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Ortofrutta: la Corte dei conti bacchetta Bruxelles e gli Stati membri
Nonostante 1,06 miliardi di euro di fondi UE, l'adesione alle organizzazioni di produttori cala dal 2017 e il potere contrattuale resta sbilanciato rispetto alla grande distribuzione. La Corte dei conti europea chiede semplificazione e regole più uniformi
22 settembre 2026 | 10:00 | C. S.
Il settore ortofrutticolo europeo è a un bivio. Da un lato, le organizzazioni di produttori (OP) rappresentano uno strumento fondamentale per aggregare l'offerta, ridurre i costi e aumentare il potere negoziale di due milioni di aziende agricole, spesso di piccolissime dimensioni. Dall'altro, i numeri raccontano una storia di lenta, ma costante, erosione. È questo il quadro delineato dalla relazione speciale 22/2026 della Corte dei conti europea, che ha analizzato l'efficacia del sostegno UE al settore tra il 2015 e il 2024.
I numeri del sostegno
Nel 2023 l'Unione europea ha erogato 1,06 miliardi di euro alle organizzazioni di produttori ortofrutticoli riconosciute, pari a circa lo 0,6% del bilancio UE. Un fiume di denaro che, secondo i revisori, ha prodotto risultati concreti: le OP hanno utilizzato i fondi per automatizzare i processi, ridurre i costi energetici e idrici, ottenere certificazioni di qualità e sviluppare campagne di marketing. Tuttavia, la Corte sottolinea come non vi sia prova che tali investimenti non sarebbero stati fatti anche senza l'aiuto di Bruxelles.
Il paradosso dell'adesione
Il dato più preoccupante riguarda la capacità di attrarre nuovi membri. Il "tasso organizzativo" – la quota di produzione commercializzata tramite le OP – è sceso al 42% nel 2023, in calo rispetto al picco del 48,4% del 2017. Ancora più significativo è il crollo del numero di produttori aderenti: dai 312.823 del 2012 si è passati a 191.310 nel 2023, con una contrazione del 39%. Una diminuzione più rapida rispetto al calo generale delle aziende agricole, segno che le OP non riescono a frenare l'abbandono.
Le colpe di Bruxelles e degli Stati membri
La Corte dei conti individua due responsabilità principali. Da un lato, gli Stati membri applicano regole diverse e frammentate: i criteri di riconoscimento, le azioni ammissibili e i tassi di cofinanziamento variano notevolmente, creando disparità tra produttori che operano in paesi diversi. Dall'altro, la Commissione europea, pur avendo individuato le sfide del settore, non ha proposto soluzioni legislative incisive. La politica di sostegno è rimasta sostanzialmente invariata dal 1996, mentre il mercato e le esigenze degli agricoltori sono cambiati radicalmente.
Lo squilibrio con la grande distribuzione
Un altro punto critico riguarda il potere contrattuale. Nonostante la concentrazione dell'offerta, le organizzazioni di produttori restano piccole rispetto ai colossi della distribuzione. In sei Stati membri che rappresentano i tre quarti della produzione ortofrutticola UE, le quattro maggiori OP di ciascun paese detengono tra l'1% e il 13% della produzione totale, mentre le quattro maggiori catene di supermercati controllano tra il 30% e il 70% del fatturato al dettaglio. Solo Belgio e Paesi Bassi mostrano un settore organizzato e economicamente significativo.
Le raccomandazioni
Per invertire la rotta, la Corte chiede alla Commissione di facilitare il confronto tra gli Stati membri sulle modalità di attuazione della politica, di formulare raccomandazioni per rendere più attraente l'adesione alle OP e di semplificare i tassi di cofinanziamento, eliminando il legame tra incentivi finanziari e obblighi di spesa. Tre raccomandazioni che Bruxelles è chiamata a mettere in pratica entro il 2027, in vista dei negoziati sul bilancio pluriennale 2028-2034.
Un futuro incerto
La relazione arriva in un momento cruciale per la Politica Agricola Comune. La proposta della Commissione per il periodo 2028-2034 elimina alcuni vincoli di spesa introdotti nel 2021, ma introduce nuovi elementi di complessità, come un contributo nazionale minimo obbligatorio del 30% e tassi massimi di cofinanziamento fino al 100%. La Corte avverte: senza un coordinamento più stretto e regole uniformi, il rischio è quello di aumentare ulteriormente le disparità tra gli agricoltori europei, minando la competitività di un settore che vale 80 miliardi di euro e dà lavoro a milioni di persone.
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