L'arca olearia
Funghi nematofagi nei suoli degli oliveti del Mediterraneo: ecco perché il clima conta più della gestione biologica
Il ruolo dei funghi nematofagi, predatori naturali dei nematodi parassiti delle piante, negli agroecosistemi olivicoli. La loro presenza e attività non dipendono tanto dal metodo di coltivazione (biologico vs convenzionale), quanto piuttosto da fattori climatici e pedologici, in particolare dall'aridità
26 settembre 2026 | 11:00 | R. T.
L'olivo è una coltura simbolo del Mediterraneo, ma oggi deve fare i conti con i cambiamenti climatici: meno piogge, temperature più alte e stagioni sempre più imprevedibili. A questo si aggiunge un problema spesso sottovalutato: i nematodi parassiti delle piante (PPN), tra cui spiccano i temuti Meloidogyne spp. (nematodi galligeni). Questi microscopici vermi attaccano l'apparato radicale, compromettendo la capacità della pianta di assorbire acqua e nutrienti, con conseguente calo di vigore e produttività.
Il problema è aggravato dal fatto che, nell'Unione Europea, non esistono nematocidi autorizzati per l'olivo. La soluzione, quindi, non può che essere un'altra: potenziare i nemici naturali dei nematodi. Tra questi, i funghi nematofagi rappresentano uno degli strumenti di biocontrollo più promettenti. Si tratta di funghi capaci di parassitare nematodi, uova o femmine, e di ridurne naturalmente le popolazioni.
Ma quanto sono diffusi questi funghi negli oliveti mediterranei? E cosa ne influenza l'attività? Un recente studio pubblicato su Plant and Soil ha cercato di rispondere a queste domande, analizzando 42 oliveti in quattro Paesi del bacino del Mediterraneo.
Come è stato condotto lo studio
La ricerca ha coinvolto 42 oliveti in Grecia, Marocco, Portogallo e Spagna, per un totale di 126 punti di campionamento. In ogni oliveto sono stati prelevati tre campioni di suolo in primavera, in corrispondenza della rizosfera delle piante in fase di fioritura. Gli oliveti sono stati classificati in base alla gestione: biologica (certificata UE) o non biologica (tradizionale o ad alta densità).
Sono state utilizzate due metodologie complementari:
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qPCR selettiva su DNA estratto dalla comunità di nematodi del suolo, per rilevare sei funghi nematofagi target con diversi meccanismi d'azione (endoparassiti, predatori con trappole, parassiti di uova).
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Saggio biologico "egg-bait" su agar-acqua, in cui uova di Meloidogyne incognita sono state messe a contatto con il suolo per 12 giorni, per valutare l'attività di parassitizzazione e isolare i funghi responsabili.
Sono state inoltre analizzate numerose variabili: proprietà fisico-chimiche del suolo, parametri agronomici, dati climatici (aridità, temperatura, piogge, evapotraspirazione) e residui di pesticidi.
I risultati principali
1. La geografia batte la gestione
Il dato più eclatante è che la gestione biologica non ha aumentato né la presenza né la diversità dei funghi nematofagi rispetto a quella convenzionale. Le differenze significative sono emerse piuttosto tra Paesi. La Grecia si è distinta per la maggiore diversità e attività fungina, seguita dal Portogallo. Marocco e Spagna hanno mostrato i valori più bassi.
2. Purpureocillium lilacinum: il protagonista indiscusso
Tra i sei funghi target analizzati con qPCR, solo Purpureocillium lilacinum è risultato ampiamente diffuso, con una prevalenza del 100% in Grecia e Portogallo e del 62,5% in Spagna e 33,3% in Marocco. Questo fungo, già noto per la sua capacità di parassitare le uova di nematodi, si conferma un potenziale alleato naturale.
Al contrario, Drechslerella dactyloides, Orbilia oligospora e Hirsutella rhossiliensis sono stati rilevati solo sporadicamente, mentre Catenaria sp. e Gamsyella gephyropaga non sono stati trovati affatto.
3. L'attività di biocontrollo è legata al clima
Il saggio "egg-bait" ha mostrato che la maggior parte dei campioni presentava bassi tassi di infezione (sotto il 3%), ma con picchi fino al 18% in alcuni campioni greci. I tassi più elevati sono stati osservati in Grecia e Portogallo, quelli più bassi in Marocco e Spagna.
L'analisi statistica ha evidenziato che il fattore principale è l'aridità: all'aumentare dell'aridità, l'attività di parassitizzazione diminuisce drasticamente. Anche altre variabili climatiche (temperatura media e massima, piogge, evapotraspirazione) hanno un'influenza significativa. Tra i fattori edafici, un ruolo positivo è giocato da sabbia, permeabilità, densità apparente e sostanza organica; al contrario, pH elevato, calcio, calcare attivo e carbonati riducono l'attività.
4. Fusarium e Trichoderma: diversità sottovalutata
L'isolamento dai saggi ha rivelato una diversità inaspettata: ben 10 specie di Trichoderma e 8 di Fusarium, oltre a generi come Aspergillus, Penicillium, Mortierella e Talaromyces. Le specie più frequenti sono state F. oxysporum, T. virens, Neocosmospora solani (ex F. solani), T. hamatum e F. redolens. Alcune di queste, come T. harzianum e T. virens, sono già note per la loro attività contro Meloidogyne spp.
Curiosamente, solo un oliveto in Portogallo ha mostrato P. lilacinum attivamente infettante uova nel saggio, nonostante la sua elevata prevalenza rilevata con qPCR. Questo suggerisce che la presenza del DNA non sempre corrisponde ad attività infettiva, forse per assenza di spore vitali o per inibizione da parte di altri funghi.
Cosa significa per gli olivicoltori
La conclusione principale dello studio è che l'etichetta "biologico" non basta a garantire un suolo ricco di funghi nematofagi. Ciò che conta davvero è l'ambiente pedoclimatico e, in particolare, la disponibilità idrica. In un contesto di crescente aridità, i funghi utili faticano a esprimere il loro potenziale.
Le implicazioni pratiche sono chiare:
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Migliorare la gestione del suolo: pratiche come il mulching, la copertura vegetale (anche spontanea) e la riduzione delle lavorazioni possono abbassare la temperatura del suolo, aumentare l'infiltrazione dell'acqua e la ritenzione idrica.
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Favorire la sostanza organica: i funghi nematofagi, in particolare quelli più saprofiti come Fusarium e Trichoderma, traggono vantaggio da suoli ricchi di materia organica.
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Attenzione al pH e ai carbonati: suoli troppo alcalini o calcarei possono limitare l'attività di questi funghi.
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Monitorare l'aridità: in zone particolarmente aride, l'integrazione con irrigazione (ove possibile) o l'adozione di varietà più resilienti diventano strategie complementari.
Prospettive future
Lo studio apre diverse strade di ricerca. Da un lato, sarebbe utile testare l'efficacia biocontrollante di Trichoderma e Fusarium isolati anche contro nematodi diversi da Meloidogyne, come quelli a vita libera o altri parassiti. Dall'altro, è necessario comprendere meglio i fattori che regolano l'attività infettiva di P. lilacinum, che pur essendo ubiquitaria non sempre si dimostra attiva.
In un contesto di cambiamento climatico, la gestione della sostanza organica e dell'acqua nei suoli olivicoli non è solo una questione agronomica: è una strategia di resilienza ecologica. I funghi nematofagi, invisibili ma preziosi, possono diventare alleati fondamentali — a patto di creare le condizioni giuste per il loro sviluppo.
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