L'arca olearia
Ecco come i plastificanti contaminano l'olio d'oliva, dalla raccolta alla tavola
La contaminazione inizia già nei frutti raccolti e aumenta progressivamente durante le fasi di lavorazione, raggiungendo i picchi più alti durante lo stoccaggio prolungato in bottiglie di plastica. Il tempo di contatto con la plastica gioca un ruolo cruciale. Una guida pratica per gli olivicoltori
31 luglio 2026 | 11:00 | R. T.
L'olio d'oliva è un prodotto di eccellenza, il cui valore è determinato non solo dalle proprietà organolettiche ma anche dalla sua purezza. Negli ultimi anni, la comunità scientifica ha posto sempre maggiore attenzione su un problema subdolo: la contaminazione da plastificanti, in particolare ftalati e loro sostituti, che minaccia la filiera produttiva. Uno studio approfondito condotto in Portogallo, pubblicato sulla rivista Molecules, ha analizzato tre diverse linee di produzione in altrettante regioni del paese, raccogliendo campioni in ogni fase cruciale: dai frutti appena raccolti fino all'olio confezionato e conservato per diversi mesi.
La ricerca ha messo in luce un quadro allarmante: la contaminazione non è un fenomeno isolato alla fase di confezionamento, ma un problema sistemico che si insinua fin dalle prime fasi della filiera. I risultati mostrano un incremento progressivo della concentrazione di plastificanti, con i valori più elevati riscontrati negli oli confezionati in bottiglie di PET dopo 18 mesi di stoccaggio. In alcuni campioni, le concentrazioni di Di-isononil ftalato (DINP) hanno superato i limiti di migrazione specifica stabiliti dalla normativa europea (Regolamento UE 2023/1442), che fissa a 1,8 mg/kg la soglia per la somma di DINP e DIDP. Sebbene la somma totale dei 32 plastificanti analizzati non abbia oltrepassato il limite di gruppo di 60 mg/kg, la presenza di queste sostanze, anche a livelli inferiori alla soglia, rappresenta un campanello d'allarme per la qualità e la sicurezza alimentare.
Dalle Reti di Raccolta ai Tubi in Gomma: Le Fonti Primarie di Contaminazione
Lo studio ha identificato con precisione i punti critici della produzione dove la contaminazione è più probabile. Un dato sorprendente emerso è che la plastica utilizzata per il packaging non è l'unica, né sempre la principale, responsabile. Le olive stesse, al momento dell'arrivo al frantoio, sono già risultate contaminate, soprattutto quando trasportate in sacchi di plastica riutilizzabili, come evidenziato nella linea di produzione del Nord del Portogallo. Questo suggerisce che l'olivo, come pianta, può assorbire composti presenti nell'ambiente, ma la causa più immediata è il contatto diretto con materiali plastici durante la raccolta e il trasporto.
Lavare le olive con acqua ha dimostrato di ridurre parzialmente questi contaminanti iniziali, ma il problema si ripresenta e si aggrava lungo tutta la linea produttiva. Le analisi hanno rivelato un aumento significativo della concentrazione di plastificanti a partire dalla fase di frangitura e gramolazione, dove le paste vengono lavorate con macchinari che spesso contengono componenti in plastica. Il vero salto di qualità nella contaminazione, però, avviene durante il trasporto e lo stoccaggio. In tutte le linee produttive esaminate, i ricercatori hanno osservato che l'olio entrava in contatto con tubi in gomma e plastica, in particolare durante le fasi di trasferimento dai serbatoi di stoccaggio alla linea di imbottigliamento. Questi tubi flessibili, spesso utilizzati per la loro praticità, sono emersi come una fonte primaria e costante di rilascio di plastificanti nell'olio, molto più incisiva dei materiali del packaging finale, almeno nei primi sei mesi di conservazione. L'uso di tubi in acciaio inossidabile, come osservato in un'altra linea produttiva, ha invece contribuito a mantenere più bassi i livelli di contaminazione, confermando l'importanza della scelta dei materiali a contatto con il prodotto.
