L'arca olearia
Giacenze di olio extravergine di oliva italiano a 82 mila tonnellate: la filiera rischia il blocco
Si confermano le previsioni di Teatro Naturale che ipotizzava scorte a 80 mila tonnellate a fine campagna olearia. E' da evitare il panico, si può prefigurare uno scenario simile al 2021. Occorre solo evitare la trappola finanziaria per frantoi e imbottigliatori
12 ottobre 2026 | 11:00 | Alberto Grimelli
Al 30 settembre 2026, vigilia di una nuova campagna olearia, nei depositi nazionali risultano stoccate 195.044 tonnellate di olio di oliva, il 46,7% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Questo secondo i dati di Frantoio Italia dell'ICQRF.
L’olio extravergine di origine italiana ha raggiunto quota 82.195 tonnellate, con un balzo del 170,5% su base annua. Un anno fa, allo stesso giorno, le scorte di EVO tricolore erano appena 30.381 tonnellate. In dodici mesi, il prodotto nazionale disponibile nei magazzini è quasi triplicato. L’extravergine rappresenta oggi il 77% dello stock totale, per 150.203 tonnellate, in crescita del 66,9% rispetto a settembre 2025.
E' una situazione così preoccupante?
Per comprendere la portata della situazione attuale occorre ripercorrere la traiettoria degli ultimi anni, confrontando i dati ICQRF-Frantoio Italia al 30 settembre di ogni annata.
Nel settembre 2021, l’Italia deteneva 210.595 tonnellate di olio di oliva complessive, di cui 64.855 tonnellate di EVO di origine italiana. L’olio italiano rappresentava il 30,8% dello stock totale, un livello già considerevole ma ancora lontano dalle proporzioni attuali. Nel settembre 2022, le giacenze complessive salirono a 215.327 tonnellate, con l’EVO italiano attestato a 87.183 tonnellate, in crescita del 34,4% su base annua. Fu l’ultimo anno di “normalità” prima della crisi.
Il settembre 2023 segnò il punto di rottura. Le giacenze totali crollarono a 153.970 tonnellate, in calo del 28,5% rispetto all’anno precedente. L’EVO italiano si ridusse a circa 38.000 tonnellate. La siccità e la crisi produttiva avevano azzerato le scorte nazionali. Nel settembre 2024, la situazione peggiorò ulteriormente: le giacenze totali scesero a 109.081 tonnellate, con l’EVO italiano a 40.213 tonnellate. L’olio italiano era praticamente introvabile sul mercato all’ingrosso.
Il settembre 2025 segnò l’inversione di tendenza, ma con una composizione distorta. Le giacenze totali risalirono a 132.951 tonnellate, in crescita del 21,9% su base annua. Tuttavia, l’EVO italiano continuò a calare, scendendo a 30.381 tonnellate, il livello più basso del quinquennio. A sostenere il mercato furono le importazioni comunitarie: l’EVO di origine UE balzò a 50.258 tonnellate, in crescita del 96,8% rispetto al 2024. Per la prima volta, l’olio straniero superava quello italiano nelle giacenze nazionali.
Il settembre 2026 ha ribaltato completamente il quadro. L’EVO italiano è risalito a 82.195 tonnellate, più del doppio rispetto al 2024 e quasi il triplo del 2025. Le importazioni comunitarie sono rimaste stabili a 52.600 tonnellate, ma il prodotto nazionale le ha superate.
Geografia dello stoccaggio: il Sud e il paradosso delle regioni imbottigliatrici
La distribuzione territoriale delle giacenze riflette la struttura della filiera. Il 52,2% dell’olio nazionale è detenuto nelle regioni del Sud, con la Puglia che da sola concentra oltre il 31% dello stock complessivo. A luglio, le giacenze pugliesi di EVO italiano superavano le 46.000 tonnellate, la Calabria sfiorava le 14.500, la Sicilia si attestava intorno alle 7.700.
Toscana e Umbria, pur non essendo tra le prime regioni produttrici di olio sfuso, compaiono stabilmente tra i detentori di stock rilevanti. A luglio 2026, la Toscana deteneva oltre 24.900 tonnellate di olio complessivo, l’Umbria circa 13.200. Il dato riflette il ruolo di queste regioni come hub di imbottigliamento e commercializzazione: grandi marchi e imprese di confezionamento vi mantengono scorte strategiche, che oggi pesano sui bilanci come mai prima.
