L'arca olearia
I bambini ci insegnano la visione romantica dell'olivo e dell'olio d'oliva
Le immagini più suggestive ed evocative le scopriamo quando i bambini si spingono nel mondo delle metafore, evocando le dimensioni della grandezza e della maestosità, le forme e il tempo. L'olivo? Un vecchietto antico e con tante rughe
24 marzo 2017 | Gabriella Falcicchio
Nell’anno scolastico 2016-2017 è stato proposto a 5 scuole del territorio pugliese il progetto “Dall’assaggio al paesaggio”, con lo scopo di offrire un’esperienza sensoriale e conoscitiva dell’olio extravergine di oliva, dell’olivo in quanto albero costitutivo del paesaggio regionale. Destinatari i bambini delle classi terze e quarte della primaria di 5 comuni collocati lungo tutta la regione: San Severo (FG), Ruvo di Puglia (Ba), Bari, Ostuni (Br), Lecce.
Prima dell’inizio delle attività è stata approntata una scheda di valutazione delle conoscenze minime, costituita da 4 item di cui due visivi e due verbali, afferenti 4 aree:
1. Il riconoscimento dell’albero, confrontato ad altri alberi (cipresso e quercia);
2. Il riconoscimento del dettaglio delle foglie, confrontate con altre foglie (vite e quercia);
3. Le abitudini alimentari e l’accoppiamento, talora più comune talora meno (come con la frutta o nella preparazione di torte) di cibi con l’olio extra vergine d'oliva (OEVO);
4. L’immaginario personale rispetto a olio e olivo (item aperto con al massimo 3 risposte).
Alla semplicità delle richieste si associa il carattere esperienziale della domanda, che non intende verificare conoscenze scientifiche o nozioni teoriche, ma valutare il livello di vicinanza e familiarità dei bambini tanto all’olio come alimento, quanto all’olivo come principe del paesaggio pugliese.
Le schede sono 114 per le terze, 239 per le quarte, con un totale di 353 schede, che in base al singolo item sono state pulite delle risposte nulle.
Il primo item, relativo al riconoscimento dell’albero, ci parla di quanto è noto e familiare il paesaggio olivetato ai bambini, per cui il dato rilevante afferisce alle percentuali di errore. La media pugliese di errore è del 7,75%, distribuito tra l’11,5% nelle terze e il 5,95% nelle quarte. Una differenza elevata tre le due età, che ci parla di una maggiore conoscenza e consapevolezza dei più grandi, ma che si assottiglierà nel secondo item. Era prevedibile che si evidenziassero specificità territoriali: nel capoluogo di regione sbaglia ben il 16,07% dei bambini, all’opposto dello 0% di Ruvo di Puglia, città vocata alla produzione di olio nell’area di coltivazione della coratina.
Il secondo item, relativo al riconoscimento della foglia, parla di un altro tipo di conoscenza dell’albero. La distinzione del dettaglio necessita di vicinanza, di prossimità, di frequentazione, non solo di una visione a distanza del paesaggio; implica l’attraversamento e l’abitudine ad abitare un paesaggio. Le percentuali di errore aumentano al 13,91%, divise in 15,29% per le terze e 12,93% per le quarte. La differenza si è assottigliata molto, evidenziando un vulnus proprio sulla familiarità con l’albero. A Bari si giunge a toccare il 20,53%, ma anche San Severo presenta il 19,04% e Lecce il 14,28%, a fronte del reiterato 0% di Ruvo di Puglia. Si tratta di dati molto rilevanti perché denunciano che, in una regione in cui gli olivi sono i padroni di casa, tanti, troppi bambini non conoscono un albero che è storia, mito, antropologia, religione.
Non pare un caso che nel contesto cittadino del capoluogo si evidenzi questo dato con particolare drammaticità: è lo stesso contesto in cui le istituzioni sono state meno partecipi (i bambini non sono stati finanziati per l’uscita sul territorio, proprio laddove è più necessario e meno frequente spingersi in campagna) e dove i docenti non si sono attivati perché i bambini producessero elaborati. Possiamo formulare allora l’ipotesi secondo cui là dove c’è meno cultura dell’olivo e dell’olio, c’è anche – coerentemente – meno interesse da parte degli adulti, meno consapevolezza del bisogno formativo e meno sensibilità nel riconoscerlo e nel valorizzare un’offerta didattica che vi avrebbe risposto.
Rispetto alle abitudini alimentari (In quali cibi mangi l’OEVO?), viene confermata la cultura tipica del territorio con pane e olio, taralli, sugo di pomodoro e poi insalata e le sempre amate patatine fritte (e se sono fritte nell’OEVO, ne siamo ben felici).
L’ultimo item è certamente il più creativo, perché ha dato ampio spazio di espressione ai bambini e le risposte sono state molto creative, categorizzabili in tre aree: quella sensoriale-alimentare; quella dei luoghi, la terra e la campagna; quella della rappresentazione dell’albero.
