L'arca olearia
Occhio di pavone dell’olivo: riconoscerlo e gestirlo al meglio
L’occhio di pavone è la malattia fungina più diffusa e temuta negli oliveti italiani e mediterranei. Le conseguenze possono essere gravi: defogliazione, deperimento della pianta e calo di produzione. In questo articolo vedremo come riconoscere i sintomi, comprendere il ciclo biologico del patogeno e impostare una strategia di difesa efficace, integrata e sostenibile
14 ottobre 2026 | 15:00 | R. T.
L’occhio di pavone è considerato, in Italia come nel resto del bacino mediterraneo, la malattia più comune e una delle più importanti dell’olivo. Il fungo patogeno è quasi sempre presente negli oliveti, anche se con intensità variabile da annata a annata e da zona a zona. Non si tratta quindi di una minaccia sporadica, ma di una presenza costante con cui ogni olivicoltore deve imparare a convivere, senza però abbassare la guardia.
La malattia è nota da molto tempo: fu descritta per la prima volta nel sud della Francia nel 1845, mentre in Croazia – e più in generale nell’area adriatica – è segnalata già dai primi anni del Novecento. Il nome volgare deriva dall’aspetto delle macchie sulle foglie, che ricordano gli “occhi” presenti sulle penne del pavone. In ambito internazionale è conosciuta come olive leaf spot, cioè maculatura fogliare dell’olivo.
Come si riconosce: i sintomi tipici
Il sintomo più evidente e caratteristico è la comparsa, sulla pagina superiore delle foglie, di macchie di colore verde scuro, di aspetto oleoso, generalmente di dimensioni inferiori al centimetro. Con il progredire dell’infezione, il centro della macchia diventa bruno scuro per necrosi dei tessuti, mentre la zona circostante ingiallisce. Su una stessa foglia possono essere presenti numerose macchie.
Il fungo produce micotossine che causano il ingiallimento e la caduta precoce delle foglie. La defogliazione è il danno più grave: una pianta che perde gran parte del fogliame si indebolisce, diventa più suscettibile ad altri parassiti e malattie, ritarda nello sviluppo e produce meno olive, di qualità inferiore. Sebbene le macchie possano comparire anche sui frutti, si tratta di un evento piuttosto raro: l’occhio di pavone va considerato soprattutto una malattia fogliare.

Il ciclo biologico e i momenti chiave per la difesa
Il fungo si sviluppa al di sotto della cuticola fogliare, formando un micelio con conidi. L’inoculo infettivo sverna sia nelle foglie cadute a terra sia sulle foglie ancora attaccate alla pianta. La diffusione avviene principalmente per via aerea (vento) e idrica (acqua piovana o irrigazione), ma è stata segnalata anche una possibile diffusione tramite insetti. Le foglie vive infette rappresentano il serbatoio principale di inoculo.
Le temperature ottimali per lo sviluppo del fungo sono comprese tra 15 e 20 °C. Durante l’estate, con il caldo intenso e la scarsità di umidità, il patogeno entra in una fase di quiescenza e le infezioni si arrestano. Nei nostri ambienti si individuano due periodi principali di infezione: la primavera (marzo-aprile) e l’autunno (ottobre-novembre). È in queste due finestre che si concentrano gli interventi di difesa.
Le condizioni che favoriscono la malattia
L’occhio di pavone è particolarmente frequente negli oliveti con chiome dense e nelle zone di fondovalle, dove l’umidità ristagna più a lungo all’interno della chioma e crea il microclima ideale per le infezioni. Anche la suscettibilità varietale gioca un ruolo importante: esistono differenze significative tra cultivar.
Tra le varietà più sensibili si citano Leccino, Pendolino e diverse cultivar locali; tra quelle meno suscettibili figurano varietà come Lastovka, Grozdulja, Bjelica e Piculja. Va però precisato che le conoscenze sulla resistenza delle cultivar sono ancora incomplete e vanno interpretate con prudenza: la scelta varietale è un tassello utile, ma non sufficiente da solo a risolvere il problema.
Strategia di difesa: l’approccio integrato
La gestione dell’occhio di pavone non può basarsi su un solo strumento, ma deve combinare misure agronomiche, monitoraggio e, quando necessario, interventi chimici o biologici.
Misure agrotecniche
La prevenzione parte dalla progettazione e dalla gestione dell’oliveto. È fondamentale evitare l’impianto in zone dove l’umidità ristagna a lungo e adottare una potatura energica che favorisca l’arieggiamento della chioma, riducendone la densità. Una chioma ben ventilata asciuga più rapidamente e offre meno condizioni favorevoli al fungo. Dove possibile, è opportuno privilegiare varietà meno suscettibili.
Monitoraggio e soglie di intervento
In alcune realtà sono state sviluppate metodiche per il monitoraggio delle infezioni latenti sulle foglie, utili a decidere se e quando intervenire con i fungicidi. Dove queste tecniche sono disponibili, rappresentano uno strumento prezioso per razionalizzare i trattamenti. In assenza di monitoraggio specifico, la difesa si concentra nei due periodi chiave: primavera e autunno.
Difesa chimica e biologica
Tra i fungicidi autorizzati figurano prodotti a base di azoxystrobin, trifloxystrobin in miscela con tebuconazolo, cresoxim-metile, ossido di rame, ossicloruro di rame, fosfonati di potassio e altri ancora. Accanto ai prodotti di sintesi sono disponibili biofungicidi, tra cui batteriofungicidi a base del batterio antagonista Bacillus amyloliquefaciens. La scelta del prodotto e la tempistica vanno valutate in base alla normativa vigente, alle condizioni climatiche e alla pressione della malattia.
Consigli pratici per l’olivicoltore
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Osservate le foglie con regolarità, soprattutto in primavera e in autunno: la comparsa delle prime macchie è il segnale che la malattia è attiva.
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Mantenete la chioma aperta e areata con potature annuali equilibrate: è la misura preventiva più efficace e meno costosa.
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Evitate ristagni di umidità attorno alle piante, curando il drenaggio del terreno e la gestione dell’inerbimento.
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Concentrate i trattamenti nei due periodi critici, primavera e autunno, evitando interventi inutili nei mesi estivi.
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Valutate la possibilità di monitoraggio delle infezioni latenti, se disponibile nella vostra zona, per intervenire solo quando serve.
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Alternate i principi attivi per ridurre il rischio di resistenza e preferite, dove possibile, strategie integrate che includano biofungicidi.
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Scegliete varietà meno suscettibili nei nuovi impianti, se le condizioni pedoclimatiche lo consentono.
Conclusioni
L’occhio di pavone resta la malattia più comune dell’olivo e va affrontato con un approccio integrato, fatto di prevenzione agronomica, monitoraggio attento e interventi mirati. Non esiste una soluzione unica, ma una gestione consapevole e tempestiva consente di contenere i danni, preservare la salute delle piante e mantenere buoni livelli di produzione e qualità dell’olio. La chiave è conoscere il nemico e agire prima che la defogliazione comprometta la vitalità dell’oliveto.
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