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Dazio zero sull'olio di oliva tunisino: vanno fermati gli industriali trafficanti di olio

Dazio zero sull'olio di oliva tunisino: vanno fermati gli industriali trafficanti di olio

La denuncia di Coldiretti/Unaprol: una parte dell'industria acquista  prodotto estero a basso costo e lo spaccia come made in Italy, invece di valorizzare l’olio italiano di qualità al giusto prezzo

05 gennaio 2026 | 08:00 | C. S.

Raddoppiare le importazioni a dazio zero di olio tunisino sarebbe l’ennesima scelta suicida di un’Unione Europea che ha evidentemente deciso di cancellare le proprie produzioni distintive e di qualita agricole, a partire da quella di olio d’oliva, favorendo un modello di mercato che spinge l’industria ad approvvigionarsi di prodotto estero a basso costo, spacciandolo come made in Italy fuori dall'Europa, invece di valorizzare l’olio italiano di qualità al giusto prezzo. A denunciarlo sono Coldiretti e Unaprol nel commentare l’annuncio del Governo della Tunisia dell’avvio di negoziati con l'Ue per rafforzare il quadro giuridico bilaterale e portare a 100.000 tonnellate annue il contingente di esportazione agevolato.

In Italia produciamo 300mila tonnellate di olio, ne consumiamo nel mercato interno 400mila tonnelate e ne esportiamo 300mila tonnellate. Come è possibile quindi che il prezzo dell'olio italiano pagato agli agricoltori sia calato del 30%? Si tratta di una speculazione da fermare da parte di taluni industriali trafficanti di olio e
come Coldiretti e Unaprol chiediamo alle autorità competenti di moltiplicare i controlli presso le industrie olearie, verificando gli acquisti di olio EVO che provengono da alcuni fantomatici frantoi che operano in Italia e che regolarizzano l'olio EVO quando questo non lo è. Questo come già accaduto ad esempio in Toscana con alcuni frantoi che con una rete di piccoli conferimenti non contabilizzati attraverso il sistema di controllo pubblico, determinavano la disponibilità di quantitativi fittizi da commercializzare come EVO italiano.  Così facendo si mettono in condizione quegli industriali trafficanti di olio di poter, senza colpo ferire, dichiarare che l'olio da loro imbottigliato sia italiano al 100% quando così non è. Vanno fermati questi trafficanti moltiplicando i controlli con Icqrf e Guardia di Finanza, e noi stessi siamo pronti come Coldiretti a mobilitarci ancora per presidiare i porti e i valichi di frontiera. Si tratta di una vicenda che tra l'altro colpisce la salute e la tranquillità dei cittadini consumatori di olio, uno dei prodotti più usati dalle famiglie italiane e simbolo della cucina italiana oggi riconosciuta anche come patrimonio immateriale Unesco. Questo traffico indegno, a cui aggiungiamo anche il perfezionamento attivo, che consente di nazionalizzazione l'olio per poi riesportarlo con grave danno per il vero made in Italy, come denunciato in passato anche dal Financial Times. Tutto questo, ribadiscono Coldiretti e Unaprol, va fermato facendo riflettere l'industria olearia italiana del grave danno che alcuni industriali trafficanti di olio procurano al nostro Paese.

Coldiretti e Unaprol, sottolineano che si batteranno fino in fondo per fermare questi traffici di olio e garantire la massima trasparenza del mercato per evitare l'inganno per i cittadini consumatori che pensano di mettere in tavola un prodotto tricolore quando in realtà così non è. 

Raddoppiare le importazioni rappresenterebbe un colpo di grazia per i produttori italiani, già messi all’angolo dalle importazioni selvagge, ma anche un grave pericolo per i cittadini consumatori, che trovano un alimento cardine della Dieta Mediterranea sui banchi a prezzi stracciati, spesso spacciato come made in Italy, quando si tratta in realtà di tutt’altro prodotto dal punto di vista qualitativo, ottenuto senza il rispetto degli stessi standard produttivi che valgono per i nostri olivicoltori.

Nei primi nove mesi del 2025 gli arrivi in quantità di prodotto tunisino in Italia sono già aumentati del 38%, facendo crollare i prezzi dell’extravergine italiano di oltre il 20%, secondo l’analisi Coldiretti su dati Ismea. 
L’olio tunisino – denunciano Coldiretti e Unaprol – viene venduto oggi sotto i 4 euro al litro, con una pressione al ribasso sulle quotazioni di quello italiano che punta a costringere gli olivicoltori nazionali a svendere il proprio prodotto al di sotto dei costi di produzione. Una dinamica che arricchisce esclusivamente i margini dell'industria, ma mette a rischio la sopravvivenza dei produttori agricoli.
Un fenomeno favorito proprio dall’accordo stipulato dalla Ue che prevede l’importazione annuale, nel periodo 1° gennaio – 31 dicembre, di 56.700 tonnellate di oli vergini d’oliva, e che ora si vorrebbe ampliare ulteriormente. Il tutto mentre le richieste di prodotto africano a dazio zero da parte degli importatori continuano ad aumentare con l’obiettivo di realizzare margini sempre più alti di profitto attraverso operazioni speculative che scaricano il costo sulla filiera agricola e inondano i mercati di olio che non rispetta gli standard qualitativi europei.

“Combattiamo ogni giorno i trafficanti di olio. Aumentare gli arrivi a dazio zero favorirà ulteriormente l’immissione di olio extravergine d’oliva a basso costo, spesso di dubbia qualità, che colpisce gravemente il nostro patrimonio agroalimentare di eccellenza – spiega David Granieri, vicepresidente nazionale Coldiretti e presidente Unaprol – Si tratta di un modello che incentiva l’industria a scegliere il prezzo più basso anziché la qualità incidendo sulla tenuta economica dei produttori agricoli. Non possiamo permettere che una concorrenza sleale danneggi il mercato dell’olio d’oliva e le nostre produzioni di alta qualità. Siamo pronti con le nostre bandiere gialle, con le nostre imbarcazioni e soprattutto con i nostri soci olivicoltori a presidiare i porti e le frontiere da cui passano le cisterne di olio pronte a diventare italiane con l'inganno. Difendiamo così anche la salute dei cittadini, perchè non vorremmo che questi oli finti made in Italy presentassero anche rischi anche sulla possibile tossicità. Diciamo basta, basta, basta".

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