L'arca olearia
L'olivo, patrimonio d'Italia: 5.000 anni di medicina, magia e cucina raccontati dalla scienza
Ricostruito per la prima volta l'intero patrimonio etnobotanico italiano legato a Olea europaea: dalle foglie contro l'ipertensione ai riti contro il malocchio, fino agli usi veterinari e domestici. Le pratiche tradizionali resistono nel 90% delle regioni
24 settembre 2026 | 16:00 | T N
Non è solo l'albero simbolo del Mediterraneo. L'olivo, Olea europaea L., è un vero e proprio archivio vivente di conoscenze che attraversano culture, religioni e secoli. A dimostrarlo è una ricerca firmata da Giuseppe Tagarelli, Rosalucia Mazzei, Luca Lombardo, Samanta Zelasco e Marianna Rizzo, pubblicata su Plants (MDPI), che per la prima volta mette a sistema l'intero patrimonio etnobotanico italiano legato a questa pianta.
Lo studio ha incrociato due mondi: da un lato le fonti etnografiche tra la seconda metà dell'Ottocento e gli anni Cinquanta del Novecento — medici condotti, folkloristi, antropologi che annotavano rimedi e superstizioni contadine; dall'altro le indagini sul campo pubblicate tra il 2000 e il 2025. Il risultato è un quadro impressionante: pratiche legate all'olivo documentate nel 90% delle regioni italiane, con le sole eccezioni di Valle d'Aosta e Trentino-Alto Adige.
La farmacia popolare: 256 rimedi storici e 316 contemporanei
Nel periodo storico analizzato, i ricercatori hanno censito 256 preparazioni terapeutiche a base di olivo. Quasi tre quarti erano formulazioni complesse, in cui l'olio o le foglie si combinavano con edera, rovo, ruta, oleandro, cipolla, iperico, ma anche con ingredienti di origine animale e minerale: cenere, zolfo, uovo sbattuto, neve, grasso di maiale, cera vergine.
Le modalità di somministrazione? L'applicazione topica dominava (72,7%), seguita dall'assunzione orale (23,4%). Le patologie più trattate erano quelle della pelle (23,4%), le malattie infettive e parassitarie (16,4%), i disturbi digestivi (14,5%) e le ferite (12,1%).
Nella fotografia contemporanea, i numeri salgono: 316 preparazioni, con l'olio protagonista nel 77,4% dei casi e le foglie nel 19,6%. Cambiano però le priorità: se le malattie dermatologiche restano al primo posto (27,2%), emerge con forza il trattamento dell'ipertensione — quasi assente nelle fonti storiche — a testimonianza di come la medicina popolare si adatti ai mutamenti epidemiologici della società.
L'olivo tra scienza e magia: quando la pianta curava l'anima
Uno degli aspetti più affascinanti dello studio è la compenetrazione tra pratica razionale e ritualità magico-religiosa. Lo stesso olivo che leniva le scottature veniva usato per scacciare il malocchio, diagnosticare le malattie e proteggere i neonati.
Gli esempi non mancano. Per capire se un febbrone o un mal di testa fossero opera del malocchio, si faceva cadere una goccia d'olio in una bacinella d'acqua: se restava a galla, nessun sortilegio; se affondava, l'occhio cattivo era presente. Per curare l'erisipela, si tracciavano tre croci con una foglia d'olivo benedetto e un oggetto d'argento. Contro le verruche, si collocavano sotto un sasso in un ruscello tanti rametti d'olivo quante erano le verruche, con il divieto di ripassare da quel luogo finché non fossero caduti.
E poi ci sono i rituali di protezione: le foglie d'olivo benedette la Domenica delle Palme venivano bruciate durante i temporali, disposte a croce ai confini dei campi contro la grandine, appese nelle stalle e nelle stanze dei bachi da seta. In ambito marittimo, si credeva che masticare una foglia d'olivo potesse scongiurare le trombe marine.
Le radici condivise: un patrimonio mediterraneo
Lo studio non si limita all'Italia. Gli autori ricostruiscono le radici di queste pratiche in una cultura olearia condivisa che affonda le sue origini nel II millennio a.C. L'olio d'oliva compare nei papiri medici egiziani (Ebers, Hearst), nell'enciclopedia medica assira di Ninive, negli scritti di Ippocrate, Plinio il Vecchio — che nel libro XXIII della Naturalis Historia elenca ben 74 rimedi a base di olivo — e Dioscoride.
Sul fronte rituale, le tracce più antiche risalgono alle tavolette di Ebla (XXV secolo a.C.), con il rito di purificazione i-gis sag, e all'unzione sacra nell'Antico Testamento. La ruqyah islamica, l'olio benedetto del Rituale Romano, il sacrificio punico dell'olio (ZBH SMN) documentato nella lamina di Cartagine: tutti tasselli di un mosaico comune.
Gli autori rintracciano persino sorprendenti continuità tra antichi rituali e tradizioni italiane moderne: l'eiresione ateniese — ramo d'olivo adornato di frutti e offerte portato in processione durante le Pyanopsia — sopravvive nelle celebrazioni della Domenica delle Palme in Penisola Sorrentina, dove i rami benedetti vengono decorati con formaggio caciocavallo, dolci e nastri.
Un sapere che rischia di scomparire
Nonostante la vitalità documentata, lo studio lancia un allarme. La progressiva erosione del patrimonio etnobotanico — quel fenomeno noto come "Hysteresis Effect", per cui i sistemi di conoscenza perduti diventano difficilmente recuperabili anche quando tornano condizioni favorevoli — rappresenta una minaccia concreta.
Le cause? Spopolamento rurale, intensificazione agricola, cambiamento climatico, espansione del turismo di massa. E poi la crisi fitosanitaria: l'epidemia di Xylella fastidiosa in Puglia ha causato l'abbattimento di circa 17.000 alberi tra il 2013 e il 2024, molti dei quali olivi monumentali secolari.
Eppure, l'olivo resta un pilastro del paesaggio storico italiano: circa il 35% dei paesaggi rurali storici iscritti nel Registro Nazionale è rappresentato da oliveti e sistemi olivicoli tradizionali, distribuiti soprattutto in Toscana, Liguria, Umbria, Lazio, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Ben 75 prodotti a base di olio o olive sono classificati come PAT (Prodotti Agroalimentari Tradizionali).
"Preservare e documentare questa conoscenza è essenziale non solo per salvaguardare l'identità culturale, ma anche per mantenere un prezioso serbatoio di diversità bioculturale e di informazioni etnofarmacologiche potenzialmente utili", concludono gli autori.
Perché l'olivo, come dimostra questa ricerca, non è mai stato solo un albero. È stato — e continua a essere — un modo di abitare il Mediterraneo.
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