L'arca olearia

Xylella fastidiosa: un pericolo di contagio da eliminare

Tutti sappiamo che raramente le piante affette da Xylella “guariscono”; non tragga in inganno il fatto che piante ammalate reagiscano a tutte le malattie simili con produzione di nuova vegetazione, purtroppo temporanea

08 febbraio 2016 | Amedeo Alpi, Giacomo Lorenzini

Tutta la comunità scientifica, e non solo quella che fa riferimento alle Scienze agrarie, è scossa dalle notizie che trapelano dal Salento e riguardano i recenti sviluppi giudiziari relativi alla gravissima moria delle piante di olivo, attribuita al batterio patogeno Xylella fastidiosa. I fatti sono noti all’opinione pubblica (grazie anche agli interventi di autorevoli maestri del pensiero che si sono confrontati in questo ennesimo conflitto tra Scienza e Giustizia, da molti ricondotto a una vera “caccia alle streghe”), e bastano poche righe per riassumerli.
Alcune settimane fa la Procura della Repubblica di Lecce ha disposto il sequestro conservativo delle piante colpite dal disseccamento, di fatto bloccando le (faticose) operazioni di eradicazione in atto. Difficile non pensare a una sorta di condizionamento ideologico, anche sulla base di dichiarazioni pubbliche degli inquirenti. Contestualmente sono state rinviate a giudizio una decina di persone che, a vario titolo, hanno avuto un ruolo determinante nella faccenda, a cominciare dai ricercatori baresi che per primi hanno segnalato e studiato la malattia. Purtroppo non sono rese pubbliche le perizie tecniche alla base di tali drammatici provvedimenti, ma le indiscrezioni di stampa delineano scenari quanto meno inquietanti. Da più parti si invoca trasparenza e si auspica che le risultanze tecnico-scientifiche in oggetto possano essere messe a disposizione di quanti possono e desiderano confrontarsi sul tema. In breve, le accuse verterebbero principalmente intorno al fatto che – essendo individuabili “perlomeno nove” ceppi di Xylella (ma il dato non figura nella bibliografia specialistica) – si ha motivo di ritenere che la presenza di questo microrganismo nell’area risalga ben indietro nel tempo (una ventina di anni?), e quindi non si sia trattato di una situazione emergenziale iniziata nell’anno 2013, come invece appariva dalla letteratura. Improbabile parlare di importazioni parallele del batterio per giustificare la presenza dei diversi ceppi individuati nel territorio. Il resto sarebbe conseguente e chiama direttamente in causa una serie di “inerzie, negligenze e imperizie” attribuite agli indagati per diversi delitti previsti dal Codice Penale.

Non possiamo assistere immobili a questo stato di cose, perché – in assenza di drastici interventi – il destino della pandemia è segnato, e non potrà che vedere un inarrestabile avanzamento del fronte delle aree contaminate. “La Xylella ringrazia”, è stato scritto, ed è proprio così. La materia si presenta certamente di una complessità senza precedenti: forse si tratta della maggiore emergenza fitosanitaria in atto a livello mondiale! Si può discutere su molti aspetti e fattori che hanno contribuito verosimilmente al crearsi di questa situazione, a cominciare dal progressivo abbandono della razionale coltivazione in molte zone: l’incuria ha favorito il propagarsi del batterio, vuoi per lo stato di debilitazione nel quale versavano molti impianti, vuoi per l’incontrollato livello delle popolazioni dell’insetto vettore, avvantaggiato dalla mancanza di interventi di contrasto alle erbe infestanti. E come non pensare che tale trascuratezza sia stata favorita dal sistema di sussidio della PAC, la Politica Agricola Comune che con la decisione di ‘disaccoppiare’ i contributi comunitari dalla quantità dei prodotti, ha disincentivato la cura delle aziende da parte degli agricoltori?

Altro punto ‘caldo’ è quello relativo al dubbio sull’effettivo ruolo di Xylella nel determinare il disseccamento degli olivi. Anche questo è argomento arduo da affrontare, in quanto trattasi di caso del tutto nuovo per la scienza (ma proprio giorni fa è apparsa una comunicazione scientifica che segnala la presenza di un identico problema anche in Brasile, come già in Argentina), e certamente non banale. Benché il batterio sia refrattario all’isolamento in coltura pura, i ricercatori che in Puglia per primi lo hanno identificato sono riusciti in questo intento, dando inizio, con riscontri positivi, alle indagini per verificarne la patogenicità (postulati di Koch e inoculazioni artificiali). Si pensi che negli USA è occorso un secolo per dimostrare che la devastante (per la vite) “malattia di Pierce” era attribuibile proprio a Xylella. È vero, quindi, che c’è ancora molto da studiare (e servono ricercatori e risorse), e forse non mancheranno le sorprese. Però che senso ha tenere in piedi e ‘congelare’ centinaia di piante di olivo morte (o moribonde), che altro non possono fare che rappresentare una fonte di contagio del batterio, il quale, grazie agli insetti, può liberamente avanzare e infettare nuove piante? Speriamo forse in (improbabili) cure miracolose, contro ogni evidenza scientifica? Tutti sappiamo che raramente le piante affette da Xylella “guariscono”; non tragga in inganno il fatto che piante ammalate reagiscano a tutte le malattie simili con produzione di nuova vegetazione, purtroppo temporanea. Che valore (scientifico) possono avere le indicazioni (empiriche) che l’abbattimento delle piante infette non arreca alcun beneficio nelle strategie di difesa, e, anzi potrebbe peggiorare la situazione (al netto di grossolane imprecisioni nella traduzione di interventi in lingua straniera)? E come si può “giocare sulle parole”, distinguendo tra “eradicazione del patogeno” ed “estirpazione delle piante infette”? Il fatto che analisi realizzate da un ‘nuovo’ laboratorio (nuovo rispetto a quelli che in precedenza si sono occupati del caso) su campioni vegetali mostranti sintomi non diano esito positivo consente di affermare che “la sintomatologia … non è necessariamente associata alla presenza del batterio”? E che valore assegnare a osservazioni meramente empiriche, basate su procedure non ripetibili o riproducibili (alcune delle quali quantomeno fantasiose), che starebbero fornendo “risultati interessanti”, peraltro mai portati a conoscenza del mondo della ricerca? E che dire delle “buone pratiche agricole” (doverose, sia chiaro), che da sole risolverebbero il problema?

Gli organismi comunitari sono legittimamente preoccupati dell’evoluzione (negativa) della situazione pugliese e sollecitano azioni immediate per la salvaguardia delle piante ancora sane e per circoscrivere l’areale di diffusione del patogeno. Ci sono ancora dubbi, è vero, ma questa volta il “principio di precauzione” non vale?

Non a caso chiudiamo questa breve dichiarazione con numerosi interrogativi. A queste domande può dare risposta solo la comunità scientifica tramite i suoi specialisti di settore.
È convinzione di questa Accademia (ndr Accademia Nazionale delle Scienza detta dei XL) che siano da apprezzare, sostenere ed incoraggiare gli studiosi che, agendo in maniera tecnicamente, scientificamente ed eticamente corretta hanno, tra l'altro, prodotto le conoscenze necessarie alla messa a punto di un piano rivolto al contenimento del contagio all'interno della zona infetta. Le note vicende giudiziarie lo hanno fatto abortire, ma i suoi principi informatori sono stati già riproposti alla Commissione Europea dal Ministro delle Politiche Agricole e Forestali come strategia da mettere subito in atto.

 

Fonte: Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL

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