Libri 01/10/2011

Le gambe lisce e sode a pedalare

Le gambe lisce e sode a pedalare

Come raccontare il mondo dell’infanzia, questo territorio friabile e scivoloso, se non con un dialogo a due voci, un “io” che spiega e un “tu” che vorrebbe sfuggire alla spiegazione per raggiungere l’insondabile? Il romanzo Le notti sembravano di luna di Laura Bosio ha l’effetto di una terapia


Eccola, arriva pedalando su una Chiorda d’argento. Le sue gambe sono lisce e sode e lei ti afferra per le mani e ti conduce nel suo, nostro, di tutti, mondo. Si chiama Caterina Guerra, dieci anni compiuti e presto undici, tra i sogni che le rimbalzano nel cuore uno prende la forma della sfida e della ribellione.

Diventare corridore, come Balmamion, Anquetil, Taccone e gli “assi del pedale” dei primi anni Sessanta, periodo in cui si ambienta Le notti sembravano di luna (Longanesi), ultimo meraviglioso romanzo di Laura Bosio.

Caterina, occhi sgranati e avidi di conoscere, inforcando la sua Chiorda ci conduce dentro il Castello – come lei chiama la città dove abita, – che è il luogo principe del suo mondo, l’infanzia, età in cui si beneficia della mancanza di consapevolezza e, come intuì Pessoa, si è “solo” vita. E lei, occhi aperti a ingoiare quella vita che la circonda, come scrive Bosio, è “un essere arcaico, preistoria, natura che non è ancora storia”, dà agli oggetti i nomi di ciò che le evocano – connotano, direbbero i linguisti – e li restituisce nella loro pienezza di emozioni e sensazioni che avvolgono e seducono.

Il Castello, la Tranquilla, la zia Giocatrice, la nonna Suocera, l’amica H., materiali vividi di quell’immaginario incandescente che ci si sforza di dimenticare quando si oltrepassa la soglia del magico e prodigioso e ci si ritrova in un territorio, dove ogni giorno è senza tregua, “ogni giorno è una lotta” e ogni ricordo di chi eravamo, prima di essere consapevoli, si irrigidisce, si congela, e non potendo più tornare indietro – altra legge del territorio oltre il Castello - ci si sforza di cancellare, anzi calpestare “con i piedi” – come minaccia la madre Adele, Muzi per Caterina.

Coraggiosa la scelta della scrittrice, perché tornare indietro e seguire la strada che porta al Castello, significa addentrarsi in un territorio fluttuante, sfuggente, in continua incessante trasformazione, come la crescita, come la vita. Significa anche penetrare nel buio, nelle paure ancestrali, far uscire allo scoperto il nostro io più timoroso e affrontare i luoghi dell’infanzia, scrigno delle meraviglie e insieme rifrazione del mondo altro – quello di confine, cioè degli adulti -, un mondo che non accoglie e che non sa riconoscere neppure il terreno “pre-logico” del Castello, sia perché non lo vede più, sia perché ne ha dimenticato il linguaggio, dal momento che nel suo mondo, direbbero ancora i linguisti, prevale la razionalità prepotente della denotazione.

Presa coscienza che la memoria non procede secondo il prima e il dopo, ma va avanti a sbalzi, più spesso torna indietro per dilatare l’attimo, Caterina-Bosio scivola inconsapevole e persino leggera, tra le curve del passato.

Eccola, dunque, impugnare il manubrio della bici e – vita che palpita di crescere e acciuffare il mondo di Enrico e di Adele, i genitori – avventurarsi con la Chiorda lungo la strada dei ricordi, costretta per questo a zig-zagare perché i ricordi sono “schegge, grumi, lampi, angoli di immagini” seguono una legge interna, sottolinea la scrittrice, per nostra fortuna legge sconosciuta (in quanto legge dell’esistenza), e con lei l’Autrice penetrare sempre più dentro le stanze del Castello, ogni volta scegliendo le parole con la precisione di un mastro incisore, lavorando di bulino e di cesello quei materiali palpitanti, che scalpitano a essere imbragati in una storia. Perché la storia ha bisogno dei fatti che hanno natura logico-causale, mentre i ricordi - “meno male, sì, meno male” afferma Bosio – sono “istanti di meraviglia” che, come ha scritto Ferdinando Camon, “non formano una storia, formano una vita”, di Caterina, del padre, della madre, e di noi tutti.

