Bio e Natura
Glifosato, le api foraggiano meno e cambia la chimica del loro cervello
Uno studio di Virginia Tech pubblicato sul Journal of Experimental Biology rileva che un’esposizione subletale al glifosato ha ridotto del 13,4% l’attività di bottinamento delle api mellifere in soli tre giorni, accompagnandosi a modifiche nei composti neurochimici del cervello
24 agosto 2026 | 12:00 | R. T.
Il glifosato potrebbe avere sulle api un effetto più sottile di quanto suggerisca la semplice valutazione della mortalità. Un nuovo studio condotto da ricercatori del Department of Entomology di Virginia Tech e pubblicato sul Journal of Experimental Biology ha evidenziato che un’esposizione subletale all’erbicida può ridurre l’attività di bottinamento delle api mellifere e modificare alcuni meccanismi neurochimici coinvolti nel comportamento.
Meno bottinamento dopo appena tre giorni
La ricerca, guidata da Margaret Couvillon e Laura McHenry, è partita da una considerazione: le api possono entrare facilmente in contatto con il glifosato mentre raccolgono nettare e polline in campi agricoli, giardini e aree verdi dove vengono effettuati trattamenti contro le infestanti.
Il glifosato agisce infatti bloccando lo shikimato, una via metabolica presente nelle piante e assente negli animali. Proprio l'assenza del bersaglio biologico nelle api aveva contribuito a considerare per lungo tempo limitata la possibilità di effetti diretti sull'insetto.
I ricercatori hanno però voluto verificare non soltanto se l'erbicida fosse in grado di uccidere le api, ma se potesse modificarne il comportamento a dosi non letali.
Per farlo hanno predisposto due stazioni artificiali di alimentazione. Le api sono state addestrate a raggiungerle e una delle due offriva una soluzione zuccherina contenente glifosato, mentre l'altra fungeva da controllo. Dopo tre giorni, le api esposte avevano ridotto l'attività di bottinamento del 13,4% rispetto alle api non esposte.
Il cervello delle api cambia
La parte più interessante dello studio riguarda però ciò che è stato osservato all'interno dell'organismo. Gli scienziati hanno analizzato il cervello di un gruppo di api sottoposte all'esposizione, misurando alcune sostanze coinvolte nella regolazione del comportamento.
Sono state rilevate modifiche nella presenza e nelle relazioni tra amine biogene e loro precursori, tra cui tiramina, octopamina, dopamina e tirosina. In particolare, la concentrazione di tiramina risultava modulata dall'interazione tra trattamento con glifosato e numero di visite alla mangiatoia.
Il dato è importante perché suggerisce un possibile collegamento tra l'esposizione all'erbicida, le alterazioni neurochimiche e la diminuzione dell'attività di bottinamento. Non si tratta quindi semplicemente di una maggiore mortalità delle api, ma di un possibile effetto subletale sul comportamento.
Un problema per l'intera colonia?
Una riduzione del 13% circa dell'attività di bottinamento di una singola ape potrebbe sembrare contenuta. A livello di colonia, tuttavia, il quadro potrebbe assumere una dimensione diversa. Le api bottinatrici assicurano infatti l'ingresso nell'alveare di nettare, polline e altre risorse indispensabili per alimentare la colonia.
I ricercatori sottolineano che, qualora un'intera colonia fosse esposta, una diminuzione generalizzata dell'attività di bottinamento potrebbe tradursi in una minore efficacia nell'impollinazione e in una riduzione della produzione di miele, con possibili ripercussioni sulla stabilità della colonia nel lungo periodo.
È importante, tuttavia, distinguere il risultato sperimentale dalle conseguenze ipotizzate a livello di alveare. Lo studio ha documentato una risposta comportamentale e neurochimica in condizioni sperimentali; non dimostra che il glifosato, da solo e nelle normali condizioni di campo, provochi il collasso delle colonie.
La questione degli effetti subletali
La ricerca si inserisce in un filone scientifico sempre più interessato agli effetti subletali dei prodotti fitosanitari. Un pesticida può infatti non provocare la morte immediata di un insetto e, allo stesso tempo, interferire con comportamenti fondamentali come alimentazione, orientamento, apprendimento, memoria o comunicazione.
Nel caso delle api mellifere, anche variazioni apparentemente modeste del comportamento individuale possono diventare rilevanti quando si sommano a livello della colonia. È proprio questo il punto sul quale i ricercatori chiedono di concentrare ulteriori studi.
Più attenzione a dove e quando si diserba
Le conclusioni dello studio riportano quindi al centro il tema delle modalità di utilizzo degli erbicidi nelle aree frequentate dagli impollinatori. Per Virginia Tech, comprendere meglio gli effetti dei diserbanti sugli insetti utili può contribuire a definire strategie di applicazione e regolamentazione più mirate, con l'obiettivo di ridurre l'esposizione degli impollinatori senza rinunciare alla gestione delle infestanti.
Il dato più significativo emerso dalla ricerca non è dunque che il glifosato “uccida le api”, conclusione che lo studio non autorizza, ma che un'esposizione non letale può essere associata a una riduzione del bottinamento e a cambiamenti nella chimica cerebrale.
Per un settore agricolo sempre più chiamato a conciliare controllo delle infestanti, produttività e tutela degli impollinatori, è un elemento che merita attenzione. Soprattutto perché api e colture condividono lo stesso paesaggio e perché gli effetti di sostanze chimiche apparentemente innocue possono essere più complessi di quanto emerga da una semplice prova di mortalità.
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