciava liberi se dettare o meno questo obbligo; siamo stati noi a volerlo perché ci sembrava che ponesse più in chiaro le responsabilità del confezionatore.

Già le responsabilità. Certo se in un olio c'è un residuo di antiparassitario, chi su quell'olio ha messo l'etichetta non si trova in una situazione facile. Purtroppo endosulfan, procimidone e fenitrotion (a tacer d'altro) sono sostanze indesiderate che si sono trovate e si trovano nell'olio extra vergine di oliva italiano. Anche su questo piano, come commercio, abbiamo proposto azioni comuni agli amici del settore agricolo nazionale ma sempre con nessun successo.

Come Federolio abbiano recentemente "lanciato" un'idea nuova sulla sicurezza alimentare nel settore degli oli vegetali; ci piacerebbe parlarne anche con il settore agricolo.

La nebulosità è sempre una brutta cosa. A noi del commercio piace così poco che nel 1992 (sedici anni fa) abbiamo chiesto la soppressione dell'aiuto comunitario destinato ai confezionatori; infatti abbiamo pensato (nel 1992 non l'altro ieri) che questo aiuto determinasse situazioni, appunto, "nebulose".

Nebulosi, per vero, sono un po' anche i dati sulla produzione italiana. Ma non voglio fare polemica. Però non mi si deve dire che il commercio non compra l'olio italiano. Più corretto sarebbe dire che al commercio servono da otto a nove milioni di quintali di olio di oliva e in Italia se ne trovano, se va bene, non più di tre.

E' difficile comprare un olio che non c'è. Il poco che c'è, ovviamente, risente degli andamenti generali dei mercati, che debbono essere valutati in un contesto planetario. Se poi si vuole parlare di valorizzazione dell'olio nazionale, allora quello è un altro discorso, da fare con altri strumenti.

Direi che un piccolo diritto di primogenitura per la tutela dell'olio italiano, la Federolio potrebbe vantarlo, dato che nel 2001 promosse un Consorzio per la valorizzazione dell'olio extravergine di oliva italiano, tracciato, certificato e connotato da parametri di eccellenza. Le cose poi non sono andate troppo bene, si sono infatti arenate e non per proprie colpe, ma non solo per quel Consorzio.

Ma il commercio italiano è cocciuto e sta per ripartire alla carica con un'iniziativa a tutela dell'alta qualità del prodotto nazionale, iniziativa che è stata proposta a tutta la base associativa della Federolio. Niente di meglio che condividerla con la filiera, purché su una base di rispetto e di fiducia. E direi che rispetto e fiducia, che pure non mancano da parte di alcune significative organizzazioni agricole, non sempre abbondano nelle prese di posizione all'interno della filiera.

Mi fermo qui altrimenti i miei propositi di brevità sarebbero ulteriormente smentiti. Ma tantissimo ci sarebbe ancora da dire. Come tantissimo si potrebbe fare per il "risorgimento dell'olio italiano", se però ci fossero almeno due premesse: un po' di buona volontà e la ferma intenzione di lasciarsi alle spalle atteggiamenti che non hanno giovato a nessuno.

La ringrazio dell'ospitalità e La saluto cordialmente.

Gennaro Forcella

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