Così Le notti sembravano di luna: una, dieci, cento vite, perché Caterina che pedala con l’odiato cappello di pelo è un personaggio così riuscito che in lei si rispecchierà ogni lettore, ri-incontrando gli adulti che ha conosciuto da piccolo nel padre Enrico, sposato con la tipografia e ostinato conferenziere a una platea di orti, o nella madre Adele, ribattezzata Muzi dalla figlia, donna insoddisfatta del suo ruolo, perché privo di libertà che per lei si traduce in “tutto quello che non aveva più”, e ri-conoscerà le medesime situazioni cariche di tensione, che chiunque, sempre da piccolo, ha vissuto di rimbalzo, quale inconsapevole spettatore di una guerra tra grandi, imparando sulla propria pelle la ferocia del silenzio, divenuto “un dolore – scrive Bosio -, una spina che la faceva sentire, senza una ragione evidente, colpevole, e che la obbligava a tornare piccola. La bambina paurosa di perdere l’approvazione.” E nella storia della famiglia Guerra, ritroverà la/le storia/e della propria famiglia, i personaggi che hanno animato la sua fanciullezza, sé e i suoi affetti.

Come raccontare questo mondo dell’infanzia e dei ricordi, questo territorio friabile e scivoloso, se non con un dialogo a due voci, un “io” che spiega e un “tu” che vorrebbe sfuggire alla spiegazione per raggiungere l’insondabile? Scelta, a mio avviso, obbligata – geniale intuizione della scrittrice - perché è grazie a quel “tu” – l’interpellazione, lo sguardo in macchina dei cinefili, - che il lettore è costretto a entrare nella storia, a rispondere alle domande e a pedalare assieme a Caterina. Al tempo stesso è grazie a quel “tu” che si scivola dal territorio finzionale, narrativo, e si entra nel fuori campo del film, - per continuare con l’analogia con lo sguardo in macchina -, nel mondo invalicabile perché non raccontabile, che è l’infanzia e si partecipa, riconoscendole, delle sue leggi.

È un “tu” che è insieme “svelamento” del congegno narrativo – Bosio sembra ripetere al lettore: “guarda che sono io che racconto, quindi segui il mio filo del discorso”, proprio come il regista sembra svelare allo spettatore il dispositivo della macchina da presa e pertanto la messa in scena del testo filmico – e insieme sguardo che seduce e che cattura attraendo nella storia e rovesciando il punto di vista del narratore stesso, per spostare il fuoco narrativo negli angoli di penombra, con il risultato che la prospettiva si dilata e si moltiplica, aprendosi a nuove scoperte e a nuovi territori.

Scelta obbligata, ripeto, che è da sempre nelle corde di Laura Bosio sin dalle primissime prove narrative e che in Le notti sembravano di luna raggiunge piena consapevolezza e dà all’interpellazione la forma del “fratello tanto desiderato e mai nato”. Come non riconoscere nella forma dialogica lo stilema della scrittrice – nel nuovo romanzo esplicitato nel “tu” della seconda voce, alter ego della scrittrice (super Es degli psicologi) -, ma presente in Le ali ai piediAnnunciazione, Teresina e le Stagioni dell’acqua” nella forma delle riflessioni, delle domande che la narratrice poneva al lettore, nell’uso di incidentali e parentetiche con cui sempre la voce narrante usciva allo scoperto per scuotere colui che legge, coinvolgendolo e capovolgendone, ogni volta, lo sguardo.

In Le notti sembravano di luna diventa uno sguardo narrativo ulteriore, un altro punto di vista (il “tu”), il secondo interlocutore dialogico,con il vantaggio che qui acquisisce una potenza eversiva maggiore perché conferma (esaltandola) la forza della scrittura: della sua capacità di affrontare e assemblare persino i ricordi, e poi, come nelle favole, di buttare tutto per aria far vincere il matto, che, si sa, “ragiona a rovescio.”

Leggere Le notti sembravano di luna ha l’effetto di una terapia, ci riappacifica con un sé dimenticato e calpestato, facendoci scoprire che “non era poi così spaventoso voltarsi indietro, guardare dentro il buio”, e andrebbe riletto ogni volta che ci si deve riconciliare con se stessi, con le nostre paure, con i nostri difetti – quanto è benefica la scoperta del “gioco dei difetti”, con cui Bosio fa sberleffi ai nostri spigoli e ci insegna, lei-Caterina, a “non nascondersi stati d’animo, verità scomode, forse superare l’ipocrisia e la bontà degli adulti, che pretendevano la sincerità dai figli ma sinceri lo erano raramente”…

Le notti sembravano di luna raggiunge uno dei punti più alti del percorso narrativo, sempre lucido e coerente, di Laura Bosio, qui in ottima forma e con una straordinaria felicità di racconto, sempre teso e leggero, capace di alzarsi e di farsi lieve per addentrarsi meglio nella profondità dei sentimenti, grazie all’ironia che è insieme distanza e sollievo, e di un lessico attento, sorvegliato e insieme fantastico e immaginifico.

 

di Elena Pigozzi

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