Italia
La nuova Pac: verso un’agricoltura contadina o un’agricoltura al servizio dell’agribusiness?
Un ciclo di tre conferenze, presso il dipartimento di Agraria dell'Università di Torino, per capire in chge direzione si muove la nuova politica agricola comunitaria. Viene posto al centro l'agricoltore, non il contadino. L'opinione diffusa è che la riforma segua ancora una volta una visione troppo "globale" e fondata sulla capitalizzazione
08 maggio 2015 | Emiliano Racca
Un ciclo formato da tre conferenze, organizzate dall'Associazione Studenti di Agraria e svoltesi a Grugliasco (TO) alla facoltà di Agraria, ha fornito un quadro generale, completo ed esaustivo della nuova Pac 2014-2020.
Un’occasione per informare studenti e cittadini sugli obiettivi della nuova Politica Agricola Comune e sulle principali misure dello sviluppo rurale.
Gli oratori che si sono susseguiti nei loro interventi – con un parterre d'eccezione formato da docenti universitari, ricercatori, funzionari e tecnici agricoli - hanno illustrato programmi e principi della nuova Pac che seguirà la strategia Europea 2020.
Tre saranno gli obiettivi strategici da rincorrere (economico, ambientale e sociale) e sei priorità (incentivare ricerca e innovazione; competitività e redditività delle aziende agricole; stimolare l’organizzazione di filiera; conservare e valorizzare gli ecosistemi agricoli e forestali; incoraggiare l’uso efficiente delle risorse; sostenere l’inclusione sociale).
Significativo, in particolare, con i suoi dettagli divulgativi e tecnici, è stato il contributo di Patrizia Bortotto, ricercatrice dell'Inea (Istituto Nazionale Economia Agraria) che ha parlato delle sfide della riforma della Pac (competitività; occupazione; sostenibilità ambientale, inclusa quindi la tutela di beni non vendibili come il paesaggio, il suolo...).
Ha fornito altresì informazioni importanti sui requisiti del cosiddetto "agricoltore attivo", che sarà – a partire da questa programmazione - il solo fruitore dei contributi europei (non verranno più incluse ferrovie, campi da golf come nel passato...). L' agricoltore attivo dovrà essere iscritto all'Inps come agricoltore od essere titolare di part. iva agricola (secondo i codici Ateco).
Egli dovrà dimostrare di avere "diritto d'aiuto" presentando dei titoli (domanda unica con scadenza al 15 maggio): a un certo numero di titoli equivarranno a certa "cifra" in aiuti. Il numero dei titoli sarà calcolato in base all’estensione superficiale, tenendo comunque conto del percorso "di vergenza" che si intende seguire, cioè di quella convergenza graduale mirante a smorzare le grandi differenze ed iniquità nella redistribuzione degli aiuti che c'erano in passato.
I vari paesi membri potranno decidere inoltre se applicare un tetto massimo agli aiuti comunitari (il cosiddetto kapping); su questo punto l'italia ha scelto di non aderire, ma ad ogni modo porrà dei limiti alla digressività (kapping interno).
Altro parametro chiave per accedere agli aiuti sarà quello del greening (richiama uno degli obiettivi fondamentali di cui sopra) che verrà calcolato individualmente, con l'applicazione di sanzioni in caso di non-rispetto delle pratiche. Fra le principali novità, ricordiamo il vincolo di diversificazione delle colture per le aziende a seminativi con superfici superiori ai 10 ha (almeno due colture fra i 10 e i 30 ha, e almeno 3 sopra i 30 ha).
Grande attenzione verrà anche prestata al ricambio generazionale, con un drenaggio rilevante di contributi verso i giovani agricoltori (con meno di 40 anni).
Da quanto fin qui descritto sembrerebbe in sostanza riemergere quella figura strategica sul piano socio-economico e culturale del "contadino", inteso come colui che ci dà da mangiare, che nutre e sfama le aree urbane, colui che produce cibo e non grandi arricchimenti, e che lo vede protagonista anche sul fronte della gestione sostenibile del territorio e delle risorse.
Ma non è oro tutto ciò che luccica: da altri interventi infatti, nonchè da commenti e da considerazioni espresse dalla platea presente si rilevano ancora delle differenze enormi, poco etiche, con cui il contadino stesso viene sovrastato e schiacciato dai grandi numeri degli agrobusiness sempre poco “agri” e molto industriali e commerciali
Oltre a ciò manca tangibilmente un'analisi sociale dei territori "bisogna andare sui territori e verificarne le problematiche..." hanno dichiarato alcuni "contadini attivi" presenti agli appuntamenti.
In buona sostanza mi è parsa diffusa l'opinione che l'approccio di questa riforma segua ancora una volta una visione troppo "globale" e fondata sulla capitalizzazione. Bisogna chiedersi allora - come ha ribadito fra gli altri Antonio Onorai dell'ong Crocevia – “quale cibo vogliamo e come dobbiamo gestire la risorsa terra, che tra l’altro una storia di oltre13mila anni ci ha già insegnato” senza nulla togliere ai progressi partoriti da "150 anni di laboratori della ricerca agronomica".
Partire da un “contadino verde”, custode del territorio e da un consumatore intelligente, attento, informato e sensibilizzato potrebbe essere un buon inizio per essere già a metà dell’opera.
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