Italia
Marchio biologico italiano, il bio Made in Italy ha ora il suo simbolo
Tre foglie verde, bianca e rossa accompagneranno il logo biologico europeo per identificare i prodotti ottenuti da materie prime agricole italiane. Il nuovo marchio è volontario e operativo dal 15 settembre. Intanto il mercato cresce: nel 2025 i consumi bio raggiungono 4,4 miliardi di euro
23 settembre 2026 | 15:40 | C. S.
Il biologico italiano ha ora un proprio segno distintivo. In occasione della Giornata europea del Biologico, il Masaf ha presentato ufficialmente il Marchio biologico italiano, destinato ad affiancare il logo biologico dell'Unione europea sulle confezioni dei prodotti certificati.
Il simbolo è costituito dall'intreccio di tre foglie nei colori verde, bianco e rosso e identifica esclusivamente prodotti biologici realizzati con materie prime agricole coltivate o allevate in Italia. Il marchio può quindi diventare uno strumento per rendere immediatamente leggibile, sullo scaffale, la differenza tra la certificazione biologica e l'origine nazionale della materia prima.
La base giuridica è la legge 23/2022, mentre le condizioni e le modalità di attribuzione e utilizzo sono state definite dal decreto Masaf 26 maggio 2026, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 13 luglio.
Un marchio volontario, già richiedibile
Il nuovo contrassegno non sostituisce il logo europeo dell'agricoltura biologica, ma lo integra con un'informazione sull'origine italiana della materia prima. L'adesione è volontaria e gratuita e il marchio è di proprietà esclusiva del Ministero dell'Agricoltura.
Dal 15 settembre 2026 gli operatori biologici possono presentare la richiesta di utilizzo attraverso il sistema SIAN-SIB. Il Masaf precisa che il marchio è riservato ai prodotti biologici ottenuti con materie prime agricole nazionali e contrassegnati in etichetta dalle indicazioni ufficiali “Agricoltura Italia” o “Acquacoltura Italia”.
L'elemento interessante, dal punto di vista commerciale, è dunque la separazione tra due informazioni che finora potevano essere percepite dal consumatore come equivalenti: essere biologico e avere origine italiana. Il logo europeo certifica infatti la conformità alle regole comunitarie del biologico; il nuovo marchio aggiunge una specifica indicazione sull'origine nazionale della materia prima.
Il mercato raggiunge il record di 4,4 miliardi
Il nuovo marchio arriva in una fase particolarmente interessante per il mercato. Secondo i dati anticipati del rapporto “Bio in cifre 2026”, realizzato da Ismea in collaborazione con Ciheam Bari nell'ambito dei programmi Masaf Dimecobio e Pro4DatiBio, nel 2025 i consumi domestici di prodotti biologici hanno raggiunto 4,4 miliardi di euro, con una crescita del 9,2% rispetto al 2024.
È il valore più alto mai raggiunto dal mercato italiano e porta il biologico a rappresentare circa il 4% del valore complessivo della spesa agroalimentare nazionale. Ismea aveva già evidenziato a maggio la forte accelerazione degli acquisti delle famiglie, confermando il consolidamento della domanda interna.
Le indicazioni più recenti raccolte dal settore mostrano inoltre che la crescita non si sarebbe esaurita con il 2025: secondo i dati riportati da FederBio, nei primi sei mesi del 2026 le vendite bio hanno registrato un ulteriore incremento del 4%.
Superficie bio al 19,4%, ma la crescita rallenta
Sul versante agricolo il quadro è più articolato. Nel 2025 la superficie agricola utilizzata condotta con metodo biologico ha raggiunto 2.377.749 ettari, pari al 19,4% della Sau nazionale.
L'Italia si trova quindi a circa 5,6 punti percentuali dall'obiettivo europeo del 25% di superficie agricola biologica, fissato dalla strategia Farm to Fork per il 2030. Il dato medio nazionale nasconde inoltre una forte differenziazione territoriale: otto Regioni, insieme alla Provincia autonoma di Bolzano, hanno già superato la soglia del 25%.
Ma la fotografia cambia se si guarda alla dinamica annuale. Secondo le elaborazioni diffuse insieme ai nuovi dati, la superficie biologica complessiva nel 2025 sarebbe diminuita del 5,4%, soprattutto per la forte riduzione delle superfici in conversione, scese del 24,4%. Le superfici già certificate hanno invece registrato una variazione molto più contenuta, pari a circa -0,5%.
Il dato segnala quindi una possibile frattura tra la crescita del mercato e la capacità del sistema produttivo di continuare ad ampliare la base agricola biologica.
Diminuiscono anche gli operatori
Nel 2025 gli operatori biologici italiani sono 95.389, dei quali 85.443 aziende agricole. Anche in questo caso il numero complessivo risulta in diminuzione, con una contrazione indicata nell'ordine dell'1,8% rispetto all'anno precedente.
Il fenomeno è particolarmente significativo perché arriva proprio mentre la domanda interna mostra il ritmo di crescita più sostenuto degli ultimi anni. Un mercato che aumenta rapidamente, ma con una base produttiva che non cresce allo stesso ritmo, può infatti determinare una maggiore dipendenza dalle importazioni per soddisfare la domanda.
È questo uno dei nodi economici più rilevanti per il biologico italiano: trasformare l'aumento della domanda in maggiore redditività agricola, così da rendere conveniente per le aziende mantenere o ampliare le superfici certificate e per nuovi produttori entrare nel sistema.
Il rischio è il disallineamento tra domanda e produzione
La contrazione delle superfici in conversione merita particolare attenzione. Il passaggio dall'agricoltura convenzionale al biologico richiede infatti un periodo di conversione durante il quale l'azienda sostiene costi e affronta vincoli produttivi senza poter sempre beneficiare pienamente del differenziale di prezzo associato al prodotto certificato.
Se il numero di nuove conversioni rallenta mentre i consumi continuano ad aumentare, il rischio è che una quota crescente della domanda italiana venga soddisfatta da prodotto proveniente dall'estero.
È anche in questo passaggio che il nuovo marchio può assumere una funzione economica oltre che comunicativa. Rendere immediatamente riconoscibile la materia prima italiana consente infatti alle filiere di differenziare il prodotto nazionale rispetto al biologico genericamente inteso, lasciando al consumatore la possibilità di associare alla certificazione europea anche l'origine italiana.
Dal logo alla valorizzazione economica
Il Marchio biologico italiano arriva dunque in un mercato che presenta due facce. Da una parte ci sono 4,4 miliardi di euro di consumi, un nuovo massimo storico e una quota del 4% sulla spesa agroalimentare; dall'altra, la superficie biologica e il numero degli operatori mostrano segnali di rallentamento.
Il nuovo contrassegno non risolve da solo il problema della redditività agricola, ma introduce uno strumento di comunicazione dell'origine che finora mancava a livello nazionale. La sua efficacia sarà legata soprattutto alla capacità delle filiere di trasformare la maggiore riconoscibilità del bio italiano in un effettivo valore aggiunto lungo la catena, fino all'azienda agricola.
Il dato da monitorare nei prossimi anni sarà quindi il rapporto tra consumi, superfici certificate, nuove conversioni e redditività delle aziende. Se la domanda continuerà a crescere senza un parallelo rafforzamento dell'offerta nazionale, il paradosso sarebbe quello di un biologico italiano sempre più richiesto dai consumatori ma con una produzione interna incapace di accompagnarne l'espansione.
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