Questa geografia è coerente con la struttura storica del settore. Già nel 2022, la Puglia deteneva il 32% delle giacenze nazionali, la Toscana il 19,7%, la Calabria il 9,1% e l’Umbria l’8,7%. Nel 2024, il 48,9% dello stock era nel Sud, con Puglia al 26,2% e Calabria al 14,1%. La differenza non è nella distribuzione, ma nei volumi assoluti: ciò che nel 2024 era un flusso regolare di merce in transito, nel 2026 è diventato un accumulo stagnante.
Biologico e DOP/IGP: la nicchia non è immune
Il comparto biologico, tradizionalmente più resiliente, mostra segnali di sofferenza. A settembre 2026, le giacenze di olio biologico sfuso ammontavano a circa 27.000 tonnellate di EVO. Il confronto con gli anni precedenti è impietoso: nel settembre 2022, l’olio bio in giacenza era di 31.244 tonnellate. Nel settembre 2023, era sceso a circa 20.000 tonnellate, con una flessione del 31,8% rispetto all’anno precedente. Nel settembre 2025, risaliva a 14.147 tonnellate, con un incremento del 13,5% su base annua. Il dato 2026, pur in forte crescita su base annua, è ancora inferiore ai livelli del 2022.
Il dato più significativo riguarda la struttura: quasi tutto l’olio bio è detenuto allo stato sfuso. Le scorte di olio bio confezionato sono marginali. Questo significa che il comparto biologico non è immune dalla logica dell’accumulo di materia prima invenduta: il prodotto c’è, ma non trova sbocco commerciale nella forma in cui è stoccato.
Gli oli a denominazione di origine seguono una traiettoria diversa. Nel settembre 2022, le giacenze DOP/IGP ammontavano a 10,6 milioni di litri, con la sola Terra di Bari che rappresentava il 48,1% del totale. Nel settembre 2023, il volume era sceso a 5,4 milioni di litri. Nel settembre 2025, si attestava a 4,7 milioni di litri, con le tre principali IG che concentravano il 54,3%. Il dato 2026, pur in crescita, non raggiunge i livelli del 2022. La vetrina delle eccellenze certificate non è esplosa come l’olio sfuso italiano, ma nemmeno è immune dalla saturazione dei magazzini.
Verso la nuova campagna: uno spettro già visto
La campagna olearia 2026/27 sta per iniziare con i depositi pieni e i prezzi in discesa. È una situazione opposta a quella del 2024, quando le giacenze tecniche di EVO italiano si azzerarono in poche settimane tra agosto e settembre grazie a vendite record.
Il rischio che si profila non è solo economico, ma soprattutto finanziario. Se i frantoi non avranno spazio per ritirare le nuove olive, gli olivicoltori resteranno senza sbocco per il raccolto. La filiera, già provata da due anni di volatilità estrema, si troverebbe compressa tra un passato di prezzi alti e un presente di quotazioni insostenibili.
Il confronto con il 2021 è illuminante. Quattro anni fa, l’Italia deteneva 210.595 tonnellate di olio, con 64.855 tonnellate di EVO italiano. Una differenza non così significativa.
I ritmi di acquisto di olio italiano in GDO sono ripresi ma a prezzi incompatibili con i costi di produzione. Ecco che la sfida di questa campagna olearia è che le giacenze, in quanto tali, non rappresentano uno scoglio insuperabile, se si trovano e vegono messi a disposizione strumenti finanziari atti a garantire la liquidità alle imprese. Al contempo occorreche la Grande Distribuzione prenda atto che quotazioni a meno di 5 euro/litro per l'olio naizonale sono incompatibili con etica e morale, trovando un equilibrio tra buoni flussi e volumi e prezzi più adeguati.
La campagna 2026/2027 dovrà quindi cercare un difficile equilibrio tra olivicoltura, imbottigliatori e GDO. Le scorte sono significative ma non a livelli tali, come è per esempio per il vino, da rappresentare una crisi difficilmente recuperabile. L'olio italiano non si può vendere a 5 euro/litro ma neanche a 10 euro/litro. Occorre una mediazione e, appunto, un punto di equilibrio. L'unico garante di un patto etico può essere il governo italiano che, speriamo, voglia giocare questa partita.
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