Riguardo la prima area, innanzitutto viene evidenziata la qualità positiva della percezione dell’olio (un cibo gustoso, un sapore buonissimo, una cosa buona, mi sento bene, sono felice) unita alla sua genuinità e alla sua quotidianità (un alimento che si mangia ogni giorno) e che evoca “la fame”. Compare allora l’ampio ventaglio dei cibi tipicamente pugliesi e della tradizione mediterranea citati dai bambini (pane, pane e olio, pane e pomodoro, taralli, friselle, focaccia, pizza, sugo al pomodoro, aglio, basilico, peperoncino, verdure, etc.). Come si ripeterà, non è raro che si tratti di “cibi degli affetti”, che evocano situazioni particolari (I ristoranti e le serate in cui andavamo ai concerti), e in particolare la presenza dei nonni (il pane e pomodoro della nonna). L’olio, un certo tipo di cibo, il pane e il pane e pomodoro in particolare, insieme ai nonni e alla campagna, sembrano strettamente legati tra loro e ritroveremo questa dimensione del tempo, dell’antico anche in altre risposte. Prima di arrivarvi, vale la pena soffermarsi sulle sensazioni evocate, che toccano la vista (acqua giallina, saliva verde, acqua colorata, giallo, l’oro), l’olfatto soprattutto per il “profumo”, il tatto (colla colorata, colla appiccicosa, scivoloso, liscio) e il gusto, definito in modo originale ed efficace da un bambino “pizzicante” (piccante, amaro, dolce, acido).
Come è facile immaginare, l’olivo è parte del vissuto della campagna, della terra, dello stare all’aria aperta. Ecco comparire nelle risposte le passeggiate, le corse nella terra, l’avventura, le gite con gli scout, la scampagnata, come la primavera e l’estate (momenti di maggiore frequentazione di luoghi aperti), il sole e la luce, il prato fiorito e l’erba (bagnata), ma anche il paesaggio esplicitamente rurale (le coltivazioni, l’agricoltura, ciò che è “campagnolo”). Vale la pena evidenziare tre aspetti: il riferimento all’appartenenza geografico-culturale sottolinea la consunstanzialità dell’olivo al paesaggio regionale, estendendolo all’Italia (la Puglia, il Salento, la nostra terra, l’Italia) e spingendolo fino all’antichità, alla civiltà greca.
Questo riferimento ritorna in una risposta particolarmente suggestiva, che riporta di nuovo alla dimensione del tempo, del tempo lungo legato all’olivo: [l’olivo mi ricorda] come erano i paesi nell’antichità.
Anche nell’area dei luoghi, occupano un posto rilevante i luoghi degli affetti, tra i quali emergono ancora una volta, nel pur lungo elenco di familiari (nonno, nonna, bisnonno, papà, zio, mamma), proprio i nonni (La campagna di mio nonno, l’albero di limoni di mia nonna, mio nonno che faceva – leggi: raccoglieva – le olive). Un posto che unisce affetti e cultura dell’olio è poi il frantoio, in particolare nell’area di Ruvo di Puglia, dove i bambini evidenziano una vera familiarità con il luogo di lavoro dei familiari.
Sarebbe interessante fare una riflessione sull’intreccio tra dimensione temporale, relazioni affettive e olivo nell’esperienza dei bambini: si tratta di una lente di ingrandimento che racconta dell’importanza della trasmissione intergenerazionale di saperi, di vissuti, di appartenenze, della collocazione in un contesto di vita. Varebbe la pena chiedersi cosa accadrà in futuro, quando i nonni tanto citati non ci saranno più? A chi sarà affidato questo compito?
Le risposte più interessanti dei bambini afferiscono l’area legata strettamente alla visualizzazione dell’albero, di cui molti hanno nominato le parti e le forme (le foglie verdi e lisce, le olive come una nocella verde, tante, a terra, schiacciate – nel frantoio –; le radici; il tronco contorto e storto, un intreccio); ne hanno qualificato la presenza estetica (un bell’albero, un albero strano perché storto, un albero grande; un albero modellato), la quotidianità (un normale albero), la positività (un albero che fa bene, un albero da non abbattere).
Le immagini più suggestive le troviamo quando i bambini si spingono nel mondo delle metafore, evocando le dimensioni della grandezza e della maestosità, le forme e il tempo. Prima di lasciare la parola a loro, ha senso notare quanto lo sguardo dei bambini si mantenga sempre “affettivo” e di come essi riescano a cogliere sfumature complesse attraverso un vissuto. Si tratta di una caratteristica dello sguardo infantile da valorizzare quando vogliamo realizzare un apprendimento duraturo e un attaccamento forte a dimensioni di vita anche in vista della protezione di un valore (culturale, ambientale, paesaggistico, alimentare, relazionale, etc.). Imparare nozioni e avere una conoscenza “scientifica” ha la sua parte di senso, ma secondaria al contatto diretto e al vissuto profondo di un’esperienza di relazione, proprio come il riferimento ai nonni ci dice. Quando questo accade, sono i bambini a creare stupore negli adulti per la loro capacità di comprendere e restituire un “di più” inedito. La parola a loro:
L’oliva è una bella piccola bambina.
L’olivo è un vecchietto antico con tante rughe; un grande omone; un uomo peloso; un gigante che arriva fino al cielo; un albero antico; una vecchia signora; un uomo peloso; una persona con i capelli anni ’80; un cielo stellato; un serpente; un contorsionista; un albero pieno di cicatrici.
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