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Il Cile aumenta l’export di olio di oliva mentre la produzione arretra del 17%
La produzione cilena scende a 16.600 tonnellate nel 2026, ma nei primi sei mesi dell’anno le esportazioni crescono del 38% in volume e del 32% in valore. Stati Uniti e Brasile assorbono quasi l’80% dei volumi, mentre la superficie olivicola nazionale sfiora i 20.000 ettari
29 settembre 2026 | 11:00 | C. S.
L’industria cilena dell’olio di oliva affronta il 2026 con un andamento divergente tra produzione e commercio estero. Secondo il Boletín Semestral de Estadísticas Nacionales 2026 di ChileOliva, la produzione ha raggiunto 16.600 tonnellate, con una contrazione del 17% rispetto alle 20.000 tonnellate del 2025. Nello stesso periodo, però, il comparto ha rafforzato sensibilmente la propria presenza sui mercati internazionali.
Tra gennaio e giugno il Cile ha esportato 5.729 tonnellate di olio di oliva, il 38% in più rispetto alle 4.145 tonnellate circa dello stesso periodo del 2025. Ancora significativo l'incremento del valore: le esportazioni hanno generato 34,95 milioni di dollari FOB, con una crescita del 32% su base annua.
Un export in crescita nonostante il calo produttivo
I dati delineano una situazione particolare per l'olivicoltura cilena. Da una parte, la disponibilità produttiva interna risulta inferiore rispetto alla campagna precedente; dall'altra, il commercio estero registra una marcata accelerazione.
L'incremento delle esportazioni riguarda quindi sia le quantità sia il valore complessivo delle operazioni. La dinamica conferma il forte orientamento internazionale dell'industria cilena dell'olio di oliva, che trova nell'export uno dei principali sbocchi commerciali.
Le statistiche di ChileOliva sono elaborate utilizzando informazioni provenienti, tra gli altri, dal Servicio Nacional de Aduanas, da ODEPA, dal CIREN e dal Catastro Nacional de Producción dell'associazione.
Stati Uniti e Brasile dominano i mercati di sbocco
La geografia dell'export evidenzia una forte concentrazione. Gli Stati Uniti hanno assorbito il 45% del volume esportato nel primo semestre 2026, rappresentando però il 38,4% del valore FOB.
Il Brasile ha avuto un peso ancora più rilevante in termini economici: ha rappresentato il 34,9% dei volumi, ma il 43,9% del valore complessivo delle esportazioni cilene.
Questa differenza tra quota fisica e quota economica indica un valore medio per tonnellata differente tra i due mercati e suggerisce strategie commerciali e mix di prodotto non necessariamente omogenei.
Al terzo posto si colloca la Spagna, con il 12,8% dei volumi esportati e l'11% del valore FOB. Stati Uniti, Brasile e Spagna rappresentano quindi complessivamente oltre il 90% dei volumi esportati nel periodo considerato.
Quasi 20.000 ettari di oliveto
La base produttiva cilena resta significativa. L'ultimo Catastro Frutícola realizzato da ODEPA e CIREN indica per il 2025 una superficie olivicola di 19.692 ettari.
L'olivo è presente in 10 regioni del Paese, ma la distribuzione degli impianti è fortemente concentrata. Regione Metropolitana, Maule e O'Higgins raccolgono complessivamente il 72% della superficie nazionale, mentre la regione di Coquimbo rappresenta da sola il 16%.
La struttura territoriale riflette quindi una filiera concentrata nelle principali aree olivicole cilene, con aziende produttive che operano sia sul mercato interno sia, soprattutto per alcune realtà, sui mercati internazionali.
La produzione scende a 16.600 tonnellate
Il dato più negativo della statistica 2026 riguarda la produzione. Le 16.600 tonnellate di olio ottenute nella stagione rappresentano una diminuzione di 3.400 tonnellate, pari al 17%, rispetto alle 20.000 tonnellate del 2025.
Il contrasto tra produzione ed export è dunque particolarmente evidente: mentre la disponibilità produttiva della campagna diminuisce, le spedizioni nei primi sei mesi dell'anno aumentano in modo consistente.
Per una filiera fortemente orientata all'estero, questo rende sempre più importante valutare insieme dinamica produttiva, disponibilità di olio, destinazioni commerciali e valore medio delle esportazioni. Il caso cileno mostra infatti come la crescita dell'export non sia necessariamente accompagnata, nello stesso periodo, da un aumento della produzione nazionale.
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