L'arca olearia
Acetamiprid e flupyradifurone nell’olio d'oliva: cosa succede ai residui dopo il trattamento contro la mosca dell'olivo
Acetamiprid e flupyradifurone sono insetticidi sistemici con un comportamento chimico molto diverso da quello dei principi attivi fortemente lipofili. Il semplice trascorrere dei giorni dopo il trattamento non è sufficiente, da solo, per prevedere la concentrazione finale: dose, epoca di applicazione, sviluppo della drupa, condizioni meteorologiche e processo di estrazione incidono sulla residualità
28 settembre 2026 | 12:00 | R. T.
L’acetamiprid è un neonicotinoide sistemico. Dal punto di vista fisico-chimico presenta una solubilità in acqua di circa 4,25 g/L a 25 °C, mentre il coefficiente di ripartizione ottanolo/acqua è relativamente basso, con log Kow ≈ 0,8. I dati JMPR riportano inoltre una solubilità molto bassa in n-esano, pari a circa 6,54 mg/L, valore che conferma la limitata affinità del principio attivo per solventi fortemente apolari.
Questo è un elemento importante quando si ragiona sull'olio extravergine. Un composto con log Kow pari a 0,8 non può essere considerato fortemente lipofilo: tende a distribuirsi maggiormente nelle componenti acquose e polari rispetto a una molecola fortemente affine ai trigliceridi. Di conseguenza, non è corretto assumere che l’acetamiprid, una volta presente sulla drupa, venga automaticamente concentrato nell’olio.
Il comportamento reale è tuttavia più complesso. L’olio non è una semplice fase di n-esano: durante la frangitura si produce un sistema complesso costituito da olio, acqua di vegetazione, polpa, frammenti di nocciolo e sostanze colloidali. Una parte del residuo può quindi essere trasferita all’olio anche quando il principio attivo non è fortemente liposolubile.
Cosa dicono le prove sulle olive
Per l’acetamiprid disponiamo di otto prove sperimentali realizzate in Italia, Spagna, Grecia e Francia meridionale nella stagione 2013, a sostegno dell'impiego su olivo. L'applicazione valutata per l'area mediterranea prevedeva una singola applicazione fogliare di 100 g di sostanza attiva/ha, con intervallo di sicurezza di 7 giorni.
I residui misurati nelle olive nelle otto prove erano compresi fra 0,46 e 1,30 mg/kg, con un residuo mediano di 0,80 mg/kg e un valore massimo di 1,30 mg/kg. Questi dati sono stati utilizzati da EFSA per proporre un MRL di 3 mg/kg per olive da tavola e olive destinate alla produzione di olio.
Il dato più interessante, dal punto di vista agronomico, è però il tempo di attesa: le prove regolatorie specifiche sull’olivo non dimostrano che dopo 14, 21 o 28 giorni l’acetamiprid sia necessariamente scomparso. Dimostrano piuttosto che, nelle condizioni sperimentali utilizzate, il residuo al PHI di 7 giorni era compatibile con l'impiego valutato.
È una distinzione importante. Non si può quindi costruire una curva del tipo "7 giorni = X, 14 giorni = metà, 21 giorni = un quarto" sulla base dei dati disponibili per l’olivo.
Gli studi di metabolismo su altre colture confermano peraltro che l’acetamiprid può rimanere una componente importante del residuo per periodi relativamente lunghi: EFSA indica che il principio attivo rappresentava circa il 30–90% dei residui radioattivi totali in diversi tessuti vegetali a 14–90 giorni dal trattamento. Questi dati, però, non devono essere interpretati come concentrazioni residue nell’oliva, perché provengono da studi di metabolismo e non da prove di decadimento su olive destinate alla molitura.
Dal frutto all’olio: l’acetamiprid viene fortemente ridotto
Per l’acetamiprid esiste un dato particolarmente utile: il processing factor mediano per olive/raw oil è 0,13, sulla base di sei studi. I valori individuali riportati da EFSA sono 0,09; 0,12; 0,13; 0,13; 0,16 e 0,25. Il processing factor è il rapporto fra la concentrazione nel prodotto trasformato e quella nella materia prima.
In termini pratici, se un lotto di olive presentasse, a titolo puramente esemplificativo, 1 mg/kg di acetamiprid, un fattore di processo di 0,13 porterebbe a una concentrazione teorica nell’olio dell’ordine di 0,13 mg/kg, assumendo condizioni comparabili a quelle degli studi.
Non significa che ogni frantoio ottenga esattamente questo risultato. Il processing factor è influenzato dal processo tecnologico, dalla distribuzione del residuo sulla drupa e dalle condizioni sperimentali. È però un'indicazione molto forte: la concentrazione nell’olio tende a essere notevolmente inferiore a quella riscontrabile nella drupa.