La Sfida dell'Imballaggio: PET vs Vetro e il Fattore Tempo
Se l'imbottigliamento non è la fonte primaria di contaminazione, il suo impatto diventa determinante nel medio-lungo periodo. Lo studio ha confrontato l'evoluzione della concentrazione di plastificanti in oli confezionati in vetro e in PET. Dopo sei mesi di stoccaggio, le differenze tra i due materiali non erano significative, suggerendo che nel breve termine il rischio di migrazione dalle bottiglie di plastica è contenuto.
Tuttavia, il quadro cambia radicalmente dopo 18 mesi. Gli oli conservati in PET hanno mostrato un incremento considerevole dei livelli di plastificanti, superando in alcuni casi quelli dei campioni in vetro della stessa partita. Questo fenomeno è attribuibile al tempo di contatto prolungato, che consente una maggiore migrazione delle molecole dal polimero della bottiglia all'olio. L'effetto è stato particolarmente pronunciato per il DINP, il plastificante più abbondante in tutti i campioni analizzati, e per altri composti come il DEHT (tereftalato di di-2-etilesile). Quest'ultimo, utilizzato come alternativa a ftalati più tossici, ha mostrato concentrazioni fino a 8,5 mg/kg, evidenziando come anche i cosiddetti "sostituti sicuri" possano migrare in quantità significative, sollevando interrogativi sulla loro effettiva innocuità nel lungo termine.
Un Decalogo per un Olio più Puro: Consigli Pratici per gli Olivicoltori
Alla luce dei risultati di questa ricerca, è possibile delineare una strategia pratica e mirata per ridurre la contaminazione da plastificanti, tutelando la qualità dell'olio e la fiducia del consumatore.
In primo luogo, la gestione della raccolta e del trasporto delle olive è cruciale. Sostituire i sacchi in plastica, specie quelli riutilizzati, con contenitori in acciaio inox, iuta o altri materiali naturali e inerti è un investimento nella qualità. Se l'uso della plastica è inevitabile, è preferibile optare per materiali certificati per il contatto alimentare e, se possibile, monouso per ridurre l'usura e il rilascio di particelle. La fase di lavaggio, come dimostrato, è un'occasione preziosa per allontanare eventuali contaminanti superficiali, ma la sua efficacia può essere aumentata con sistemi di filtrazione dell'acqua.
La vera rivoluzione, tuttavia, deve avvenire nel cuore del frantoio. I risultati indicano con chiarezza la necessità di una verifica approfondita di tutti i materiali a contatto con l'olio e la pasta. I tubi flessibili in plastica e gomma, spesso utilizzati per il loro basso costo, si sono rivelati una delle principali fonti di contaminazione. La loro sostituzione con tubi in acciaio inossidabile, guarnizioni e giunti in materiali atossici e resistenti è una delle misure più efficaci. Anche gli eventuali serbatoi di stoccaggio in plastica rigida dovrebbero essere sostituiti o rivestiti con acciaio inox per evitare il rilascio di composti, specialmente se l'olio vi rimane a lungo.
Infine, la scelta del packaging e la gestione delle scorte sono decisive. Se per il consumo rapido il PET può essere una soluzione accettabile, per le produzioni di pregio o per oli destinati a una lunga conservazione, la bottiglia di vetro rimane la scelta più sicura e performante. È fondamentale evitare lo stoccaggio prolungato (oltre i 12-18 mesi) in bottiglie di plastica. Il fattore tempo e temperatura sono nemici della purezza; conservare l'olio al fresco e al buio non solo ne preserva le proprietà organolettiche, ma rallenta anche i processi di migrazione. Un'etichetta chiara che indichi il tipo di confezionamento e la data di produzione può aiutare il consumatore a fare scelte più consapevoli, valorizzando l'impegno del produttore per un olio più puro e sicuro.
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