Flupyradifurone: chimica diversa, ma stesso principio generale
Il flupyradifurone appartiene agli agonisti dei recettori nicotinici ed è classificato nel gruppo IRAC 4D. Anche in questo caso il comportamento fisico-chimico non è quello di un pesticida fortemente lipofilo.
La solubilità in acqua è di circa 3,2 g/L a 20 °C, mentre il log Kow è circa 1,2. Il principio attivo non presenta ionizzazione significativa nell’intervallo di pH 1–12.
Un log Kow di 1,2 indica una maggiore affinità per la fase organica rispetto all’acetamiprid, ma siamo ancora lontani dai valori tipici delle sostanze fortemente lipofile. Anche il valore di log Kow, quindi, suggerisce che il flupyradifurone non debba essere considerato un contaminante che si concentra selettivamente nella componente grassa dell’olio.
Un aspetto interessante è che la molecola è molto solubile in acqua ma, contemporaneamente, può risultare persistente in determinate condizioni ambientali. Studi di laboratorio hanno mostrato che il flupyradifurone è stabile in acqua sotto luce solare in assenza di fattori biologici, mentre la fotolisi diretta sotto UV-C può essere rapidissima. Questo dimostra perché non sia corretto utilizzare la sola solubilità in acqua per prevedere la velocità di scomparsa dal campo.
Il dato più importante: 7, 14, 21, 28 e 35 giorni
Per il flupyradifurone la documentazione EFSA contiene una vera e propria serie temporale su olivo.
Sono state realizzate otto prove conformi alla GAP nell'area mediterranea, in Italia e Spagna, con campionamenti a 7, 14, 21, 28 e 35 giorni dall'ultima applicazione. L'impiego valutato prevedeva una singola applicazione di 150 g/ha e un PHI di 14 giorni.
Il risultato è particolarmente interessante: il flupyradifurone tal quale tendeva a stabilizzarsi intorno a 14–21 giorni dopo il trattamento, anziché continuare a diminuire rapidamente.
Ancora più importante è il comportamento del metabolita DFA, difluoroacetic acid. In sei delle otto prove la concentrazione di DFA era massima al più lungo intervallo di campionamento, cioè a 35 giorni.
Questo significa che la semplice domanda "dopo quanti giorni il prodotto sparisce?" non è scientificamente sufficiente.
Per il flupyradifurone bisogna distinguere:
7 giorni: il residuo parentale può essere ancora significativo;
14 giorni: è il PHI della GAP mediterranea valutata da EFSA;
14–21 giorni: il residuo di flupyradifurone tende a raggiungere un plateau;
28–35 giorni: il principio attivo parentale non necessariamente continua a diminuire in modo marcato e il metabolita DFA può continuare ad aumentare.
Il fenomeno è particolarmente importante per la gestione agronomica, perché allungare semplicemente l’intervallo fra trattamento e raccolta non equivale necessariamente a una riduzione proporzionale di tutti i residui.
E nell’olio extravergine?
La chimica del flupyradifurone suggerisce una limitata tendenza alla concentrazione nella frazione lipidica. Anche la valutazione internazionale JMPR considera il residuo come non fat-soluble. Per il flupyradifurone sono stati inoltre calcolati fattori di processo per l’olio di oliva: il JMPR ha indicato un processing factor di 0,19 per l’olio di oliva crudo, mentre per l’olio raffinato il valore è inferiore a 0,11.
Anche in questo caso, dunque, il trasferimento dal frutto all'olio è soltanto parziale.
Un'attenzione particolare deve essere riservata però alla definizione del residuo. Nell’Unione europea il controllo del flupyradifurone non si esaurisce necessariamente nella sola molecola parentale: la normativa distingue il flupyradifurone e il metabolita DFA, mentre la valutazione del rischio può utilizzare una definizione più ampia.
Acqua e olio: confronto fra le due molecole

I valori di solubilità e log Kow provengono da dati fisico-chimici ufficiali e dalla letteratura scientifica; i processing factor derivano invece da studi di trasformazione. Non devono quindi essere confusi con una vera e propria "solubilità nell’olio".
Perché il residuo nell’olio non può essere previsto soltanto dalla chimica
La concentrazione finale nell’EVOO dipende da almeno cinque passaggi: quantità applicata, deposito sulla superficie della drupa, assorbimento sistemico, distribuzione fra buccia/polpa/acqua e trasferimento durante la molitura.
Per questo motivo un principio attivo molto solubile in acqua non è necessariamente assente dall'olio. La frangitura rompe le cellule e mette in contatto simultaneamente acqua vegetale e fase lipidica; inoltre una parte dei residui può essere associata alla polpa e ai colloidi che accompagnano l’olio durante l’estrazione.
La letteratura sulla determinazione dei pesticidi nell’olio evidenzia proprio la complessità della matrice e la necessità di metodi analitici specifici, come QuEChERS associato a LC-MS/MS. In uno studio del 2024 su 35 oli extravergini italiani sono stati rilevati residui di almeno un pesticida nel 34% dei campioni; per l’acetamiprid è stato ricercato il metabolita N-desmethyl-acetamiprid, con concentrazioni nell’ordine dei nanogrammi per millilitro. Gli autori non hanno rilevato un rischio per il consumatore alle concentrazioni misurate.
Questo studio non dimostra, tuttavia, quale fosse il trattamento dell’olivo o quanti giorni fossero trascorsi dall’applicazione: è quindi un dato di monitoraggio commerciale, non una prova di decadimento temporale.
Cosa dovrebbe fare l’olivicoltore
La prima regola è non utilizzare il PHI come obiettivo di residualità, ma come limite minimo. Se l’etichetta prevede 7 giorni, non significa che al settimo giorno il residuo sia nullo: significa che l'impiego è stato valutato e autorizzato rispettando quella condizione.
Per produzioni destinate a mercati particolarmente sensibili ai residui, è prudente programmare il trattamento il più lontano possibile dalla raccolta, quando agronomicamente ed economicamente compatibile, senza interpretare però il semplice trascorrere del tempo come garanzia di azzeramento.
Nel caso dell’acetamiprid, i dati specifici sull’olivo mostrano che una singola applicazione a 100 g/ha, con raccolta a 7 giorni, ha prodotto residui sulle olive compresi fra 0,46 e 1,30 mg/kg. Un intervallo più lungo può contribuire alla dissipazione, ma non disponiamo di una serie sperimentale sull’olivo sufficientemente completa per quantificare una curva 7–14–21–28 giorni.
Nel caso del flupyradifurone occorre invece considerare espressamente la dinamica parentale/metabolita: il parentale tende al plateau tra 14 e 21 giorni e il DFA può raggiungere valori più elevati a 28–35 giorni. Non è quindi scientificamente corretto consigliare una semplice attesa di 30 giorni come garanzia di una residualità inferiore.
È inoltre fondamentale evitare sovradosaggi, ridurre la deriva, rispettare il volume di distribuzione previsto dall’etichetta e registrare con precisione data, dose, volume di acqua, superficie trattata e intervallo fra applicazioni. Una seconda applicazione ravvicinata può modificare radicalmente il profilo residuale rispetto a una singola applicazione.
Una strategia prudenziale per l’olio di qualità
Per un olivicoltore che produce EVOO destinato a mercati premium, la strategia più razionale è lavorare non sul limite normativo ma su un margine tecnico di sicurezza.
Quando possibile, gli interventi insetticidi dovrebbero essere effettuati sulla base del monitoraggio del fitofago e della soglia d'intervento, evitando applicazioni calendarizzate non necessarie. Quando il trattamento è indispensabile, è opportuno collocarlo nella fase fenologica che consenta di mantenere il maggior intervallo possibile dalla raccolta, sempre nel rispetto dell'etichetta.
Particolarmente utile è inoltre separare i lotti trattati da quelli non trattati. In caso di raccolta anticipata, trattamento vicino alla raccolta o cambiamenti nelle strategie fitosanitarie, l'analisi multiresiduale di olive o olio può diventare uno strumento di gestione del rischio, soprattutto per aziende che vendono con specifiche private più restrittive degli MRL.
Il dato scientifico più importante che emerge dal confronto fra acetamiprid e flupyradifurone è quindi questo: entrambi hanno una bassa propensione alla concentrazione nella fase lipidica rispetto agli insetticidi fortemente lipofili, ma nessuno dei due può essere considerato automaticamente assente dall’EVOO dopo il trattamento. Il residuo nell’olio è il risultato dell’intera catena "trattamento → dissipazione → metabolismo → raccolta → frangitura", non della sola solubilità della molecola.
Per l’acetamiprid abbiamo un forte effetto di riduzione durante la trasformazione, con un processing factor mediano olive/raw oil di circa 0,13. Per il flupyradifurone il fattore per olio crudo indicato dal JMPR è circa 0,19, ma la dinamica temporale è più complessa per la presenza del DFA.
In sintesi, per l'olivicoltore il parametro più importante non è chiedersi "quanti giorni servono perché il prodotto sparisca", ma "quanto tempo intercorre tra l’ultima applicazione autorizzata e la raccolta, a quale dose è stato effettuato il trattamento e quale comportamento residuale è documentato per quella specifica coltura e quel principio attivo". È questo approccio che consente di trasformare il rispetto del PHI in una vera gestione preventiva della residualità nell’olio.
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